Ho chiesto all’IA

Ho chiesto all’intelligenza artificiale se ci stesse cambiando.

La risposta è arrivata in pochi secondi: chiara, completa, ben argomentata. Mentre la leggevo, però, mi sono resa conto che la domanda non riguardava soltanto la tecnologia. Riguardava soprattutto noi e il modo in cui scegliamo di utilizzarla.

Mi sono tornate in mente le automobili di una volta.
Ricordo il cambio manuale, la frizione, il rumore del motore e l’attenzione necessaria per inserire la marcia giusta al momento giusto. Guidare richiedeva partecipazione, esperienza e concentrazione.

Poi sono arrivati il cambio automatico, i motori elettrici e, oggi, veicoli capaci di parcheggiare autonomamente, mantenere la corsia, riconoscere la segnaletica e intervenire in caso di pericolo. In alcune città del mondo esistono perfino automobili che viaggiano senza un conducente.

L’evoluzione tecnologica è sorprendente.Eppure una domanda continua ad accompagnarmi.

Chi governa chi?

È stata proprio questa immagine a portarmi verso una riflessione sull’intelligenza artificiale.

Ogni giorno le chiediamo di scrivere un testo, tradurre una lingua, riassumere un libro, organizzare un progetto, cercare informazioni o suggerire un’idea. In pochi istanti svolge attività che fino a poco tempo fa richiedevano tempo, studio ed esperienza.

È una trasformazione destinata a incidere profondamente sul nostro modo di vivere e di lavorare.
Come ogni grande innovazione, l’intelligenza artificiale può ampliare la conoscenza, aumentare la produttività e renderci più efficienti.

La questione, però, non è ciò che può fare lei. La vera domanda è cosa sceglieremo di fare noi.

Le neuroscienze spiegano che il cervello si modifica continuamente attraverso l’esperienza. Ogni volta che impariamo qualcosa, rafforziamo le connessioni neuronali coinvolte in quel processo; ciò che, invece, smettiamo di esercitare tende lentamente a perdere efficienza. È il principio della neuroplasticità, una delle caratteristiche più straordinarie della mente umana.

Per questo non credo che la questione sia l’intelligenza artificiale. La vera sfida inizia quando smettiamo di esercitare la nostra.

Se deleghiamo ogni ricerca, ogni scelta e ogni ragionamento, rischiamo di perdere l’abitudine a porci domande, confrontare idee e sviluppare quello spirito critico che ci permette di distinguere un’informazione da una verità.

L’IA può elaborare enormi quantità di dati. Noi possiamo attribuire loro un significato. Può suggerire soluzioni. Noi possiamo valutarne le conseguenze.

Può costruire un discorso. Noi possiamo decidere se quel discorso sia giusto, utile o eticamente accettabile. È questa la differenza che continua a rendere insostituibile l’essere umano.

Non credo che il futuro sarà una competizione tra persone e macchine. Sarà una sfida tra esseri umani.

Farà la differenza chi saprà utilizzare l’intelligenza artificiale senza rinunciare alla propria capacità di pensare, studiare, verificare e scegliere con responsabilità.

In altre parole, vincerà chi saprà usarla più umanamente.

Perché il progresso non dipenderà dalla velocità con cui evolveranno gli algoritmi. Dipenderà dalla maturità con cui decideremo di metterli al servizio dell’uomo.

La tecnologia potrà suggerire il percorso.Potrà aiutarci a trovare nuove strade.

Ma la destinazione continuerà a dipendere dalla nostra coscienza.
Ed è forse questa la responsabilità più grande del nostro tempo.