Nell’ultimo poema portoghese datato, scritto pochi giorni prima della morte, Pessoa racconta le sofferenze invisibili provocate dalle possibilità perdute e dalle vite rimaste soltanto dentro di noi
Esistono sofferenze che non lasciano ferite visibili e che, proprio per questo, possono diventare ancora più profonde. Sono i dolori delle occasioni perdute, delle scelte mai compiute, degli incontri soltanto immaginati e delle vite che avremmo potuto vivere. Fernando Pessoa dà voce a questa dimensione segreta dell’esistenza in una poesia breve, essenziale e vertiginosa.
Pier Carlo Lava
Il componimento, generalmente indicato con il suo primo verso, Há doenças piores que as doenças, è datato 19 novembre 1935. Secondo la cronologia della Casa Fernando Pessoa, si tratta dell’ultimo poema datato scritto in portoghese dal poeta. Pessoa sarebbe morto undici giorni dopo, il 30 novembre.
Non è un testo attribuito ad Álvaro de Campos, Ricardo Reis o Alberto Caeiro, ma appartiene al Pessoa ortònimo, quello che scrive con il proprio nome. Una precisazione importante, perché in questi versi non parla una delle personalità letterarie create dal poeta: sembra parlare l’uomo stesso, ormai vicino alla conclusione della propria esistenza.
Ci sono malattie peggiori delle malattie
Ci sono malattie peggiori delle malattie,
ci sono dolori che non fanno male, neppure nell’anima,
ma che sono più dolorosi degli altri.
Ci sono angosce sognate più reali
di quelle che la vita ci reca; ci sono sensazioni
provate soltanto nell’immaginarle,
che sono più nostre della vita stessa.
Ci sono tante cose che, pur senza esistere,
esistono, esistono a lungo,
e a lungo sono nostre e siamo noi…
Sopra il verde torbido dell’ampio fiume
i bianchi accenti circonflessi dei gabbiani…
Sopra l’anima, l’inutile battere d’ali
di ciò che non fu, né poté essere, ed è tutto.
Dammi ancora vino, perché la vita è nulla.
Fernando Pessoa
Versione italiana elaborata appositamente per questo articolo a partire dal testo originale portoghese in pubblico dominio.
Il dolore di ciò che non è mai accaduto
Il paradosso iniziale racchiude l’intero significato della poesia: possono esistere malattie peggiori di quelle del corpo e dolori che, pur non facendo male nel senso comune del termine, risultano più dolorosi di tutti gli altri.
Pessoa non descrive una sofferenza concreta. Parla del rimpianto, dell’angoscia e soprattutto di ciò che avrebbe potuto essere ma non è stato. Una possibilità mai realizzata non possiede un’esistenza materiale, eppure può accompagnarci per anni, occupare i pensieri e diventare parte della nostra identità.
Le “angosce sognate” finiscono così per apparire più reali di quelle portate dalla vita. L’immaginazione non è un rifugio innocente: crea sensazioni, desideri e perdite capaci di appartenerci intimamente. A volte non soffriamo soltanto per ciò che abbiamo perduto, ma anche per ciò che non abbiamo mai avuto.
Le cose inesistenti che diventano parte di noi
Uno dei passaggi più profondi è quello dedicato alle cose che, “pur senza esistere”, continuano a esistere a lungo dentro di noi. Pessoa sembra suggerire che l’essere umano non sia composto soltanto dalla propria storia reale, ma anche dalle strade abbandonate, dalle parole non pronunciate e dalle decisioni rimandate.
Siamo ciò che abbiamo vissuto, ma in parte siamo anche ciò che abbiamo desiderato senza riuscire a compierlo. Le possibilità mancate non scompaiono: rimangono nella memoria come presenze senza corpo.
I gabbiani come segni nel cielo
Improvvisamente la poesia si apre su un’immagine esterna: il verde torbido del fiume e i gabbiani che lo attraversano. Le loro ali bianche sembrano accenti circonflessi, segni tracciati per un momento sopra l’acqua.
È un’immagine di straordinaria precisione visiva. Come i gabbiani aleggiano sul fiume senza fermarsi, così sull’anima continua a volare inutilmente ciò che non fu e non avrebbe potuto essere. Il paesaggio diventa lo specchio del pensiero: il movimento degli uccelli rappresenta quello incessante dei ricordi e delle possibilità perdute.
«Dammi ancora vino, perché la vita è nulla»
L’ultimo verso spezza la meditazione con una richiesta concreta e quasi quotidiana. Dopo aver contemplato il peso dell’inesistente, Pessoa domanda altro vino e pronuncia una conclusione radicale: “la vita è nulla”.
Non è necessariamente una semplice celebrazione del bere. Il vino può rappresentare una momentanea sospensione della coscienza, un piccolo riparo terreno davanti alla lucidità insostenibile del pensiero. Il poeta non cerca una risposta definitiva: chiede soltanto un’altra pausa.
Pessoa, “persona”: un nome diventato metafora
In portoghese la parola pessoa significa “persona”. È inevitabile cogliere in questo cognome una suggestiva coincidenza, quasi un nomen omen. Fernando Pessoa trascorse infatti la propria vita letteraria moltiplicandosi in numerose personalità poetiche, dotate di biografie, caratteri e stili autonomi.
Gli eteronimi non furono però il risultato di un disordine casuale, ma una costruzione letteraria consapevole e straordinariamente complessa. Pessoa non si limitò a nascondersi dietro altri nomi: creò diversi modi di pensare, sentire e osservare il mondo.
In questa poesia, tuttavia, le molte voci sembrano ricondursi a una sola persona. Davanti alla fine rimane l’uomo con le proprie possibilità incompiute, le angosce immaginate e il pensiero di tutto ciò che non fu.
È proprio questa consapevolezza a rendere il componimento così vicino al lettore contemporaneo. Pessoa parla di sé, ma descrive una condizione universale: ognuno porta dentro di sé almeno una vita mai vissuta. E qualche volta quella vita inesistente riesce a sembrarci più nostra di quella reale.
Fonte per la datazione: Casa Fernando Pessoa – Cronologia
GEO: Alessandria, Piemonte, Italia
Categoria: Cultura – Poesia – Letteratura internazionale
Nota editoriale sulla poesia: Il testo originale portoghese di Fernando Pessoa è in pubblico dominio. La versione italiana è stata elaborata appositamente per questo articolo a partire dall’originale.
Fonte per la datazione: Casa Fernando Pessoa – Cronologia
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