MEDITERRANEO una poesia di Vincenzo Savoca
MEDITERRANEO

Mare di fragili sponde e di croci
gl'argini e di martirio, e fuoco.
Inventario di battaglie e morti,
di venti che a monte trascinano
gl'urli di guerre passate e d'altre
ch'ancora squillano in angoli di
terra, di trombe di chi s'accampa
ancora in duelli di mala follia. Di
triste pianto d'uomini in prode
di funesto sangue, ora ch'ogni
sera dal cielo diluvia la morte in
ventri di case, nel cuore di bimbi.
Oh!, come grida questo mare il
ludibrio di gente ch'ogni giorno
rigurgita, stridulo e sciolto, un
dolore di larve strette a ruderi di
muri, reticolati di carcere eterno.
Gl'uni e gl'altri prigionieri in neri
labirinti, d'ombra addensata in
scaglie d'odio. Mai furono fratelli!
E sempre mi porta l'onda il pianto,
e tuttavia piangendo racconta di
sé, la storia triste d'impercettibile
mormorio, delle lame d'uomini,
i gridi dei morti dal fondo marino.
A stormi veleggiano sul fare della
sera, a divellere l'ingiusta condanna.
Mare d'ombrata spietata dolcezza,
d'onde di cieco cammino, muraglia
d'acqua fallace, di canti di marinai
a soffi di vento su spiegate vele, e
di spietato culto il sogno di guerra!

Ch'io senta nel mormorio d'onda,
in spiri di vento, nella chiusa sera,
nell'ora che la barca felice ritorna,
ed il faro di pallida luce s'accende,
ch'io senta dunque, chiamarmi da
una voce lontana, così: "Fratello!".

Vincendo Savoca
Ragusa 29 giugno 2026

Il testo dipinge un quadro crudo e drammaticamente attuale del Mediterraneo, spogliato dall’idillio turistico e restituito alla sua dimensione di crocevia di tragedie, storiche e contemporanee.

Ecco una breve riflessione sui punti chiave che emergono da questi versi così potenti:

Il mare come ossimoro e tomba

Il Mediterraneo viene definito un mare di “ombrata spietata dolcezza”. C’è il fascino antico dei canti dei marinai e delle vele spiegate, ma la realtà che prevale è quella di una “muraglia d’acqua fallace”. Non è più un ponte tra culture, ma una barriera, un cimitero liquido che custodisce “i gridi dei morti dal fondo marino”.

La cecità della guerra e dell’odio

La prima strofa è un inventario di dolore. Il riferimento alle bombe che diluviano “nel cuore di bimbi” e ai “reticolati di carcere eterno” evoca immagini fin troppo familiari dei conflitti che continuano a insanguinare le sponde di questo bacino. L’autore constata amarezze profonde:

“Gl’uni e gl’altri prigionieri in neri labirinti, d’ombra addensata in scaglie d’odio. Mai furono fratelli!”

L’invocazione finale: la speranza della fratellanza

La svolta lirica avviene nella seconda strofa, più intima e raccolta. Al rumore della guerra e del pianto si sostituisce il silenzio della sera, la luce pallida di un faro e il ritorno di una “barca felice”.

È in questo momento di tregua che il poeta esprime il suo desiderio più profondo: superare quel “mai furono fratelli” della prima strofa per sentire, finalmente, una voce lontana che pronunci la parola “Fratello!”. È un grido di speranza universale, l’auspicio che il mormorio dell’onda smetta di raccontare storie di morte e torni a unire l’umanità.

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