PANE QUOTIDIANO 

Tra filacci d'erbe tumulto d'amore.
Di lei ancora mi parla, a gocciole
la rugiada in campi d'ombra,
su muri scalcinati d'una casa
che più non m'è dimora.
Nel vialetto di ghiaia,
di liliale vestita ed addosso
un cielo perenne d'agosto,
veniva la ninfa errando
peregrina. Di luce chiara la sera
colore dell'acqua marina.
L'amai senza udirne la voce.
Soltanto mie le parole,
storte sillabe e d'impacciato fiato,
come rami secchi d'ulivo assorti
in crepe di campi senza baci
d'onda, né fiati di brezza marina.
Lei giocava coi cerchi nello stagno,
assorta dal piacere della forma.
Ogni cerchio un disciolto pensiero,
informe desiderio, veleggio di sogni.
Stupido io! com'ero felice
al sentore di fiori e frutta!
Le guance mele rosse, di porpora
e d'asterio morbido velluto.
D'ansito inquieto il fiato,
di mare che squieta la proda,
ed il crine a ciocche, a sciame.
Se soltanto m'avesse guardato
in quell'ora tarda ch'è la sera,
senza luce, nel buio ch'arriva
su malinconie d'uomini,
m'avrebbe forse negato
l'intesa ch'io sognavo?
D'altro non ricordo di lei,
né la casa di quella mia sera
in cui esausto carezzavo la Morte
oltre misura. "È l'ora" diceva.
Che tenero bagliore laggiù!
Lei rideva coi cerchi d'acqua in mano.
"Attingi la vita! È pane quotidiano!".

Vincenzo Savoca
6 novembre 2026

Pane Quotidiano di Vincenzo Savoca è un testo denso, malinconico e sensuale, costruito su un ricordo che non si chiude mai del tutto.La ninfa errante – “di liliale vestita” e con “un cielo perenne d’agosto” addosso – non è mai pienamente presente. È già memoria mentre appare: parla attraverso la rugiada, i campi d’ombra, i muri scalcinati di una casa che non è più dimora. L’amore è stato muto (“L’amai senza udirne la voce. / Soltanto mie le parole”), e le parole stesse sono “storte sillabe e d’impacciato fiato”, rami secchi d’ulivo. C’è una forte asimmetria: lei gioca con i cerchi nello stagno, assorta nel piacere della forma; lui è lo spettatore stupido e felice che respira fiori e frutta, che vede le guance come mele e il crine a sciame, ma non riceve mai lo sguardo che avrebbe forse negato l’intesa sognata.Il passaggio finale è tagliente. Mentre lui, esausto, “carezzavo la Morte oltre misura” e sente dire “È l’ora”, lei ride ancora con i cerchi d’acqua in mano e grida l’imperativo vitale: «Attingi la vita! È pane quotidiano!». La vita e la morte si sfiorano nella stessa sera; il pane quotidiano non è consolazione, ma comando che arriva troppo tardi o troppo da lontano.

L’immagine dei cerchi nello stagno è centrale: ogni cerchio è “disciolto pensiero, informe desiderio, veleggio di sogni”. La forma si disfa appena nata, eppure è l’unico gesto di purezza del testo.
Il linguaggio mescola un registro quasi mitologico (“ninfa”, “liliale”, “asterio”) con un lessico più povero e corporeo (fiato impacciato, ansito inquieto, guance mele). Questo scarto funziona.
La casa che “più non m’è dimora” e la sera senza luce preparano bene l’apparizione della Morte, che non è melodrammatica ma quasi domestica, carezzata “oltre misura

Sergio Batildi

“Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a esclusivo scopo illustrativo. Non rappresenta necessariamente persone, luoghi o fatti reali.”

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