Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a esclusivo scopo illustrativo.

 La gamification della morte tra gli adolescenti svedesi.

Di fronte all’ondata di violenza che sta sconvolgendo la Svezia, il reclutamento di minorenni via Telegram e Signal impone una riflessione pedagogica profonda. Che consapevolezza hanno i giovanissimi del male che compiono?

Negli ultimi anni, la Svezia si è trovata a fare i conti con una piaga sociale che ne ha incrinato l’immagine di modello di welfare e sicurezza: l’esplosione delle guerre tra bande legate al narcotraffico. A sconvolgere maggiormente l’opinione pubblica, tuttavia, non è solo la frequenza delle sparatorie e degli attentati, ma l’età dei loro esecutori. Sempre più spesso, i “killer” sono adolescenti, talvolta persino dodicenni o tredicenni, ingaggiati e diretti attraverso app di messaggistica criptata come Telegram o Signal.

Un messaggio, un’icona, una somma di denaro promessa, una posizione da raggiungere tramite GPS: l’ordine di uccidere arriva sullo schermo dello smartphone con le stesse modalità con cui si riceve la notifica di un videogioco. Viene spontaneo chiedersi: quale consapevolezza hanno questi ragazzi di ciò che stanno facendo?

La de-realizzazione del crimine: tra gamification e limiti neurobiologici

Per rispondere a questo interrogativo è necessario analizzare il rapporto che l’adolescente contemporaneo intrattiene con il digitale. Quando l’azione violenta viene mediata da un’interfaccia touch, si innesca una forma di dissociazione cognitiva. L’esecuzione dell’atto rischia di non essere percepita nella sua drammatica irreversibilità reale, ma di sovrapporsi alle logiche della gamification: completare una “missione”, superare un livello, incassare una “ricompensa”.

A questo meccanismo si aggiunge una vulnerabilità biologica strutturale. Le neuroscienze ricordano che la corteccia prefrontale — l’area del cervello preposta al controllo degli impulsi, alla valutazione delle conseguenze a lungo termine e alla percezione del rischio — completa il suo sviluppo solo intorno ai 20-25 anni. Al contrario, il sistema limbico, responsabile della ricerca di gratificazione immediata e status sociale, è al massimo della sua reattività. La criminalità organizzata sfrutta cinicamente questo scarto evolutivo: offre denaro facile, capi d’abbigliamento firmati e l’illusione del prestigio a soggetti che, per maturità biologica, non sono ancora in grado di raffigurarsi la concretezza del carcere o la gravità assoluta della morte.

La distanza fisica dai mandanti e la totale assenza di contatto emotivo con la vittima fanno il resto, azzerando le barriere dell’empatia e favorendo un processo di distanziamento morale.

La lettura pedagogica: la lezione di Bauman e Freire

Il fenomeno svedese non può essere archiviato semplicemente come un problema di ordine pubblico o di diritto penale. Rappresenta, prima di tutto, un tragico fallimento educativo che può essere decodificato incrociando il pensiero di due grandi maestri del Novecento: Zygmunt Bauman e Paulo Freire.

Zygmunt Bauman, nella sua riflessione sulla modernità liquida e sui processi educativi, ha mostrato come la società contemporanea tenda a ridurre le relazioni umane a beni di consumo usa e getta. Nei quartieri vulnerabili o nelle periferie segregate, dove le agenzie educative tradizionali (famiglia, scuola, comunità) faticano a offrire punti di riferimento solidi, la sottocultura del consumo riempie il vuoto. I boss del narcotraffico applicano ai giovanissimi la stessa logica di scarto descritta da Bauman: gli adolescenti non sono affiliati con i tradizionali riti d’iniziazione della mafia classica, ma sono lavoratori usa e getta. Vengono impiegati perché non imputabili o soggetti a pene ridotte, usati finché serve e poi sacrificati senza alcun valore umano.

Dal canto suo, Paulo Freire, nella sua Pedagogia degli oppressi, definisce il concetto di de-umanizzazione e sottolinea l’importanza della “coscientizzazione”. L’adolescente che spara dopo aver ricevuto una notifica sullo smartphone è vittima di una de-umanizzazione speculare: è de-umanizzato egli stesso, ridotto a un mero braccio meccanico al servizio di un algoritmo decisionale altrui; ed è de-umanizzata la vittima, trasformata in un semplice bersaglio o in un ostacolo per ottenere un guadagno.

Questi giovani possiedono un’alfabetizzazione digitale sofisticata, ma un’alfabetizzazione emotiva e sociale pressoché nulla. Agiscono in uno stato di “falsa coscienza”, illudendosi di affermare il proprio potere, laddove sono soltanto ingranaggi sacrificabili di un mercato criminale.

Oltre la risposta punitiva

La lezione che giunge dalla Svezia riguarda da vicino tutte le società occidentali. Fronteggiare questa emergenza richiede un cambio di paradigma: la repressione giudiziaria è necessaria, ma infruttuosa se non accompagnata da un ripristino dei presidi educativi sul territorio.

Per contrastare la seduzione digitale del crimine occorre restituire agli adolescenti la presenza fisica ed empatica di educatori di strada e comunità accoglienti, affiancando all’istruzione tecnologica una vera alfabetizzazione etica ai media. Solo sviluppando quel pensiero critico auspicato da Freire i giovani potranno riappropriarsi della propria umanità, imparando a riconoscere nell’altro non un bersaglio su uno schermo, ma una persona.

A cura di Francesca Giordano

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