FANTASY ETICO, UN PROGETTO DI “ARTIVISMO” NATO PER PORTARE TEMI SOCIALI TRATTATI SOLO IN CERTE NICCHIE NELLO SCENARIO FANTASY CON IL LINGUAGGIO DEI CARTONI E DEGLI ANIME

Chiara Cocco, digital artist e grafica genovese, nel 2023 ha creato il progetto indipendente “Fantasy Etico”.  Chiara, vegana e anti-specista, è un’attivista per i diritti degli animali e delle persone, e con Fantasy Etico si è impegnata per unire la sua passione per il disegno e l’illustrazione con l’attivismo, realizzando un’arte coerente con i suoi principi e cercando di rendere il mondo più gentile attraverso la diffusione on line e cartacea delle sue immagini. Le produzioni artistiche (pubblicità, arte visiva, cinema, fumetti, anime, cartoni animati) e le loro estetiche da sempre influenzano l’immaginario sociale.

Per Chiara il mondo dell’arte e dello storytelling ha il potere di formare la nostra mente, e lei si sta impegnando per reindirizzarla in senso positivo, sotto il segno della “gentilezza” la parola chiave del suo lavoro creativo. Il fantasy è immaginazione, e immaginando un mondo ideale si può iniziare a realizzarlo.

Ho incontrato Chiara in occasione dell’Alessandria Veg Festival 2026 e l’ho intervistata per dare luce a un progetto di arte indipendente che mette insieme creatività e impegno sociale, occasione per parlare anche di temi sociali di grande attualità come la violenza di genere e l’uso delle IA generative nel mondo dell’arte grafica e dell’associazionismo.

Quando e perché hai pensato di dare vita al progetto “Fantasy Etico”?

Io ho sempre disegnato, la mia prima scelta sarebbe stata da subito quella di fare del disegno e dell’illustrazione la mia professione principale come lo è attualmente, ma per un certo periodo la vita mi ha portato a fare scelte diverse e a cercare una posizione più stabile.

Da quando ho visto alcuni documentari, affrontato certi temi e sono diventata vegana, ho iniziato a pensare che tra le mani avevo uno strumento potentissimo: quello di saper parlare per immagini. Il mio stile poteva avere uno scopo diverso da quello di produrre solo illustrazioni e fumetti.

Per questo nasce “Fantasy Etico”: per dare luce a tanti argomenti trattati solo nelle nicchie, nei circoli, nelle pagine social dedicate, in qualche libro non particolarmente accessibile. Per trattarli con un mezzo artistico e con un linguaggio, quello dei cartoni, degli anime, del gioco di ruolo, accessibile a tutti e in particolare vicino alla mia generazione. In Fantasy Etico cerco di portare la mia visione di come vorrei vedere trattati e rappresentati gli animali, le minoranze, o i gruppi che sono trattati come minoranze, anche se non lo sono: le donne, i gruppi razzializzati, la comunità Lgbt. Ad oggi al riguardo c’è soprattutto molta saggistica, non particolarmente accessibile.

Ti riferisci a una saggistica in senso generale o a pubblicazioni specifiche sul mondo degli anime e del fumetto?

È generale, esistono solo alcune analisi edite da Asterisco Edizioni che trattano di come le donne e la comunità Lgbt sono rappresentate nel fumetto.

Uno degli obbiettivi principali di Fantasy Etico è quello di portare il punto di vista del mondo vegano nel mondo del fantasy e del fumetto. Ci puoi parlare degli Artzine dedicati a questa tematica che quasi nessuno ha affrontato?

Io ho sempre avuto una particolare sensibilità verso gli animali, diventando vegana l’ho solo estesa dagli animali da compagnia a tutti.

In Fantasy Etico mi soffermo molto su questo, perché mi sono resa conto che quando si parla di “intersezionalità” nelle battaglie sociali gli animali sono quelli lasciati un po’ più indietro, perché questo richiede mettere in discussioni molte delle proprie abitudini e delle proprie certezze. Nel mondo fantasy si cavalca, si mangia la selvaggina, è uno scenario con molta dominazione. Per me è importante portare un messaggio di gentilezza, per un equilibrio diverso, dove l’umanità non è al centro dell’universo, ma fa parte di un sistema nel quale siamo tutti uguali, in un contesto di biodiversità anche di specie.

Il secondo Artzine è sui fatti di Sairano, al rifugio “Cuori Liberi” (alcuni maiali furono uccisi per disposizione delle autorità sanitarie durante la cosiddetta emergenza “peste suina” nonostante fossero sani e domiciliati in questo rifugio per “animali da reddito” salvati dall’industria alimentare nonostante fosse un terreno privato e la ferma opposizione di proprietari e attivisti. Sairano è un paese della Lomellina, il fatto risale al settembre 2023, ndr) quando è successo quel fatto, lo trovai talmente travolgente da non pensare ad altro per molti giorni.In realtà all’inizio immaginavo in origine di fare un’altra cosa, ma poi ho scelto di incanalare questo tema dentro Fantasy Etico, per farlo conoscere a persone che altrimenti non sarebbero mai venute a contatto con questo caso, e fare da cassa di risonanza al mio messaggio. Nel mio Artzine parlo dei maiali nello scenario fantasy, e del fatto che nel linguaggio comune “maiale” è usato come insulto.

Io credo che anche nel mondo vegano portare immagini molto forti e disturbanti sugli allevamenti non sia il metodo giusto. Non lo condanno, ma non è il mio metodo, e su di me una comunicazione così aggressiva avrebbe creato non consapevolezza, ma solo maggiore ansia. Io cerco di comunicare con la gentilezza e con un linguaggio entry level, facilitato anche dal fatto che non sono una scrittrice. Prima pensavo che fosse un limite, ora credo che aiuti a far passare i miei messaggi!

Non trovi che anche nella produzione “mainstream” ci sia negli ultimi anni una rappresentazione più positiva dei maiali, per esempio in Peppa Pig?

Peppa Pig è stato molto carina come introduzione a un modo più gentile di vederli. Nella mia infanzia, parlo di 20-30 anni fa, c’era qualche rappresentazione più carina, ma sempre con un fondo macabro dietro, e un lyer di lettura comprensibile solo agli adulti. I Tre Porcellini avevano i salami appesi dietro con la foto del nonno maiale accanto.I documentari che ho visto, in particolare “Cuori Liberi” mi ha aiutato a mettere insieme i pezzi. Si iniziava a scoprire che da questa malattia i suini potevano guarire, si poteva trattare in senso veterinario, invece gli animali sono stati trattati come oggetti e le persone che li difendevano come dei folli. Quando si vede qualcuno che porta idee che mettono in crisi certe regole, è facile vedere prove di forza come questa. Viviamo in un mondo iper-commercializzato, nel quale è quasi impossibile fare un’attività che non sia a pagamento, nel quale non esiste più un contesto sociale di raduno, che non siano circoli o associazioni che hanno una loro sede.Nel terzo Artzine affronto il tema dell’anti specismo nei giochi di ruolo, e cerco di rappresentare locande con piatti vegani.

Sulle rappresentazioni dei maiali stai lavorando a un nuovo progetto, un fumetto. Ce ne potresti parlare?

Il mio nuovo progetto parla di “maialini magici” ed è ispirato ai “My Little Pony” degli anni Novanta e alle loro versioni più recenti. L’obbiettivo è portare l’attenzione sugli “animali da reddito” più bistrattati di tutti. I maiali sono animali rosa, dolcissimi, il rosa piace molto ai bambini, è incredibile vedere come siano così bistrattati. Eppure, nel linguaggio comune, come in quello del cinema e del romanzo, la parola “maiale” è usata come insulto. Con questo progetto, io mi sono proposta di provare a ridargli dignità in maniera giocosa, ispirandomi alle tante creature magiche che popolano lo scenario fantasy. È un progetto dalla grafica ancora piuttosto semplice, perché è il mio lavoro d’esordio nel fumetto. Ma spero proprio che non sarà l’unico che farò!

Puoi parlarci del tuo quarto Artzine, dedicato alla rappresentazione delle donne nel mondo del fumetto e degli anime e al rapporto tra il femminismo e il mondo fantasy?

Il quarto Artzine affronta il tema delle donne nello scenario fantasy, e nasce dopo una call out, quando alcune iniziarono a denunciare situazioni pesanti sui social in gruppi e community di videogame, parlando di player di gioco on line che nelle chat si rifacevano a dinamiche di potere molto maschiliste, nelle quali le identità femminili venivano sminuite e derise in ogni modo. Queste ragazze hanno fatto un gruppo per portarle alla luce. Negli spazi virtuali come quello del gaming si porta dentro il maschilismo, quello che si è interiorizzato all’esterno, facendo una selezione tra persone di serie a e persone di serie b.

Nel mondo fantasy, sia nel disegno e nel fumetto che nei romanzi, la donna è il premio, è “oggettificata” o comunque non è forte come il protagonista uomo. Anche nella comunità degli anime del Giappone questo aspetto è fortissimo, soprattutto nella gamma dei combattenti. Ci sono però anche dei manga femministi, come Sailor Moon, che ha portato all’attenzione le sue cinque eroine, aprendo la strada a un nuovo approccio femminista nel mondo dei manga.

Il messaggio che io voglio dare con i miei Artzine è: “fateci caso, fate attenzione a quello che scrivete o leggete”.

Le rappresentazioni dello scenario fantasy e del fumetto sono uno specchio di quelle della realtà sociale o secondo te sono diverse, in meglio o in peggio?

Secondo me sono uno specchio, nello scritto e nell’immagine si possono leggere in maniera critica le situazioni tossiche, ad esempio un contesto maschilista o sessista sul lavoro, se ci sei dentro è difficile avere la sensibilità giusta per accorgersene. Il disegno e la narrazione possono aiutare in questo. Dungeons and Dragons, ad esempio, è molto maschilista come gioco, chi lo ha ideato aveva una visione maschilista e biancocentrica, sembra una “scoperta dell’America” nella quale erano i cowboy della situazione, rivestiti in abiti medioevali.

Oggi molti parlano di una “femminilizzazione” della società, nel senso che i valori della gentilezza e della cooperazione sociale sarebbero oggi prevalenti su quelli considerati tradizionalmente “maschili” ovvero quelli del conflitto e della competizione. Qual è la tua opinione in merito?

Il femminismo credo possa essere positivo e liberatorio anche per gli uomini. Dover sempre interpretare figure dominanti delle donne, degli animali, delle persone di condizione sociale inferiore, è estenuante per la propria identità.

Anche molte donne hanno interiorizzato il maschilismo, ma per tanti uomini è qualcosa di intrinseco che li caratterizza, capire che si può trovare valore nella gentilezza è molto difficile. Siamo circondati da uno scenario culturale che nella pubblicità, nelle narrazioni, in ambito familiare esalta continuamente la competizione e il successo…

Ci sono delle “bolle” dove si è diffusa una forma di “gentilezza”, ad esempio, in ambito educativo con il metodo Montessori attento alle esigenze dei bambini: Ma non è una tendenza così estesa da essere un fatto culturale significativo, e io credo che oggi molti cerchino di demonizzarla prima che diventi incontrollabile. Gentilezza, inclusione, valori sociali sono poi a volte oggetto di “washing” capitalistico. Le aziende che dicono “noi crediamo nell’inclusione e mettiamo le persone al primo posto” sono spesso le prime a non farlo affatto. È una forma di washing sociale.

Negli ultimi anni si parla molto di più dei femminicidi e della violenza di genere. Per alcuni è un retaggio della società patriarcale del passato, per altri un prodotto della società post-moderna liquida e fluida. Qual è la tua opinione in merito?

Io credo che sia necessario puntare sull’educazione affettiva, perché questo vedere sempre chi è super        iore e chi è inferiore, chi è soggetto e chi è oggetto, è frequente anche nelle dinamiche relazionali personali.

Io penso che tutto questo ci sia sempre stato, e che oggi viene semplicemente più raccontato, perché oggi alcuni diritti che, come donne e come società nel suo complesso, sembravano acquisiti sono a rischio, sentiamo che si può retrocedere, e sarebbe qualcosa di terribile. Una volta la violenza di genere, la violenza domestica, era meno raccontata perché c’era molta omertà ed era considerata come normale.

Oggi ci vogliamo rappresentare come una società tecnologicamente avanzata, ma poi non riusciamo a guardare al fatto che troviamo qualsiasi giustificazione per spiegare un fatto chiarissimo, che una persona uccide un’altra perché la vede come inferiore, come un suo possesso, e l’ha uccisa per impedirle di essere libera. Come società non riusciamo a guardare in faccia a qualcosa di così lampante.

Lo stand di Fantasy Etico a Alessandria Veg Festival

Puoi parlarci del quinto Artzine, incentrato sulla questione del personaggio e sulla rappresentazione della transessualità nel mondo fantasy?

Il quinto Artzine parla dei personaggi, di come possiamo rappresentare male le categorie marginalizzate o discriminate anche quando vogliamo metterle in buona luce. È successo spesso, un grande errore è non interfacciarsi direttamente con le comunità rappresentate. Per questo ho voluto “passare il microfono” a Joy, che può raccontare meglio di me la comunità trans a partire dalla sua esperienza. Nel suo articolo si dice chiaramente che non è necessario far parte di un gruppo o di una comunità per raccontarlo, ma che si deve ascoltare, chiedere, interessarsi, parlare con le persone.

Il rischio è quello di fare la gaffe di molti horror movie, che inseriscono il personaggio nero per farlo morire male dopo pochi minuti. Per la rappresentazione della comunità trans, andrebbe evitato usare frasi come “era un uomo, era una donna” solo per creare un contesto scandalistico, o usare il “dead name” il nome che una persona ha scelto di abbandonare, accade spesso, a volte solo per ignoranza, a volte per la precisa volontà di sminuire e demonizzare.

Il discorso sulla costruzione dei personaggi su questo tema è fondamentale. Se si ha un dubbio basta chiedere, mandare un messaggio, le associazioni, le persone esistono.

Il sesto Artzine di “Fantasy Etico” parla dell’identità e dell’orientamento di genere nelle creazioni dei personaggi. Ce ne puoi parlare?

Nel sesto numero ho chiuso il progetto su come strutturare i personaggi in modo più gentile e più etico. Sulla base dell’esperienza di volontariato che ho fatto in Arcigay, mi sono accorta che le comunicazioni e le informative arrivano solo a chi di suo fa parte della comunità o vuole comunque dare un suo contributo alla stessa. Io sono voluta andare oltre, dimostrare che troppo spesso creiamo ancora i personaggi in modo piatto, vediamo la vita in modo piatto, creiamo dei limiti e dei modelli che ci rendono infelici. Io sono voluta andare oltre e ho iniziato a ragionare sugli archetipi invece che sugli stereotipi, sembra un gioco di parole, ma non lo è. I personaggi sono spesso molto piatti sia come identità che, come orientamento, vediamo quasi sempre un maschile iper-maschilizzato e un femminile iper-femminilizzato.

In questo Artzine ho cercato di creare uno schema per orientarsi nella costruzione dei personaggi, ispirandomi a quanto appreso in associazione, ma riletto nell’ottica del fantasy. Io credo che allenarci a costruire personaggi più complessi possa aiutarci a capire il mondo: il mio target è quello degli adulti o dei giovani dall’adolescenza in poi, e voglio trasmettere l’idea che si possa continuare a imparare giocando. Nella costruzione dei personaggi del fantasy credo si debba tenere conto di quattro fattori: l’identità di genere, ovvero come ti senti nel profondo, l’espressione di genere, come ti vesti e ti proponi all’esterno o il tono di voce, l’attrazione fisica e l’attrazione romantica, che non sempre sono coincidenti.

Nel senso comune “eterosessuale” e “omosessuale” sono due categorie percepite come uno spartiacque definitivo, invece siamo tutti molto più complessi di così.

Il binarismo dominante nella rappresentazione del maschile e del femminile a mio avviso fa soffrire le persone più fluide, che non si riconoscono in quei modelli stereotipati. E così le persone omosessuali, bisessuali, pansessuali, tutti coloro che non si riconoscono in quelle rappresentazioni stereotipate dalle quali siamo inondati. Nella pubblicità siamo bombardati dalle immagini di coppie etero da “Mulino Bianco”. Pensa alle pubblicità dei mobilifici: lui e lei, giovani, belli e perfetti, con figli perfetti!

Il nuovo Artzine tratta il tema delle identità di genere nello scenario fantasy per contribuire alla decostruzione di certi modelli. Un altro tema è quello dell’abilismo, nell’universo fantasy solo il personaggio “abile” non solo con una certa massa muscolare, ma anche con tutte le facoltà sensoriali piene, può oggi essere protagonista del racconto. Senza il cavaliere che salta da cavallo, nello scenario fantasy non c’è la storia.

A volte ci sono personaggi ad esempio ciechi o senza una gamba, ma spesso è proprio l’intervento della protesi a riportarli al centro della storia. In alcuni saggi che ho letto di recente, l’autrice fa notare come la rimozione delle barriere architettoniche sia iniziata solo con il ritorno dei reduci di guerra in America, ma le persone con disabilità motoria c’erano anche prima. Avere uno sguardo non abilista è difficilissimo, come è difficile in generale accettare le persone per come sono.

Il progetto Fantasy Etico diventerà un volume unico, un libro?

Si, perché mi sono resa conto che l’uscita a puntate indipendenti richiede una continuità di supporto economico che non sempre c’è e produce una dispersione dei temi. Un volume unico permetterà a chi vuole approfondire e informarsi di avere ogni argomento a disposizione in modo completo.

Nel nuovo Artzine proponi un “wokemetro” per analizzare i contenuti artistici di letteratura, fumetto, serie tv, film, romanzi. Il termine “woke” che in origine ha l’accezione positiva di “sveglio, consapevole” oggi è nel discorso corrente percepito da molti come negativo. Nel creare il “wokemetro” tu intendevi attenerti al significato originale o mettere in evidenza questo rovesciamento che è stato operato da alcuni ambienti politici e culturali come l’estrema destra e la cosiddetta “manosfera”?

Io ho usato il termine in tempi non sospetti nell’accezione positiva originaria. Essere “woke” significa per me essere svegli e consapevoli che tutti i sistemi sociali producono situazioni di oppressione, ho usato il termine in senso molto politico. Visto che con “woke” si intendono oggi diverse realtà come il femminismo, la comunità Lgbt e vari tipi di lotte sociali, ho pensato restando nella dimensione del gioco di creare uno strumento nel quale chi ha di fronte un film o un romanzo abbia la possibilità di “misurare” quanto è femminista, antirazzista, antispecista, quale è la rappresentazione delle donne e delle persone Lgbtqa+, contro guerra e oppressione…Il rovesciamento del termine “woke” è significativo perché la politica per attaccare queste lotte sociali e culturali usa le armi della demonizzazione e della ridicolizzazione, che sono in fondo le stesse armi dei bulli, che cercano di farti sentire sbagliato e inadeguato. Purtroppo, credo sia stato rovesciato con successo, anche perché in un paese nel quale il livello di scolarizzazione e alfabetizzazione è inadeguato non si è abituati ad esempio ad andare in biblioteca e ad informarsi, ma si preferisce il passaparola, fisico o virtuale, che favorisce la formazione di dicerie, stereotipi e leggende metropolitane. Oggi molta della comunicazione della destra populista su questi argomenti passa anche sui social, dove fa molta presa sulle nuove generazioni. Credo che la situazione non potrà che peggiorare, stanno uscendo tantissimi gruppi su Telegram e altri social sull’abuso virtuale (come il gruppo “Mia moglie”) e anche fisico sulle donne. Non è più un problema solo degli Stati Uniti dove è nata la subcultura della redpill, ormai è estesa a tutta Europa.

Un altro tema che hai trattato con molta frequenza sui tuoi canali social è quello delle IA generative e del loro uso da parte delle associazioni culturali e di volontariato. Puoi parlarci di questo tema molto attuale?

Negli ultimi anni ho notato un elevato uso delle IA generative da parte di associazioni antispeciste, anche quelle molto famose, per i diritti delle donne e della comunità Lgbt. Ho fatto spesso notare questo con vari media, dal messaggio al commento all’intervento di persona nelle riunioni di una delle associazioni di cui faccio parte, ricevendo poca attenzione. Come artista ho come molti altri una buona alfabetizzazione digitale, il problema non è la tecnologia, ma chi la gestisce, e tutte le aziende che propongono piattaforme di IA generative appartengono a oligarchi della Silicon Valley o comunque guadagnano sui dati degli utenti. L’utente che difende le IA non ha chiaro il valore commerciale enorme dei dati, grazie al quale con le informazioni possono venderti qualcosa o manipolare le tue posizioni politiche. Nello specifico del lavoro, le IA generative sono state addestrate “rubando” il lavoro postato sulle piattaforme social da artisti e creativi senza nessun rispetto del copyright. Se il mondo del lavoro spesso non possiamo controllarlo, mi sarei aspettata che almeno il mondo del volontariato e dell’attivismo mettesse le persone al centro delle sfide che siamo chiamati ad affrontare. Mi fa molto male non essere ascoltata su questo e sentire che si usano le IA per risparmiare tempo e soldi. Ci sono artisti e professionisti della grafica che sono pronti a offrire gratis il proprio lavoro per una causa, se non possono contribuire economicamente possono curare la comunicazione social, la locandina, la grafica di un evento. Ci sono artiste e grafiche che si propongono di collaborare gratuitamente per una strategia personale, creare un portfolio e una rete di contatti, o per pura bontà se sono già affermate. Essere fuori da tutto questo procura a chi fa un lavoro artistico un danno economico, in termini di rimborsi spese e visibilità, ma anche un danno d’immagine. Inondando il mondo di immagini IA si rafforzerà l’idea che quello degli artisti sia un lavoro inutile o che non sia “un vero lavoro” come si tende a pensare in Italia, un danno anche emotivo per chi investe tutto nel lavoro artistico e se non è privilegiato mette in conto che per un periodo avrà sicuramente difficoltà a mantenersi economicamente.

Io credo che le associazioni e il mondo del volontariato dovrebbero mettere le persone al centro, creare una comunità anche nei fatti e non solo a parole, unire le competenze, le prospettive e le visioni di ognuno con l’obbiettivo di creare una visione corale.

                                               Andrea Macciò