La poesia “Il canto irrequieto del meriggio autunno” di Francesca Giordano, valida autrice e collaboratrice di Alessandria Post e ItalianNewsPost, è una lirica breve ma densamente evocativa, costruita attraverso immagini, profumi e mutamenti atmosferici. L’autunno non viene semplicemente descritto: diventa uno spazio interiore nel quale il paesaggio e il sentimento sembrano confondersi. La terra umida, il cielo che si intorbida, i cerri, la pioggia, i tetti dei paesi e infine quei “becchi da sfamare” costruiscono una scena nella quale la natura non è immobile, ma attraversata da una sottile inquietudine. È proprio questa tensione a dare significato al titolo: il meriggio autunnale possiede un canto, ma non è un canto pacificato; è irrequieto, come lo sono i pensieri e i sogni dell’essere umano.
Pier Carlo Lava
La poesia
Il canto irrequieto del meriggio autunno
di Francesca Giordano
Cunicoli sono i miei sogni
odori speziati
di terra umida
il cielo si intorbida
i cerri coprono,
il colore stanco della terra
gli odori speziati
l’odore della pioggia
si terge co vento
i cerri coprono,
i tetti imbruniti
di spogli Paesi
il Canto irrequieto
di becchi da sfamare.
Quei “cunicoli” nei quali entrano i sogni
L’immagine che apre la poesia è probabilmente anche quella che fornisce la chiave per interpretarla: “Cunicoli sono i miei sogni”. Francesca Giordano non paragona i sogni a spazi aperti, luminosi o infiniti, come spesso accade nella poesia, ma a cunicoli. Sono passaggi stretti, sotterranei, misteriosi, nei quali si procede senza conoscere esattamente ciò che troveremo. Il sogno diventa così esplorazione dell’interiorità, viaggio in qualcosa che appartiene alla persona ma che, nello stesso tempo, continua a sfuggirle. Subito dopo, però, la dimensione interiore si apre al mondo esterno attraverso l’olfatto: arrivano gli “odori speziati / di terra umida”. È una scelta interessante perché l’autunno viene percepito prima ancora di essere osservato. Non è soltanto colore: è odore, umidità, materia.
Il cielo progressivamente “si intorbida” e i cerri entrano due volte nella composizione attraverso la ripetizione di “i cerri coprono”. Quella ripetizione produce quasi un movimento circolare e contribuisce alla sensazione di un paesaggio che lentamente si richiude su se stesso. La terra ha un “colore stanco”, espressione particolarmente efficace perché trasferisce alla natura una condizione tipicamente umana. Non è semplicemente una terra scura o autunnale: è una terra affaticata, che sembra avere attraversato la lunga stagione della luce e del caldo e ora si prepara al riposo.
Anche la pioggia viene percepita attraverso l’odore e il vento interviene a modificare continuamente la scena. Non c’è immobilità. Tutto si muove, cambia, si oscura. Ed è forse questa una delle caratteristiche più riuscite della poesia: Francesca Giordano non costruisce l’autunno attraverso una fotografia, ma attraverso una successione di sensazioni.
Dai sogni alla necessità della vita
Nella parte conclusiva compaiono i “tetti imbruniti / di spogli Paesi”. Il paesaggio diventa improvvisamente anche umano. Possiamo immaginare piccoli centri immersi nella stagione che avanza, tetti sotto un cielo sempre più scuro, paesi quasi svuotati e silenziosi. L’aggettivo “spogli” può riferirsi idealmente tanto alla natura quanto ai luoghi dell’uomo: l’autunno toglie progressivamente foglie e colori, mentre alcuni piccoli paesi sembrano perdere abitanti, rumori e movimento.
Poi arriva l’immagine conclusiva, “il Canto irrequieto / di becchi da sfamare”, che cambia ancora una volta la prospettiva. Dopo il sogno, gli odori, la terra e il cielo, irrompe una necessità elementare: vivere significa anche cercare nutrimento. Quei becchi possono essere quelli degli uccelli che attraversano il paesaggio autunnale, ma acquistano nel contesto della poesia una forza simbolica più ampia. La natura non contempla semplicemente la propria bellezza: lotta quotidianamente per continuare a vivere.
Ed è significativo che Francesca Giordano scelga la parola “canto”. Potrebbe esserci silenzio in questi paesi spogli e sotto questo cielo intorbidito; invece qualcosa continua a cantare. È però un canto “irrequieto”, perché la vita stessa non conosce una quiete definitiva: cerca, attende, teme, desidera, ha fame.
La lirica possiede inoltre alcuni elementi che appartengono a una lunga tradizione della poesia italiana, nella quale il paesaggio può diventare specchio o correlativo di una condizione interiore. Non significa stabilire una derivazione diretta, ma riconoscere come terra, vento, alberi e meriggio possano trasformarsi da semplici elementi naturali in strumenti attraverso i quali parlare dell’esistenza. È un procedimento che attraversa molta poesia novecentesca, anche se con linguaggi e risultati profondamente differenti. Erprofessor
Un autunno che parla dell’uomo
“Il canto irrequieto del meriggio autunno” funziona proprio perché non cerca di spiegare tutto. Francesca Giordano lascia che siano le immagini a suggerire significati e sensazioni. I cunicoli dei sogni conducono alla terra, la terra conduce alla pioggia, la pioggia al vento, gli alberi ai tetti dei paesi e infine il paesaggio conduce alla vita animale e alla sua necessità primaria.
Ne emerge un autunno lontano dall’immagine semplicemente romantica delle foglie colorate. È un autunno fisico, odoroso, umido e inquieto, nel quale la bellezza convive con la stanchezza della terra e con la necessità di sopravvivere.
Ed è forse proprio in quei “becchi da sfamare” che la poesia trova la propria conclusione più umana. Tutti, in forme diverse, abbiamo qualcosa da sfamare: il corpo, certamente, ma anche i desideri, gli affetti, la memoria, la curiosità e quei sogni che Francesca Giordano, fin dal primo verso, immagina come cunicoli nei quali continuiamo a inoltrarci.
L’autunno diventa allora qualcosa di più di una stagione. È il tempo della trasformazione, il momento nel quale ciò che sembrava immobile cambia colore e ciò che appariva pieno comincia a spogliarsi. Eppure, sotto un cielo che si intorbida e sopra una terra stanca, il canto continua. Irrequieto, fragile, necessario. Come la vita.
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Francesca Giordano racconta un autunno inquieto e sensoriale, tra sogni, terra umida, pioggia, paesi spogli e quel canto della vita che continua nonostante il mutare delle stagioni.
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Immagine realizzata con Intelligenza Artificiale, ispirata alla poesia di Francesca Giordano.