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La leggenda del dio pescatore

Vincenzo Savoca 

— Ah Ibla!, che martirio! — sospirò fissando Jovine Amadio. Il segretario stava esplorando senza successo le mappe catastali dei fegho del duca. — Camurria buttana! — imprecò improvvisamente tornando al primo foglio, quello del fegho più antico, quello di Salinella, fermandosi più volte sui tratteggi mangiati dal tempo, dall’usura e dalle tarme, sul vuoto che aveva cancellato torrenti eternamente asciutti e stradicciole contorte dove i corvi si contendevano a colpi di becco le carogne. — Che terra! Che terra! — sospiro contrariato. Era una terra di paludi dove i morti facevano d’ombra ai vivi, essi stessi già morti. Malgrado il rispetto per quelle carte, — Camurria buttana! — ripeté nuovamente, lamentandosi dopo per il divertimento che n’aveva Geremia Mangiagli nel vederlo poco persuaso e molto confuso. Era inutile continuare, il segretario arrotolò i cartigli e s’avvicino’ al maestro di casa. Rimasero tutte e due in silenzio a guardare Ibla ed i monti lontani. Chiudevano l’orizzonte come una muraglia di pietre. Li guardavano da una vita, ma ogni volta pareva fosse la prima.  — Che infelicità guardare questa terra! — sospiro il maestro di casa.  — Perché, l’altre l’avete mai conosciute? — domandò il segretario. L’altro scosse la testa. — No, mi basta vedere questa — poi disse, — è la più povera di tutte! — poi aggiunse pensando ai mendichi davanti al portone. Per un po’ rimasero in silenzio. — I poveri sono infelici — poi disse ancora il maestro di casa. L’altro invece continuava a pensare. — I poveri sono poveri, ma non tutti sono infelici. I ricchi sono ricchi, ma non tutti sono felici, non vi pare? — poi disse. Geremia Mangiagli si girò a guardarlo. — Ma almeno hanno di che mangiare! — disse, sapendo che l’altro avrebbe avuto come contraddirlo. Il segretario s’agito’ un poco, non era questo il modo d’iniziare la giornata. Che discorsi erano? Ma era meglio evitargli la storia di Galeno, quel greco mezzo filosofo e mezzo cerusico, e la storia dell’umore che alla fine è solo uno scorrere di bile. — E sua eccellenza? — domandò tanto per dire qualcosa. — Se n’e’ juto…– rispose il maestro di casa allargando le braccia e buttando lo sguardo sui tetti delle case di fronte. Più le guardava, più gl’era difficile trovare un nesso coi propri pensieri, quasi che il disordine dei tetti, fosse lo stesso disordine che sentiva d’avere dentro.

   Il duca don Galileo Filippo Della Conciara aveva tanti motivi per lasciarsi alle spalle l’enorme edificio di palazzo Della Conciara, ma uno in particolare lo spingeva ad incamminarsi nella magnifica strada Della Piancada. All’inizio, per un breve tratto, costeggiava il quartiere dei Putielli, il ghetto ebraico. L’aspetto spento dava alle case un’aria di clandestinità, ed in questa condizione vivevano i figli d’Abramo, confinati da sempre in un quartiere che lasciava prospettare tempi sempre peggiori se non addirittura l’inizio d’un altro nomadismo in terre refrattarie ad accoglierli. Uomini e donne erano continuamente sottoposti ai rischi a cui sono soggetti i popoli senza terra, all’odio ed ai bandi costituzionali che senza deroghe li condannavano a continue transumanze, all’obbligo d’un esilio forzato e frettoloso. Mai avevano dimenticato la terra degl’ulivi aldilà del Mare africano, né il muro del pianto. Sospirando, si salutavano dicendo: — Ci vedremo a Gerusalemme — , sapendo d’essere soltanto degl’esiliati nella terra in cui erano nati. Il duca bifonchio’ qualcosa, — Che gente infelice! — disse. Ma anche tra i cristiani non mancavano gl’infelici.  Chi più più, chi meno, erano tirranneggiati dall’Inquisizione, dalle spie, dalla malversazione dei potenti, dai soprusi dei padroni, dalla peste e dal colera, dalla fame e dai terremoti ed altro ancora ch’ogni giorno benedetto dall’Altissimo, cadeva sulle loro teste al nascere del sole. Lasciò i Putielli per evitare d’infracidirsi il sangue. La strada Della Piancada cominciava da San Nicola ed attraverso due file d’edifici, tra empori ed opicine, negozi e rivendite, finiva a Largo Agnese davanti ad un caseggiato dalle finestre ovali, meta di chi stanco dell’amore coniugale o di chi ancora non n’aveva il vincolo, cercava un altro modo per rinvigorire quei bisogni risaputi e mai confessati. Anche il duca era un frequentatore della casa, e nemmeno occasionale. Ogni volta le donnetta lo accoglievano con inchini, contente di vederlo. Ognuna sperava d’essere lei a fargli compagnia, perché al duca poco e niente interessava nutrirsene. Era solito parlare senza continuità, con lunghe pause in cui pareva volesse dormire, per poi riprendere la conversazione nel punto in cui era rimasta sospesa. Lo lasciavano parlare mostrandosi interessate, invece speravano che ad un certo punto s’alzasse e se n’andasse.

   Quando il duca arrivo’ a Largo Agnese si guardò intorno, ora da una parte, ora dall’altra, indeciso  su cosa fare. Alcuni uomini si trascinavano con il peso delle corbe sulle spalle, altri tiravano i carretti, con grazia le poche donne, e le ridanciane facendo svolazzare le larghe sottane. Da qui poteva raggiungere Porta dei cosenzari e fermarsi un poco agl’Archi, dove c’era sempre qualcuno con cui scambiare qualche parola, meglio che al Circolo di conversazione, il ritrovo dei nobili suoi pari, dove le conversazioni erano terribilmente noiose.

   Nobili coi loro vestiti nuovi e con le parrucche ricciute, coi visi bianchi e lisci, conversavano, tra sospiri e languide occhiate all’esterno,  della sterilità dei campi, del malo raccolto e dell’incapacità dei fittavoli, gente dalla quale bisognava guardarsi, lazzaroni, volgari e pure ladri. In ogni caso il duca aveva un’altra alternativa quando gli veniva il ghiribizzo di conoscere le novità del regno o qualche pettegolezzo che cadeva sulla quieta Ibla come la palla d’un cannone: la barberia di don Procopio Ballaccheri! Era all’inizio della strada sul lato opposto a San Nicola. La vetrina all’ingresso lasciava scorgere all’interno la solitudine che uguagliava allo stessa maniera nobili e popolani. Sulla strada svettava il palo a strisce bianche e rosse dei barbieri chirurghi. Ma non era ancora giovedì, il giorno che da Catania arrivava La Gazzetta con notizie fresche e con gl’annunci governativi. Appuntamento al quale il duca non era solito mancare. Lo sapevano il maestro di casa ed il segretario, quando il giovedì lo vedevano sgusciare da palazzo Della Conciata a capo chino ed in silenzio. Non era solito date ordini prima d’uscire, e del resto non era necessario ricordare a servi e criate la vergogna d’un rimprovero. I due continuavano a guardarlo dalla finestra mentre s’avvicinava a San Nicola per raggiungere la Piancada con passo marziale, lascito dei suoi trascorsi militari. Non era imponente nel fisico, sebbene le movenze aristocratiche e l’andatura militare lo facevano primeggiare su massari e nobilume. — Va’ alla barberia — diceva Geremia Mangiagli. — A leggiucchiare La Gazzetta — gli faceva eco il segretario quando il duca spariva dietro la cantoniera del Duomo. Era mercoledì e mancava ancora un giorno all’arrivo della gazzetta. Ci sarebbe andato il giorno dopo. Per intanto, gl’era venuto  un improvviso capriccio ed a passo deciso, lo stesso quando a capo d’un reparto del Terzo Vejio de Sicilia marciava in faccia al nemico, s’avviò in direzione della celebre casa d’Ariguccia Buonadonna, abitata da regnicole e da forestiere, alcune delle quali nei rari momenti d’ozio, si lasciavano prendere dai ricordi, dai giorni di miseria passati in poveri stambugi a vardare la terzana di vecchi e picciriddi. Allora, si lasciavano intorpidire da una tristezza sfibrante, ma con il sogno d’un altro cambiamento che aprisse la strada ad una vita da sogno. Ma per intanto, avevano di che mangiare.

 Invece, sulla soglia della casa, decise di tornare indietro e di raggiungere palazzo Della Conciara. Cominciò a risalire nuovamente via Della Piancada zoppicando un po’ e camminando cautamente. La cupola di San Nicola, laggiù in fondo alla strada, era così lontana! Ora andava in senso inverso trascinando un poco i piedi. Gl’altri lo superavano e non è ch’andassero veloci. Era lui ad essere lento. Cominciarono a fischiargli le orecchie, ed infine un ronzio sibillante pareva spaccargli la testa. La strada della Piancada mai gl’era parsa così livida! Ad ogn’angolo si fermava a ripigliare fiato e respiro, pareva gl’entrasse nel petto di traverso. Continuò a camminare malamente poggiandosi con una mano sui muri. Tutto d’improvviso tacque, non sentiva più niente. — E’ finita — pensò. Allora si sedette sopra un cippo davanti ad una scalinata ad aspettare. Ma la morte non venne a ghermirlo, non era ancora il momento. Da qualche parte un bimbo smise di piangere, ed alla madre non restò che urlare di dolore per tutto il giorno ed a piangere negl’altri. Il duca rimase seduto per un pezzo. — La morte m’ha sfiorato — pensò, ed ai gridi disperati della madre. — Perché quel bimbo e non io? –. Arrivò a palazzo, il sibilo nell’orecchie s’era allontanato, ma l’affanno s’era fatto più lungo ed il respiro più corto. Si fermò subito nelle cucine, le prime stanze che gli s’erano parate davanti a dargli conforto. Alle criate che vennero a guardarlo spaventatissime, ordinò di chiamare il maestro di casa. Quando arrivò, anch’egli turbato, gli disse di far venire don Totuccio Barbato, il cerusico di Porta dei sospiri. Messo al corrente delle condizioni del duca, egli si mosse senza perdere tempo e con un brutto presagio allorché nell’uscire vide i corvi insidiare con voli bassi le bancarelle del mercato dell’Immacolata. Trovo’ il duca tremante, coi respiri corti e con uno strano sudore che gl’ingialliva la faccia dandogli l’aspetto dei moribondi. Gli tasto’ il polso e gli guardò le palpebre, la lingua e gl’occhi, restò impensierito soltantanto dal colorito della faccia. — Ciò di cui avete bisogno, è un salasso — disse poi  con la voce lenta di chi ancora sta pensando, — Il corpo umano è una macchinario che al suo interno cela molti misteri su cui al momento poco conosciamo. Ma del sangue ne sappiamo abbastanza — poi aggiunse per quietarlo. Il duca continuò a scuotere la testa, sebbene la diagnosi fosse stata chiara. — Nelle vostre condizioni il salasso si rende indispensabile e necessario per il controllo degl’umori e per ridurre il ristagno alle estremità. Vi farà bene senz’altro se il barbiere avrà cura d’estrarre il sangue dalla mano destra. Soltanto così il fegato ne ha giovamento. In ultimo, quando vi sarete rimesso, un bel clistere farà il resto!  Ma adesso non preoccupatevi, non morirete — poi concluse. — L’ho so, l’ho sentita passarmi accanto e non m’ha preso! — disse il duca col pensiero al bimbo. A sentire quelle parole, il cerusico sporse la faccia a taliarlo, sia mai si fosse incitrullito. Il duca annuì ancora abbassando la testa. — Proprio così, m’è passata di fianco — poi disse con la voce sfiatata. — Ero seduto sul cippo d’una cantoniera, la strada era tutta nera del suo zendale, ch’alito freddo aveva!, via via che s’avvicinava! Nessun altro s’aggirava lì intorno, soltanto lei. Ed è piombata non su di me, ma sul quel povero sventurati bambino! Ah!, la maledetta! -. Seduto sulla seggiola, sembrava ancora più piccolo con le mani sul ventre e la testa incassata nelle spalle, accasciato tutto bocconi. Sembrava un vecchio fagotto abbandonato. — Ma certo che non siete morto! Ma badate, sapete bene come la gioventù non è eterna! Certi strapazzi, certe distrazioni, è meglio lasciarli a chi è più capace, ai giovani! — continuò il cerusico turbato da ciò che aveva appena sentito. — Quest’uomo ha bisogno di molto riposo! — aveva pensato guardando in faccia il maestro di casa, intimandogli cogl’occhi di salvaguardarlo per il bene suo e di quant’altri in quella casa mangiavano, bevevanol e dormivano. Il cerusico era a conoscenza delle frequentazioni del duca in casa di Ariguccia Buonadonna. L”istinto lo portava ancora dove non aveva più la forza di sopraffare la tempesta dei sensi, a fare cerchio con le donnetta che inutilmente s’affannavano a punzecchiare ciò che la natura aveva deciso dormisse. Il duca si girò dall’altra parte. Aveva altro per la testa, ed appena guarito dal momentaneo malessere, sarebbe andato di corsa in Largo Agnese a nutrire la fama di puttaniere ch’ancora lo circondava. Non era poi così vecchio come concionava il cerusico che, al solito, parlava da uomo di medicina, da mestierante impressionato dai libri e dagli studi, in ghingheri come un ranocchio gonfio d’amore in un pantano senza femmine. — Capisco — poi disse per non sentirsi ripetere altre raccomandazioni come fosse un ragazzo appena uscito di casa. Il duca era convinto che don Totuccio Barbato appartenesse a quel genere d’uomini che sono soliti parlare a matula, cioèsenza mai concludere nulla. Ma questo non glielo disse per non scaldargli la testa e per la probabilità d’averne ancora bisogno. Dunque, sulla sua salute non gravava una situazione estrema. — È certo che non riuscirà a stare lontano da Largo Agnese — pensò il cerusico, — La smania per quelle donne ce l’ha nel sangue, col salasso gli passerà! — . Il cerusico ignorava, e mai avrebbe potuto immaginarlo, che il duca non era solito cedere alle grazie delle ospiti d’Ariguccia Buonadonna. Sarebbe stato uno sforzo enorme e dal risultato incerto ed imprevedibile. Egli traeva un proprio godimento nell’intrattenersi con una signorina soltanto narrandole le avventure dei suoi abbordaggi marinari in cui era stato l’eroico protagonista. Alla fine, stanco di quelle chiacchere infruttuose, per sfuggire alla vergogna d’un intrattenimento senza esito, diceva di sentirsi ancora un leone, “ma ahimè, senza denti e senza artigli” — . Gl’anni migliori erano passati anche per lui. E prima d’uscire allungava delicatamente la mano dove un tempo era solito intrattenersi a lungo, e dove gli sarebbe piaciuto tornare se soltanto gli fosse arrivato un segnale inconfutabile d’ardore e vigore. — Per non dimenticarmene — diceva prima d’uscire.

A cura di Francesca Giordano

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