Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a esclusivo scopo illustrativo
LA LEGGENDA DEL DIO PESCATORE
IL DUCA DI SALINELLA
sesta ed ultima puntata.
— Acchiano’ ieri sera sul tardi, un cinquantino. — cominciò il barbiere, — Ho il sonno tanticchia leggero, m’addormento subito ma poi riapro gl’occhi e non c’è verso di ripigliare sonno. Venni a guardare la strada per distrarmi. Macché, mi fissai su un uomo che in quel momento passava dall’altro lato della strada. Sembrava di passaggio, ma poi si fermò davanti al portone e cogl’occhi talio’ il balcone. I mutandoni non c’erano, perciò la picciotta non era, come dire, impegnata . E lo volete sapere chi era?– poi chiese al duca. — E che vi posso dire? Portava il tricorno alla malandrina, calato sugl’occhi e pure la testa teneva abbassata, però lo conobbi chi era! –. In quel momento passò dall’altro lato della barberia una picciotta che non sfuggì allo sguardo di don Procopio Ballaccheri. Egli in un lampo si drizzò sulla schiena, lisciandosi i capelli e lasciando sospesa la conversazione, mentre la picciotta trotterellava tranquillamente per la sua strada senza manco taliarlo. — E cu era stu cinquantino? — spiò il duca per distoglierlo dalla femmina. Aspettava di sentire il nome e teneva bene aperte l’orecchie, anche se dalla strada passavano continuamente carri, picciotti a dorso di muli e d’asini, e pure qualche femmina che camminava dritta e tranquilla, passo dopo passo, sanz’alzare gl’occhi dalle basole. — Il barone Aligio Magnolfo Franzanava! — poi disse quando levò gl’occhi dalla picciotta. — Fu lui ad acchianare le scale. E quand’uscì mezz’ora dopo, com’era cangiato! Camminava tastando ogni muro quasi avesse paura di cascare! Era buio e non ho potuto vederlo bene, ma pareva scantato! Non era manco capace di stare dritto, abbatteva di qua e di là. La visita alla picciotta gl’ha fatto più male che bene, era tutto sciroccato. Volevo aiutarlo, ma voscenza sapi come non m’ammisco nelle cose degl’altri. Ho visto tutto con quest’occhi e lo posso anche giurare! –.
— Ma che minchiate state dicendo, mastro Ballaccheri? Questa minchiata è più grossa dell’altra, quella del cerusico che non ci fa niente alle femmine! –.
Quel nome aveva ricordato al duca una vecchia storia della quale tanto si era parlato ad Ibla e nel resto dell’isola. Ora accumunato alla picciotta fu come sentire la bestemmia d’un carrettiere nel giorno della festa del patrono, una cannonata sparata a pochi passi. Com’era possibile? — E chi ci vinni a fari u baruni? — poi spiò cogl’occhi addosso al barbiere, per accertarsi che non fosse un’altra delle sue babbiate. — Era proprio lui!, don Aligio Magnolfo Franzanava — rimarcò il barbiere portandosi una mano sul petto, il suo modo di giurare. — U castrato? — disse Geramia Mangiagli alle loro spalle.
Quella del barone era una storia che risaliva al tempo della sua giovinezza. Aveva fatto molto rumore nelle marinerie dell’isola. La notizia della sconfitta era stata accolta dapprima con cautela, infine con rassegnazione. In uno scontro navale il brigantino al comando del giovane ufficiale aveva avuto la peggio contro due galee barbaresche. Chi non fu ucciso in combattimento annegò. I pochi superstiti furono fatti prigionieri andando incontro ad una sorte risaputa, venduti come schiavi nei mercati della terra del Califfo. Il barone invece, fu messo prima all’ingrasso, poi privato della mascolinità divenne eunuco nell’harem del pascià Raid-el-Rhenza’, prima d’essere riscattato dalla famiglia con una grossa somma di denaro. Il duca rimase in silenzio, non domandò altro. Che storia triste! Sapeva come il desiderio d’una femmina continui a sopravvivere, a rimanere attaccato addosso, e picchia!, picchia nella testa senza giungere a nulla di concreto. L’organo in questione è morto. Nel caso del barone poi, manco c’era più! — E adesso, chi c’è con la picciotta? –. Se il barone era andato via durante la notte, qualche altro ne aveva preso il posto se ora i mutandoni sventolavano sul balcone. — Ma voscenza stamattina venne solo per chiacchierare? Oppure per la barba, per la parrucca o che altro? — gli domandò il barbiere con una mala taliata. — Per un salasso — disse lui con un sospiro, contento di cambiare discorso. Non voleva più sentirne parlare, quella sconfitta gli coceva come fosse stata la sua, e la sorte toccata al barone l’aveva fatto rabbrividire quando nel Mare africano avvistava in lontananza uno sciabecco con la mezzaluna. Con quale rabbia ordinava d’aprire il fuoco ruminando quella storia e pure col pensiero di morire lontano da quell’ammasso di case di pietre e timpa, la città del martorio. A questo punto, la storia dei mutandoni e quell’altra del castrato passarono in secondo piano, non ebbero seguito. Nei giorni appresso al salasso, il duca si attenne scrupolosamente ai consigli del cerusico. Sentiva d’avere il sangue guasto e la necessità di riposare. Ma nemmeno nelle notti in cui sembrava dormire, dormiva. Alla fine, non finse più di dormire e con gl’occhi aperti aspettava il primo canto dei galli. Un mattino s’alzò dal letto per avvicinarsi alla vetrata a spiare le bancarelle del mercato settimanale, poi le facce rabbuiate dei mercanti e quelle infiacchite della gente, e quando il sole prese vigore, quelle delle ricamatrici del portico. Tante volte le aveva viste ricamare abitini per gl’orfanelli, mai con l’euforia di quel mattino.
Che beatitudine vederle piene di giovinezza mentre filavano, ricamavano e cucivano adagio adagio. Loro sapevano d’essere spiate dal duca, e si scioglievano muovendosi un poco sulle sedie spingendosi a mostrare, come per caso, la caviglia o l’incavo bianco dei seni abbassandosi a pigliare lo spillone lasciato cadere a posta. Filavano in crocchio tutte vicine, alcune col fuso in mano, altre arrotolando le matasse, ma tutte intente ad accendere la passione al duca. Lui li spiava in silenzio sentendosi derubato del tempo che trascorreva nel letto ad assecondare il cerusico di Porta dei sospiri, la cui unica vocazione era sparare minchiate. La gente prendeva per buona ogni sua parola e l’ascoltava col proposito d’ubbidirgli, per loro contava più del Re e lo tenevano in grande considerazione. Manco lo guardavano in faccia, ma cogl’occhi sul piancito come avessero davanti l’arcangelo Gabriele nel giorno dell’Annunciazione, pallidi pallidi. Quello che non convinceva il duca, era la sua medicina, la stessa per tutti e per tutti allo stesso modo! Come faceva a curare alla stessa maniera un contadino, uno spaccapietre, un nobile?, senza tenere conto dello stato anagrafico e del loro censo? Al solo pensarci gli saliva il veleno aggrumato nella bocca dell’anima! E quell’altro che gl’era d’accordo anche lui, che altro non faceva, solo omelie dal pulpito, il prevosto di San Nicola, grassoccio e pelato, che in mezzo a tutta quella miseria, “Tutti gl’uomini sono uguali! — tuonava col vocione d’un cavaliere dell’Apocalisse. Ma come faceva il duca a sentirsi uguale ad un suo servo che pisciava negl’angoli del cortile e mangiava come una bestia? Che rispondeva con un grugnito, come un animale che solo il battesimo aveva fatto cristiano! Però, quel mattino la taliata alle ricamatrici del portico gli procurò più giovamento della medicina che lo speziale gl’aveva preparato ed il cui odore e sapore era uguale uguale agl’intrugli delle majare ch’abitavano nel quartiere dei poveri, dall’altro lato della città. Erano tutti d’accordo a spillare qualche onza dalle mani tremanti della povera gente, che infelici nei campi faticavano come bestie sotto il sole d’estate ed il freddo d’inverno per un tarì al giorno che neanche bastava per il pane! Il duca cacciò questi pensieri, meglio guardare le ricamatrici. Era questa una medicina senza controindicazioni che solitamente si manifestavano durante le ore notturne, quando il chiostro, giusto in quelle ore, restava deserto. Una mattina fu preso dalla frenesia di consultare i libri dello studio, abbandonati da quando aveva preso l’abitudine di frequentare la casa d’Ariguccia Buonadonna, per trovare i versi da recitare alle ricamatrici del portico il giorno in cui la febbre dell’amore lo avrebbe allontanato dall’ubbidire agli spropositi del cerusico. Quando ebbe letto ogni libro, incaricò Geremia Mangiagli d’acquistarne di nuovi dagl’ambulanti che li tenevano nascosti sotto le bancarelle. Troppo preziosi erano per tenerli alla luce del sole. Il maestro di casa si strinse nelle spalle e se n’andò a cercarli, non oso’ nemmeno contraddirlo. Il padrone recitava poesie d’amore come non dovesse finire mai!
A sentirlo, le criate spalancavano gl’occhi e lo guardavano frastornate, vedendolo affaccendato sopra i libri senza nessun altro interesse che ripetere fitto fitto parole astruse ed incomprensibili alle loro orecchie. Invece con la testa correva non tanto lontano, alle ricamatrici del portico, dabbasso alla finestra, immaginando ogni loro gesto come una festa dei sensi. Ah!, come fremeva tutto! Ogni rima che leggeva gli restava in testa, come ad un bambino le parole. Incominciava all’alba al primo canto dei galli e finiva al tramonto quando l’oscurità ingoiava la luce e nel cielo si scorgevano le prime stelle. — Imbroccò una mala strada! — dicevano servi e criate. Geremia Mangiagli era lesto a richiamarli all’ordine ed al rispetto, saltellando come un grillo in una chiusa bruciata dal fuoco, imprecando contro la malasorte che lo costringeva a vardare il padrone perché, col vizio ch’aveva d’imbarcarsi dietro alle femmine, che poi non ci finiva mai a cavalcioni, non finisse dentro qualche brutta storia. Dall’uscio accostato lo teneva d’occhio mentre declamava lunghi versi che alle sue orecchie risuonavano tanto inutili quanto inconcludenti, ché le femmine le guardava solo cogl’occhi, a cominciare dalle ricamatrici del portico ch’ogni giorno si scialavano a babbiarlo! Gl’andava dietro di qua e di là per tutto il palazzo, seguendolo come una cane da ferma, bianco in viso per la raggia ma persuaso di fare il suo bene. Dal chiostro, le picciotte gli sgranavano gl’occhi mentre lui ripassava a mente le rime, fino a sera, il momento in cui lasciavano sedie e banchetti per sgaiottolare fuori dal convento. Alcune impregnate d’acqualanfa se n’andavano pei vicoli dietro Porta dei saccari per arrivare a casa d’Ariguccia Buonadonna. Entravano dal retro e dopo, forse per necessità e bisogno, si lasciavano rotolare tra gli scricchiolii del letto a trabacca, nel silenzio del quartiere addormentato nel sonno.
Un mattino in cui il vento degl’Iblei soffiava sulla Città del martorio smuovendo l’afa di fine agosto, don Galileo Filippo Della Conciara si presentò con la sua canna da passeggio alle ricamatrici del portico per sciorinare i versi imparati a memoria durante quelle giornate d’ozio forzato. Era così buffo da sembrare un guitto in cerca d’una compagnia teatrale. Le picciotte nel vederlo così conciato, con la faccia tirata e seria e con in testa la bianca parrucca coi riccioli attorcigliati, scoppiarono a ridere, parandosi la bocca con le mani, e coi seni traballanti come l’ondeggio di un’onda.
— Ma voscenza chi vinni a fari? Chi voli? Vinni pi babbiare? –. Tuttavia, senza la volontà d’umiliarlo, per questo ci pensava già da sé. Lui preso dalla foga diede inizio alla recita dei versi scritti nelle notti d’insonnia in cui aveva bruciato d’amore. — Chi si misi na testa? -. Una gl’ando’ vicina mostrandogli il petto. — A voscenza ci piace? Ci piace? Volete toccarlo? — poi gli disse con la voce tanticchia acerba, la stessa ch’avevano le signorine di casa Ariguccia Buonadonna, quando stavano sedute in crocchio a farsi guardare dagl’uomini. Lui restò a guardarla con tanto d’occhi, pallido pallido, mentre sentiva l’altre cianciare e ridere. Soltanto una se ne stava in disparte. — E lasciatelo in pace! Non lo vedete? È un vecchio! –. Al duca, nel sentirla, gli mancò la parola e la voglia di recitare poesie. Si girò di spalle e se n’andò, in tempo per non farsi pigliare dallo sconforto, scotendo la canna da passeggio ed ignorando le risate alle sue spalle. La sera poi, gli portò altre malinconie. Immobile davanti alla finestra fissò le stelle. Facevano del cielo un lenzuolo tarlato. Le cupole, le chiese ed i conventi parevano assediare la Città del martorio. Così tanti!, e così inutili! — Tutto è senza testa, ne’ coda — poi disse col cuore stretto. E tornò a pensare al Mare africano, al suo vascello che fendeva l’onde, e lui sulla tolda ammirato e riverito. Quella vita senza fatica e senza pensieri non era la sua, e nemmeno la Città del martorio lo era. San Nicola suonò la mezzanotte, ed allora non seppe più cosa pensare. Chiuse la finestra e si mise nel letto. Quella notte, sarebbe stata la più lunga della sua vita, ed ancora non lo sapeva.
A cura di Francesca Giordano
Savoca liquida l’infruttuosa ricerca d’amore del duca con una pennellata di amara lucidità: la notte che si apre davanti a don Galileo non è solo un intervallo cronologico, ma l’ingresso definitivo nella consapevolezza della propria irrilevanza, dove il desiderio disarmato non può che scontrarsi con la solitudine e la fine.
L’Illusione e il Crepuscolo del Duca
Il passo di Vincenzo Savoca si inserisce pienamente nella grande tradizione letteraria siciliana — con marcati echi che spaziano dalla coralità paesana di Camilleri al profondo senso di decadenza nobiliare e corporale di Tomasi di Lampedusa e Brancati.
La Carne e il Sospetto: La diceria iniziale sul barone eunuco (Aligio Magnolfo Franzanava) non funge da semplice aneddoto comico, ma da prefigurazione grottesca. La perdita della mascolinità del barone specchia profeticamente la condizione stessa del duca Galileo Filippo Della Conciara: un uomo la cui virilità e vitalità non sono più fisiche, ma puramente cerebrali, sublimate in un’ardente quanto sterile memoria di rime e desideri.
L’Ars Amandi come Autoinganno: La reclusione del duca tra i testi d’amore e la successiva declamazione davanti alle ricamatrici del portico segnano il vertice drammatico del racconto. Il tentativo di plasmare la realtà attraverso la poesia fallisce rovinosamente dinanzi alla concretezza popolaresca della giovinezza, che lo riduce a semplice “vecchio” ridicolo. La poesia non redime il tempo perduto; ne svela soltanto la spietata erosione.
La “Città del Martorio” e l’Eterno Ritorno: Ragusa Ibla (o la Sicilia barocca ricreata da Savoca) emerge come uno spazio claustrofobico, dominato da cerusici ciarlatani, preti ipocriti e conventi soffocanti. Il contrasto finale tra la memoria gloriosa del Mare Africano — simbolo di un’azione giovanile ormai irrecuperabile — e il cielo “lenzuolo tarlato” sancisce la resa del protagonista.
A cura di Francesca Giordano
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“lenzuolo tarlato”
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