
C’è una forma di vigliaccheria istituzionale che supera persino la brutalità della guerra: quella dei ministri in giacca e cravatta che pretendono di cancellare la realtà cancellando chi la racconta.
Alla Mostra del Cinema di Venezia è stato presentato NAZA, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor (già registi di No Other Land) che svela il gelido ingranaggio matematico con cui l’esercito israeliano calcola e autorizza le “vittime collaterali” a Gaza — le Naza, appunto. Di fronte a questa denuncia, sostenuta da inchieste giornalistiche e testimonianze dirette, la reazione del ministro della Cultura israeliano Miki Zohar non è stata quella di rispondere nel merito o di riflettere sulla devastazione. No, Zohar ha chiesto ufficialmente di revocare la cittadinanza ai due registi, bollandoli come traditori.
A Miki Zohar vada quindi un chiarissimo e meritato: ma vaffanculo.
Vaffanculo per l’ipocrisia di chi scambia la lealtà verso uno Stato con l’obbedienza cieca al massacro di oltre 70.000 persone. Vaffanculo per chi pensa che la cittadinanza sia un premio da concedere solo a chi chiude gli occhi davanti ai crimini del proprio governo. E vaffanculo per l’ossessione censoria di chi, non potendo confutare le immagini dei bombardamenti e dei civili sacrificati a decine per un singolo obiettivo, prova a distruggere la vita di chi quelle immagini le porta davanti agli occhi del mondo.
L’arte e il giornalismo d’inchiesta servono esattamente a questo: a rompere il silenzio comodo in cui i governi commettono le proprie atrocità. Se un documentario fa tremare le poltrone del potere al punto da spingerlo alle minacce di esilio e revoca dei diritti civili, significa che NAZA ha colto esattamente nel segno. Zohar può continuare a strepitare quanto vuole; la verità resta sullo schermo e nella storia, mentre il suo autoritarismo da quattro soldi finisce dove merita.
Sergio Batildi.
“Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a esclusivo scopo illustrativo. Non rappresenta necessariamente persone, luoghi o fatti reali.”
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