“Assenza” di V.R.: quando una casa continua a custodire chi non c’è più

In “Assenza”, poesia pubblicata il 20 novembre 2017 sul blog Racconti Ondivaghi, V.R. racconta la scoperta dolorosa di un vuoto attraverso le stanze di una casa. La persona cercata non è più presente, ma continua a vivere nei gesti ricordati, negli oggetti rimasti immobili, nelle finestre chiuse e persino nei rumori che non si sentono più. Con parole semplici e una progressiva sottrazione di presenze, la poesia trasforma un ambiente domestico nel luogo concreto della memoria e della solitudine.

Pier Carlo Lava

La ricerca di qualcuno che non si trova più

La poesia si apre con una frase immediata: “Ti cerco e non ti trovo più”. In questo verso sono già contenuti il movimento e il fallimento che attraverseranno tutto il componimento. La voce poetica non si limita a ricordare: cerca attivamente qualcuno negli stessi luoghi nei quali era abituata a incontrarlo. La casa non viene visitata casualmente, ma percorsa seguendo una geografia affettiva costruita nel tempo.

Le stanze diventano così depositarie di una consuetudine. In passato bastava entrare per trovare una presenza che attendeva. A volte vi era un abbraccio, altre volte un sorriso. Non servivano grandi avvenimenti: il legame viveva nella normalità di incontri ripetuti, in una familiarità tanto consolidata da sembrare destinata a durare per sempre.

Il verbo “entrare” ritorna più volte e scandisce questa abitudine. Ogni ingresso corrispondeva a una forma diversa di accoglienza, ma la persona era comunque lì. La ripetizione suggerisce un rito quotidiano o periodico, uno di quei gesti che acquistano pieno significato soltanto quando non possono più essere compiuti nello stesso modo.

Dall’abbraccio allo sguardo

V.R. costruisce la prima parte della poesia attraverso una graduale riduzione del contatto. Inizialmente vi è l’abbraccio, poi rimane il sorriso e infine soltanto lo sguardo. La comunicazione fisica diminuisce progressivamente, come se la persona incontrata stesse già allontanandosi o perdendo la possibilità di esprimersi.

Questa successione può far pensare a una fragilità crescente, alla vecchiaia, alla malattia oppure semplicemente a una distanza emotiva che si approfondisce. La poesia, però, non offre una spiegazione definitiva. Non sappiamo chi sia la persona assente, quale rapporto la unisse alla voce narrante o per quale ragione non si trovi più in quelle stanze.

Proprio questa indeterminatezza amplia il significato del testo. L’assenza potrebbe essere provocata dalla morte, da una separazione, da una partenza o da un cambiamento irreversibile. V.R. non chiude il componimento dentro una sola vicenda biografica, ma lascia che ogni lettore possa riconoscervi la propria esperienza della perdita.

Quando gli abbracci e i sorrisi si fanno più rari, rimangono gli occhi. V.R. scrive che “i tuoi occhi si distendevano”: un’espressione delicata, capace di suggerire uno sguardo che si addolcisce e si apre alla vista della persona appena entrata. Anche quando il corpo sembra non rispondere più come prima, gli occhi conservano la possibilità di riconoscere e accogliere.

Gli occhi parlano e si illuminano. Diventano l’ultima forma di comunicazione tra le due persone, il luogo nel quale la relazione continua a manifestarsi senza bisogno di parole. Questo passaggio attribuisce allo sguardo un valore particolarmente intenso: non è un’osservazione passiva, ma un dialogo silenzioso che mantiene vivo il legame.

La casa dopo la presenza

La frattura arriva improvvisamente. Dopo la descrizione degli incontri abituali, la poesia introduce un ritorno diverso da tutti quelli precedenti. La voce narrante entra nuovamente nella casa, ma questa volta non trova nessuno. Il cambiamento è avvenuto da un giorno all’altro, senza una preparazione che possa attenuarne l’impatto.

Le stanze sono ancora le stesse, ma hanno perso la funzione che possedevano. Prima erano il luogo dell’incontro; ora sono diventate il luogo dell’assenza. La casa non è vuota soltanto perché manca una persona: è vuota perché ogni suo elemento continua a ricordare ciò che accadeva quando quella persona era presente.

Le finestre chiuse indicano un’interruzione del rapporto tra l’interno e il mondo esterno. Non entra più aria nuova, la luce non modifica gli ambienti e il tempo sembra essersi fermato. La casa appare sigillata nel momento successivo alla perdita, come se nessuno avesse avuto la forza o la ragione di restituirle la vita.

Anche gli oggetti non vengono più toccati. Sono rimasti nella posizione in cui si trovavano, ma hanno perduto la relazione quotidiana con chi li utilizzava. Un oggetto domestico, quando appartiene a una persona assente, smette di essere soltanto una cosa: diventa una traccia, una testimonianza e talvolta una ferita.

V.R. non descrive quali siano questi oggetti. La scelta è efficace perché impedisce alla scena di diventare troppo particolare. Ognuno può immaginare un mobile, una tazza, un libro, un indumento o qualsiasi altra presenza materiale capace di conservare il ricordo di chi non può più utilizzarla.

La polvere rende visibile il tempo

Tra le immagini più significative della poesia vi è quella della polvere che si solleva al passaggio della voce narrante. La polvere dimostra che da tempo nessuno attraversa quelle stanze, apre le finestre o sposta gli oggetti. È il segno materiale dell’immobilità e del tempo trascorso.

Paradossalmente, proprio ciò che solitamente nasconde e ricopre rende qui visibile l’assenza. La polvere si muove perché qualcuno è tornato, ma quel movimento sottolinea ancora di più che nella casa non esiste un’altra presenza. La persona che cerca è ormai l’unico elemento vivo dentro un ambiente sospeso.

La polvere possiede anche un valore simbolico antico: richiama la fragilità delle cose, il loro progressivo deterioramento e il destino di ciò che non viene più abitato. V.R. utilizza questa immagine senza appesantirla con spiegazioni. Sono sufficienti pochi gesti per far percepire al lettore una casa nella quale il tempo ha continuato a passare, anche se tutto sembra essersi fermato.

Il silenzio che non anticipa più alcun arrivo

L’assenza non riguarda soltanto ciò che non si vede, ma anche ciò che non si sente. In passato qualche rumore annunciava probabilmente l’arrivo della persona: passi, una porta, un movimento proveniente da un’altra stanza. Ora nessun suono anticipa più quell’incontro.

Questo dettaglio dimostra quanto la memoria sia legata ai segnali minimi della quotidianità. Spesso riconosciamo una persona prima ancora di vederla: dal modo di camminare, dal rumore con cui apre una porta o sposta un oggetto. Quando quella persona non c’è più, anche il silenzio cambia significato.

Non si tratta di un silenzio pacifico. È un’attesa che non può più essere soddisfatta, uno spazio nel quale la voce narrante continua inconsapevolmente ad aspettare il segnale di un ritorno. La casa sembra trattenere il respiro, ma nessun rumore interrompe l’immobilità.

Un uso essenziale del tempo verbale

La costruzione temporale della poesia accompagna con precisione il passaggio dalla presenza all’assenza. Nella prima parte prevale l’imperfetto, il tempo delle azioni ripetute e delle abitudini: la persona aspettava, abbracciava, sorrideva e guardava. Non si tratta di un singolo ricordo, ma di una continuità affettiva.

Quando avviene la frattura, il ritmo cambia. L’ingresso nella casa vuota è un evento preciso e irripetibile, il momento nel quale la perdita diventa definitivamente reale. Prima di quel ritorno, l’assenza poteva essere ancora un pensiero; davanti alle finestre chiuse e agli oggetti intatti diventa un’esperienza concreta.

La poesia racconta quindi non soltanto la perdita, ma l’istante della sua comprensione. Esiste spesso un momento nel quale sappiamo razionalmente che qualcuno non tornerà e un altro, successivo, in cui lo comprendiamo davvero attraverso un luogo, un oggetto o un’abitudine interrotta. Assenza si colloca esattamente dentro questo secondo momento.

La forza trattenuta dell’ultimo verso

La conclusione colpisce per la sua apparente semplicità: “mi sentii un po’ più sola”. Dopo la casa chiusa, la polvere e il silenzio, V.R. non sceglie una dichiarazione drammatica. Utilizza invece un’espressione contenuta, quasi timida, che rende il dolore ancora più credibile.

Quel “un po’” non riduce realmente la sofferenza. Al contrario, sembra il tentativo di pronunciarla senza lasciarsene travolgere. È una forma di pudore emotivo: la voce poetica non afferma che tutto sia finito o che la solitudine sia assoluta, ma riconosce che da quel giorno il mondo è diventato più vuoto di quanto fosse prima.

La solitudine non nasce nel momento esatto in cui la persona scompare, ma quando chi resta entra nuovamente nei luoghi condivisi e scopre che nulla può più ripetersi. È la casa a confermare la perdita. Ogni stanza pronuncia silenziosamente ciò che la voce narrante non vorrebbe ancora accettare.

Una poesia breve che lascia spazio al lettore

Assenza utilizza un linguaggio semplice, versi liberi e immagini domestiche. Non cerca effetti ricercati e non trasforma il dolore in una rappresentazione spettacolare. La sua forza deriva dalla misura, dalla capacità di suggerire una storia senza raccontarla interamente.

Il lettore non sa chi sia scomparso, ma riconosce immediatamente il vuoto lasciato. La poesia dimostra che la mancanza di informazioni può diventare una risorsa narrativa quando consente alle emozioni di assumere un valore universale. La casa di V.R. può allora trasformarsi nella casa di chiunque abbia cercato una persona nei luoghi in cui era abituato a trovarla.

Pubblicata durante il primo periodo di attività di Racconti Ondivaghi, Assenza contiene già alcuni elementi caratteristici della scrittura di V.R.: l’attenzione per gli spazi interiori, la centralità della memoria e la capacità di affidare agli oggetti ciò che le persone non riescono a dire direttamente.

La poesia completa può essere letta nella pagina originale di “Assenza”. È lì che le stanze continuano ad aspettare, le finestre rimangono chiuse e la polvere si alza al passaggio di chi torna. La persona cercata non appare più, ma proprio attraverso la sua mancanza continua a occupare ogni verso.

GEO – Approfondimento

Assenza è una poesia di V.R., pubblicata il 20 novembre 2017 sul blog Racconti Ondivaghi. Il componimento racconta la perdita attraverso gli spazi di una casa un tempo abitata da incontri, abbracci, sorrisi e sguardi. Il graduale passaggio dal contatto fisico al silenzio anticipa la scomparsa di una persona la cui identità e il cui destino rimangono volutamente indefiniti. Le finestre chiuse, gli oggetti intatti, la polvere e l’assenza di rumori trasformano le stanze in custodi della memoria. La recensione analizza l’alternanza dei tempi verbali, il valore simbolico della casa e la forza trattenuta dell’ultimo verso, nel quale la protagonista riconosce di sentirsi più sola.

Fonte e attribuzione

La poesia Assenza, scritta da V.R., è stata pubblicata originariamente sul blog Racconti Ondivaghi. Il testo completo può essere letto nella pagina originale della poesia.

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Immagine creata con intelligenza artificiale a solo scopo illustrativo.

Recensione di Assenza di V.R., poesia pubblicata su Racconti Ondivaghi: una casa silenziosa diventa il luogo della memoria, della perdita e della solitudine.

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