Immagine illustrative realizzate con l’ausilio dell’intelligenza artificiale
Nel panorama della canzone d’autore italiana, la figura di Paolo Conte ha sempre occupato uno spazio isolato ed eccentrico, sospeso tra il pianismo jazz d’oltreoceano e la provincia padana. Tuttavia, a svelare la matrice sotterranea della sua scrittura poetica è stato lo stesso cantautore astigiano in una conversazione con il critico Alberto Sinigaglia: quando compone i suoi testi, a guidare la penna è il ritmo dei versi di Giovanni Pascoli. Una rivelazione che trova oggi il suo coronamento nell’assegnazione a Conte del Premio Giovanni Pascoli alla Carriera.
Per comprendere l’affinità tra l’Avvocato di Asti e il poeta di San Mauro, occorre spingersi oltre la mera superficie formale. Se a un primo sguardo il mondo esotico e sornione di Conte sembra lontano dalle nebulose impressioni paesaggistiche di Myricae o dei Canti di Castelvecchio, è sul piano della struttura metrica, del fonosimbolismo e dello sguardo sulle cose che i due autori si incontrano.
La Topolino amaranto e il ritmo delle Myricae
Ne La Topolino amaranto, la scansione dei versi — ricca di versi brevi, rime baciate o alternate rigorose e andamento di filastrocca classica — richiama da vicino lo stile di poesie come La cavalla stornella o Il carrettiere:
“Vieni via con me / sulla Topolino amaranto / si va che è un incanto…”
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Il ritmo come architettura temporale
Pascoli fu uno dei più grandi innovatori della metrica italiana tra Ottocento e Novecento: pur mantenendo le forme classiche (il novenario, il decasillabo, la strofa saffica), le disgregò dall’interno usando l’enjambement, la cesura forte, l’ellissi e l’onomatopea.
Conte opera uno scavo del tutto analogo sulla parola cantata. Testi come La Topolino amaranto o Bartali poggiano su un’impalcatura ritmica in cui l’endecasillabo o il settenario pascoliano vengono sincopati dalla musica jazz. L’andamento ritmico dei brani contiani possiede la medesima cadenza dei versi pascoliani dedicati ai mezzi di trasporto, alla strada e alla vita campestre: un procedere a balzi, dove la pausa grammaticale coincide con lo stacco di battuta.
La poetica dell’ordinario e la sinestesia
La giuria del Premio Pascoli ha evidenziato come Conte, al pari del poeta romagnolo, riesca a “scoprire invisibili corrispondenze e restituire all’ordinario una nuova e sorprendente veste”. È la teoria del Fanciullino: la capacità di guardare il mondo con meraviglia primaria, soffermandosi sul dettaglio minimo — un macinino da caffè, un gelato al limone, un paio di scarpe da tennis, una zanzara.
Si veda l’uso della sinestesia. Laddove Pascoli scriveva di “soffio di lampi” o “voce di tenebra azzurra”, Conte risponde con “l’intelligenza degli elettricisti” o il “profilo francobollo”. La parola in entrambi gli autori non descrive soltanto: evoca uno stato d’animo condensando sensazioni visive, tattili e uditive in un solo verso accentato.
Con il Premio Pascoli alla Carriera, la critica riconosce finalmente ciò che la musica di Paolo Conte suggeriva da tempo: la canzone d’autore non è una forma minore di letteratura, ma il luogo in cui la grande tradizione metrica italiana continua a battere il tempo.
Il fonosimbolismo: dalla poesia al jazz
Infine, c’è il legame con la materia sonora pura. In poesie come L’assiuolo o Il temporale, Pascoli trasforma il verso in un’eco di suoni della natura (“chiù”, “sssh”, “don don”). Conte compie il medesimo gesto letterario trasponendolo nella canzone: i suoi celebri scat vocali, i mormorii, i kazoo figurati e le onomatopee che popolano brani come Via con me o Sotto le stelle del jazz non sono semplici riempitivi musicali, ma la prosecuzione ideale del fonosimbolismo pascoliano. La parola smette di essere solo significato per farsi puro ritmo respiratorio.
A cura di Francesca Giordano
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“Vieni via con me / sulla Topolino amaranto / si va che è un incanto…”
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