LA TANA

Quell'agave che sdrucito svetta
a sommo di sassi, tra papaveri
sfogliati dal vento, tanto m'è caro!
La sera ancora lo guardo quando
ogni foglia s'addorme al vento
di Iblei, in cupe foreste d'ombra.
Di frenetico volo gl'uccelli erranti
accecati dal sonno, da fronde a
picchi, d'annebbiati ali l'affanno.
Ogni mattina un coniglio, sì allegro
gli zampetta d'attorno quand'esce
dalla tana tra roste e spine, e corre,
saltella all'affaccio del sole su questo
pezzo di mondo di bianca timpa.
Ora che la luce è d'ombra, s'annera
ogni zolla, ed il vento alita un pianto
di vuoto silenzio, un riccio è fermo
dirimpetto all'agave. Lo sguardo e
l'origlio alla tana del coniglio. Ecco
ch'esce cogl'occhi al cielo, a sfilacci
spenti di nembi, a foschie vesperali.
Che lamento e ch'angoscia gli narra
il riccio! Di pianto sono gl'occhi ed il
petto sì gonfio è di pena! Ha perduto
il tetto e la notte teme. "Mi capisci
fratello?" gli dice, "Ciò ch'è tuo è tuo,
non lo voglio". Ch'eterno ignoto è la
vita! Cede il coniglio all'impulso di
sanare questo duro sciogliersi dei
giorni. "Entra" gli dice, "io starò da
una parte, tu dall'altra". Felice è il
riccio, meno il coniglio. In due
in un pugno di terra! A conchiglia
si chiude per il sonno, coi ginocchi
vicini al riccio. Già sente gl'aculei.
Che tribolo è stargli così vicino!
Ah!, che tormento allo sciogliersi
dell'ore! Che notte dura! Lacera è
la sua carne. Il riccio dorme ignaro
di questo contatto che avvampa
ed addosso gli freme. Che tormento!
Dall'orlo ora per magia gl'appare
uno strombo di cielo, uno scampolo
di sogni tra le onde benevoli del cielo.
Ogni mattina, là, presso l'agave
un coniglio gli gira lento d'attorno.
Sull'uscio della sua tana un riccio
scrolla gl'aculei, a stille svapora
un ringhio, un soffio violento che
muta la faccia sventrata d'odio.
"Chi dentro mette, fuori esce!". Che
parole!, che parole! Più non n'aveva
memoria. Voce che da sempre grave
dura. Oh, stolto! Che fece? Perché?
Stamattina, ahimè, ancora l'ho visto,
con le zampe legate al tronco d'un
noce e cogl'occhi fissi alla sua tana.
Autunno, tempo di spari, di caccia.
Da forre d'Iblei il vento soffia aliti
di morte, al cadere di spente foglie
su zolle d'umido muschio. E poi tace!

Vincenzo Savoca
Marina di Ragusa
13 agosto 2026

LA TANA è un componimento dall'inconfondibile atmosfera bucolica e drammatica al tempo stesso, profondamente radicato nel paesaggio siciliano (gli Iblei, la "bianca timpa", la vegetazione di agave, roste e spine).

Temi e punti chiave della lirica:
L'ospitalità e il suo prezzo: La narrazione centrale riprende la celebre struttura favolistica della convivenza forzata tra il coniglio altruista e il riccio. Il coniglio, mosso da un impulso di generosità ("Entra [...] io starò da una parte, tu dall'altra"), accoglie il riccio rimasto senza casa.

La sofferenza dell'altruismo (gli aculei): La bontà del coniglio viene punita dalla natura stessa del riccio; la vicinanza fisica diventa una tortura fisica e morale ("Già sente gl'aculei. Che tribolo è stargli così vicino!").

L'ingratitudine e lo spossessamento: Il riccio non solo occupa lo spazio, ma scaccia il padrone di casa con la violenza ("Chi dentro mette, fuori esce!"), ribaltando le parti e lasciando il coniglio espropriato e smarrito.

Il tragico epilogo: Scacciato dalla propria tana e costretto a vagare all'esterno, il coniglio finisce per cadere vittima della caccia autunnale. L'immagine finale — con il coniglio catturato ("con le zampe legate al tronco d'un noce") che fissa da lontano la sua vecchia casa — chiude il testo con una nota di profonda amarezza ed angoscia sulla durezza e l'imprevedibilità della vita ("Ch'eterno ignoto è la vita!").

I versi tratteggiano con grande delicatezza espressiva il passaggio dai colori vividi e felici del mattino iniziale alle foschie, alle ombre vesperali e agli "aliti di morte" dell'autunno.


Sergio Batildi

“Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a esclusivo scopo illustrativo. Non rappresenta necessariamente persone, luoghi o fatti reali.”

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