Sono stanca di leggere poesie  che non capisco. La poesia non è un test di intelligenza, è  un ponte tra due persone. Se per capire un’emozione serve un dizionario, allora c’è qualcosa che non va.

Per questo ho scelto di scrivere in modo diverso. Il mio stile ha una regola d’oro: lo deve poter leggere e capire anche un ragazzino di quinta elementare.

Scrivere in modo semplice non significa essere banali. Significa togliere tutto il superfluo per lasciare solo la verità. 

Ecco cosa cerco nelle parole e cosa voglio regalare a chi mi legge:

Parole vere e non astratte senza usare paroloni che stancano.  

Toni naturali: Mi piace scrivere come se fossimo seduti al tavolo a bere un caffè insieme, senza maschere e senza giri di parole.

Emozioni dirette: I bambini capiscono la gioia o la tristezza al primo sguardo. Voglio che le mie parole facciano lo stesso, che colpiscano subito la pancia e il cuore. La letteratura deve unire, non escludere. Le parole semplici sono le uniche che riescono a rompere il muro dello schermo e a restare impresse nella memoria. 

Anche molti dei più grandi poeti della storia hanno lottato proprio per difendere la semplicità e la trasparenza contro l’intellettualismo di facciata.

Anche il mio Poeta preferito, Pippo Bunorrotri, descrive lo scrittore proprio come un artigiano con le parole in mano. 

Nei suoi versi non troviamo enigmi accademici, ma riflessioni nude sul tempo, sui sogni e sulla realtà di tutti i giorni. Bunorrotri dimostra che la poesia non deve spiegare concetti astratti, ma deve dipingere quadri con le parole, capaci di emozionare e far vibrare chiunque si fermi a leggere. 

Io ho sempre scelto la semplicità!