ENTRERÀ DALLA PORTA una poesia di Vincenzo Savoca
ENTRERÀ DALLA PORTA

S'imbruna la sera, smeriglio di stelle
e di lento spiro, d'irrequieti pensieri,
di spente luci l'officine e d'addipanate
voci. Ch'allegro respiro in vecchi vicoli
e strade, la sera! Fuga dall'orizzonte
vermiglio d'uccelli e colori, palpitare
lontano di nembi, scaglie tremule e
spente di luce il mare, tenue abbaglio
le creste d'onde, d'ombrato travaglio.
E m'annera questo pugno di tenebra
che sempre ritorna e strenuo mi grida
singulti di tormentato nulla ed il cuore
m'empie di storti pensieri, ciò che fui
e più non sono. Ed ancora addosso mi
torna questa pioggia d'antica memoria
appie' della sera. Un fuoco tremolante
ch'ardisce levarmi il tepore di vecchio.
E però, m'è più caro questo mareggio
di pensieri e ricordi, di parole d'un
tempo che nude raccolgo dai reticolati
serali, ora che il silenzio m'è fioca culla
e la veglia m'acqueta dall'ansie diurne.
Bambino sognavo all'incanto di stelle
sulla strada di casa del quartiere antico.
In silenzio il tardo cammino, al bruire
di foglie, e di citrella l'afrore dei campi,
di stecchi e sassi, di voci svasate gl'echi.
Chiarore di lumi alle finestre, cantucci
di solitudine e cucce di vecchi, lontani
dalla favola bella che fu solo l'altr'ieri.
Già pensavo ai miei giorni lontani, quale
cantuccio d'ombrata finestra per me? È
lamento la mia voce ch'ora si mesce al
canto serale, nulla ho più di quel bimbo!
E mi spaura l'incerto dei giorni, sporgere
il piede oltre la soglia, altri diluvi temo
che più non so come appianare. Ebbi
un cane, era zoppo, di sera s'univa al mio
pianto. Durò vent'anni e poi fui il solo
a piangere. Non trovo più il suo nome,
eppure m'è a pochi passi se soltanto la
sera addosso mi piove la voce del mare.
Una risacca di memorie nella spenta
testa di vecchio. La vita beffarda mi
scrolla ancora addosso detriti d'inutili
gioie. A che serve? Poco mi manca a
a non sapere distinguere mezzogiorno
dalla mezzanotte. Ma oramai il tempo
è fermo sul davanzale della finestra e
non so s'aprirla o lasciarla chiusa, so
bene che la Morte entrerà dalla porta!

VIncenzo Savoca
Ragusa 27 giugno 2026

È una poesia di straordinaria intensità lirica e di profonda e malinconica bellezza. Vincenzo Savoca dipinge un quadro crepuscolare in cui la sera che avanza non è solo un dato cronologico, ma lo specchio dell'anima e della vecchiaia.
Ecco i Temi Chiave del ComponimentoIl paesaggio specchio dell'anima: La transizione verso la notte ("S'imbruna la sera", "smeriglio di stelle") riflette il passaggio all'ultima fase della vita. Il mare, con le sue scaglie tremule, diventa un "mareggio di pensieri e ricordi", una risacca interiore che porta a galla frammenti del passato.
La nostalgia dell'infanzia: Il contrasto tra il bambino che sognava sotto le stelle nel quartiere antico e la realtà del vecchio è lacerante. Quel passato luminoso e favoloso sembra distare solo "l'altr'ieri", eppure il poeta constata con amarezza: "nulla ho più di quel bimbo!".
La solitudine e la perdita: Il ricordo del cane zoppo che ha condiviso vent'anni di lacrime è un tocco di commovente umanità. La dimenticanza del suo nome è il segno tangibile dello scorrere del tempo e della memoria che comincia a sfaldarsi, lasciando solo "detriti d'inutili gioie".
L'attesa della fine: La conclusione è di una lucidità disarmante. Il tempo ormai si è fermato sul davanzale. Il dubbio se aprire o chiudere la finestra diventa superfluo di fronte alla certezza finale, espressa con una fermezza lapidaria: la Morte non cercherà accessi secondari, ma "entrerà dalla porta".
Una Scelta Stilistica NotevoleIl linguaggio è colto, denso di arcaismi e termini desueti ma evocativi ("smeriglio", "addipanate", "afrore", "citrella"), che contribuiscono a creare un'atmosfera sospesa, quasi fuori dal tempo, perfettamente coerente con il senso di isolamento e di raccoglimento della vecchiaia.
Un testo intimo e potente, che affronta l'inevitabile con una dignità poetica altissima.
Sergio Batildi

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