BARCHE, OVVERO L’ALGORITMO DELLA PAURA. Sergio Batildi

Cosa succede quando la più classica delle metafore letterarie, la barca che affronta il mare aperto, incontra il linguaggio freddo dell’era digitale? La risposta è in “Barche, ovvero l’algoritmo della paura”, uno straordinario testo inedito di Sergio Batildi che conquista immediatamente per l’originalità e la forza del suo messaggio. L’autore con i suoi versi ci invia un invito potente, ci lancia un messaggio chiaro e vitale: vivere significa accettare l’incertezza, accogliere le ferite del percorso e avere il coraggio di esistere al di là di ogni schema.
La vera novità di questa poesia risiede proprio nella scelta di usare termini tecnologici e matematici come “algoritmo”, “sistema” e “programma”. Batildi non lo fa per un semplice gioco di parole ma per dare vita a una metafora completamente nuova e calata nella nostra realtà quotidiana: le sue barche rimangono bloccate da un vero e proprio calcolo matematico.
L’autore usa questo linguaggio moderno per mostrarci il paradosso dei nostri giorni: l’ossessione di voler pianificare e controllare tutto attraverso gli schermi, l’illusione di poter azzerare ogni rischio e imprevisto. Il “sistema” ci convince che una vita senza errori sia una vita sicura, ma Batildi ci sbatte in faccia la verità: una probabilità di affondamento che tende allo zero è solo la garanzia di essersi spenti prima ancora di aver vissuto. Una poesia di disarmante attualità, che si legge d’un fiato e che risuona a lungo dentro chiunque senta ancora il bisogno di salpare.
A mio parere, la forza assoluta di questo testo sta proprio nel far scontrare la poesia con la fredda logica dei dati. Oggi siamo tutti un po’ prigionieri di algoritmi che cercano di eliminare l’imprevisto e ci convincono che restare fermi e protetti sia l’unica scelta intelligente. Credo che l’originalità di Batildi stia nel ricordarci che le ferite della vita non sono errori di sistema da cancellare, ma la prova che abbiamo avuto il coraggio di esistere davvero. È un testo necessario, che ci spinge a spegnere lo schermo, a sfidare i calcoli e a tornare finalmente a navigare nel mare dell’imprevedibile. Grazie Sergio Batildi per aver dato voce a questa nostra invisibile ma attualissima gabbia, e per averci ricordato che il vento, dentro, non si fa calcolare da nessun software.

Giuseppina De Biase

BARCHE, OVVERO L’ALGORITMO DELLA PAURA

Conosco barche
che non hanno mai lasciato il porto,

scafi intatti,
verniciati di prudenza,

con il mare archiviato
fra i pericoli da evitare.

Nessuna onda le ha mai ferite,

nessun vento ha violato
la geometria rassicurante
dei loro ormeggi.

Eppure il sale lavora,
silenzioso,

il ferro si arrende alla ruggine,

il legno dimentica l’acqua
e il tempo,

senza bisogno di tempeste,

porta a termine il suo naufragio.

I cavoni si tendono,
diventano catene,

le catene diventano destino,

finché la barca non ricorda più

se è ancora legata al porto
o se è il porto
a trattenerla dentro di sé.

Il sistema le considera sicure,

la probabilità di affondamento
tende allo zero,

nessuna perdita prevista,

nessun incidente da registrare.

Ma nei loro scafi
qualcosa si è spento

prima ancora di essere accaduto.

Conosco altre barche,

inermi soltanto quando riposano,

che affidano al vento
la parte di sé

che nessun calcolo può prevedere.

Escono ogni giorno,

anche quando il cielo
ha cancellato le istruzioni,

anche quando il mare
restituisce onde più alte
delle loro certezze.

Qualcuna torna ferita,

con le vele strappate,

le fiancate aperte

e il silenzio salato

di chi ha visto quanto è grande
ciò che non può possedere.

Qualcuna non torna.

Il sistema le registra
come perdite irreversibili,

i superstiti le chiamano folli,

i prudenti abbassano gli occhi
e stringono meglio i loro ormeggi.

Ma io continuo a guardare il mare,

perché non so più distinguere
il coraggio dalla necessità,

né la prudenza dalla resa,

quando entrambe imparano
a parlare

con la stessa voce.

Forse non siamo nati
per arrivare da qualche parte,

forse il viaggio non è una destinazione
da inserire nel programma,

ma quel tratto d’acqua
in cui smettiamo di obbedire
alla paura di esistere.

E allora salpo,

senza sapere se tornerò,

senza chiedere al cielo
una garanzia di salvezza.

Perché una barca
non è uno scafo che galleggia,

non è una rotta senza errori,

non è la certezza
di arrivare al prossimo mattino.

Una barca è il mare

che continua a chiamarla
anche quando ha paura.

E io,

finché avrò vento dentro,

non voglio essere
la sicurezza perfetta

di un naufragio mai tentato.

Sergio Batildi