Virgilio Caivano, attivista del Sud: le richieste del mondo agricolo sono il punto di non ritorno della questione meridionale

In “Svegliati Sud” le proteste di agricoltori e produttori di queste settimane sintetizzano le problematiche fin troppo portate avanti nel tempo.

Oggi più che mai è attuale la voce di Virgilio Caivano, attivista per i problemi del Sud Italia e autore di “Svegliati Sud” edito Delta 3 Edizioni. In un libro che sembra denunciare, in anticipo, quello che è accaduto proprio in queste settimane, Caivano aveva già previsto le rivolte di agricoltori e produttori nel Sud Italia che hanno portato a un vero proprio blocco nel settore commerciale, agricolo e nei servizi. La crisi idrica, i ritardi del PNRR, i prezzi che non coprono i costi di produzione, la burocrazia che schiaccia le aziende: sembrano i titoli che oggi leggiamo a caratteri cubitali nei notiziari. In realtà sono le battaglie che Caivano porta avanti ormai da anni.

Oggi lo incontriamo per capire cosa aveva visto prima degli altri e cosa chiede ancora, con urgenza, per il mondo agricolo e meridionale in genere.

Crisi idrica e Questione Meridionale da sempre sono il leit motiv delle tue opere, anzi hai proprio dato il titolo ai tuoi scritti principali. Oltre “Svegliati Sud” ci sono anche “La crisi idrica” e “Radice meridionale”. In particolare in “Svegliati Sud”, a pagina 13, fai proprio dei riferimenti a problemi ben precisi. Nel tuo libro definisci la crisi idrica come “la vera Questione Meridionale” e chiedi un tavolo nazionale a Palazzo Chigi con i Prefetti di Foggia, Avellino, Potenza, Benevento e Campobasso. Perché le Regioni meridionali sono ancora “disconnesse e non dialogano tra di loro” su un tema così titanico? Cosa si dovrebbe concretamente decidere?

“La crisi idrica è la vera questione meridionale. È il tema centrale della sfida che stiamo portando avanti per le aree rurali e per il Mezzogiorno d’Italia in generale. Infrastrutture fatiscenti o inesistenti, PNRR totalmente fallimentare: tutto questo determina una condizione di grande difficoltà e di insicurezza per gli imprenditori agricoli, per gli allevatori, per le aziende zootecniche. E soprattutto per quei giovani che provano a resistere, a insistere nelle realtà aziendali, con tanti sacrifici e tanta voglia di fare. Oggi questo è uno dei temi che stiamo provando ad affrontare, per dare risposte concrete a un disagio sociale, insediativo, economico e culturale sempre più avvertito dalle comunità e soprattutto dai giovani.”

A proposito di PNRR e burocrazia nei tuoi testi e nei tuoi interventi pubblici parli di ritardi “gravissimi” del PNRR nel comparto agricolo meridionale, di digitalizzazione “ferma al palo” e di sburocratizzazione mai arrivata. Qual è l’ostacolo più concreto che oggi sta bloccando le aziende agricole e zootecniche? La responsabilità è da attribuire ai portali pubblici, alle norme sui fitofarmaci, antibiotici, ai rifiuti e all’aumento del gasolio, o qualcos’altro?

“Il PNRR è stato un grande fallimento, il più grande fallimento della Repubblica Italiana. Ma non poteva essere diversamente. Con delle Aree Interne devastate, dei piccoli comuni senza professionalità non c’erano prima, non ci sono adesso, non ci saranno domani. Quando manca il tecnico paesaggista, l’agronomo, il tecnico multimediale, l’esperto di lingue, diventa difficilissimo rispondere alle sollecitazioni dell’UE in merito al Recovery Plan e al Recovery Fund. E’ chiaro che una responsabilità enorme la portano le Regioni. Sbagliato: ormai sono dei califfati. Non lavorano sulla capacità legislativa, sulla condivisione, sul mutuo soccorso, sulla reciprocità, sul principio di sussidiarietà. Sono nate per questo, ma si sono trasformate in enti di pura gestione. E questo crea enorme disagio, non soltanto a chi opera, ma soprattutto a quei giovani che avevano nel PNRR una grande speranza. Poi è altrettanto chiaro che la questione dell’agricoltura italiana e meridionale è complessa e complicata, perché non sono stati fatti i compiti a casa negli anni passati. Non è una faccenda legata solo alle necessità idriche, ma manca una capacità imprenditoriale. Dal produttore al consumatore ci sono passaggi in più che determinano grandi disagi per chi produce e per chi poi acquista il prodotto finale, cioè le famiglie, che pagano un prezzo altissimo. Determinare un prezzo base per i prodotti è fondamentale. E non si può reggere la sfida e la concorrenza mondiale, dove i costi di produzione sono nettamente inferiori in vaste aree del mondo, dove la produzione è in mano a persone di scarso scrupolo, dove non vengono rispettate le minime regole, sia per quanto riguarda la contrattualizzazione dei dipendenti, degli operai, dei lavoratori, sia per l’uso di pesticidi: tutte sostanze che in Europa sono seriamente vietate, mentre nel resto del mondo vengono tranquillamente utilizzate. E questo determina una difficoltà insuperabile. Poi c’è il costo del denaro, l’approvvigionamento delle risorse. Il sistema bancario non favorisce i giovani, non favorisce le giovani imprese, non favorisce lo sviluppo. Perché chiunque si avvicina a uno sportello bancario deve andare con tutto ciò che è il certificato patrimoniale della propria famiglia. E questo è chiaro che è un limite, a volte insormontabile, soprattutto al Sud.”

Riguardo la gestione dei prezzi e dei fondi provenienti da diversi enti, da un lato la tua proposta è per un riconoscimento del prezzo che tenga conto dei costi di produzione, già previsto dalle norme nazionali ed europee, dall’altro non ti trovi in linea con i miliardi di euro di debito pubblico spesi per fare del mondo agricolo un modello europeo, con migliaia di aziende a rischio fallimento. Come si è arrivati a questo paradosso? Quale riflessione sul rischio in agricoltura è ormai “irrinunciabile”?

“L’agricoltura italiana era un’era primaria fondamentale per il Paese. Oggi è ridotta a scioperare per strada, a bloccare il traffico, a scendere in piazza. È l’emblema di un Paese che è al declino, che se non prova a svegliarsi davvero rischia l’impatto finale. Il collasso. Oltretutto con tremila miliardi di debito pubblico è difficile agire e operare. Le nuove norme che l’UE sta costruendo non vanno nella direzione sollecitata dai nostri imprenditori agricoli: vanno nella direzione delle grandi proprietà, dei grandi appezzamenti di terreno. La nostra invece è una ruralità, qualcosa di completamente diverso, che parte dalla qualità, dalla specificità dei prodotti. Tutto questo non è politicamente sostenuto. Il governo è assente, totalmente. Anche perché non ha molte frecce nella propria faretra, avendo devoluto in questi anni all’Europa e alle Regioni funzioni, ruoli e soprattutto capacità di essere presenti sui grandi temi. I governi europei, e quello italiano in particolare, sono praticamente al palo. Poco possono. E quindi le richieste che arrivano dai cittadini e dalle imprese molto spesso sono irricevibili, perché non sono nella condizione di dare le adeguate risposte.”

Ringraziamo Virgilio Caivano per essere stato con noi, per averci raccontato con chiarezza e coraggio quello che sta vivendo il mondo agricolo e meridionale. Il suo è un impegno che viene da lontano, nato dall’ascolto, dalla terra e dalla gente del Sud. Noi ci auguriamo davvero che continui, con la stessa forza e la stessa passione, perché il Sud ha bisogno di voci come la sua: voci che non si arrendono, che denunciano e che svegliano le coscienze.