Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a esclusivo scopo illustrativo.
IL DUCA DI SALINELLA
prima parte
Davanti al portone di palazzo Della Conciara, ad Ibla, era solito affollarsi al mattino presto quando il sole non era ancora alto sugl’Iblei e la luce aveva il colore incerto della penombra, una ressa di mendichi con la speranza di ricevere qualcosa che rimediasse ai danni della povertà, così da iniziare la giornata almeno mangiando un primo boccone. Nell’attesa, stavano seduti a terra sulle basole, altri poggiati ai muri del palazzo, stretti sulle spalle, col capo chino, gl’occhi persi nel vuoto e le mani nelle tasche. C’erano anche alcune donne con lo scialle sulle spalle per ripararsi dal freddo dell’alba e dagl’occhi degl’uomimi, ammucchiate le une alle altre in un angolo appartato, ma con la faccia girata al portone, con un paniere ai piedi alcune con la speranza di riempirlo. Le altre avevano solo il mandale d’allargare all’occorrenza. Gl’uomini invece, solo le tasche e le mani. Nel frattempo qualche parola veniva scambiata senza ragione, così, soltanto per passare il tempo, ma senz’averne voglia. Quando il duca s’alzava, il maestro di casa s’affrettava a dare l’ordine ai lacchè d’aprire il portone, ed alle criate quello d’accontentarli con il poco ch’era avanzato dal giorno prima, pane, arance e qualcos’altro ancora. Lo facevano in fretta per levarseli di torno quanto prima. Qualcuna n’aveva pietà, le altre li schifavano come fossero state bestie, ed ignorando le voci, simili a belati, di quanti non erano riusciti ad avvicinarsi. Il maestro di casa li sbirciava dall’alto d’una finestra. Alcuni erano goffi ed intimiditi, altri invece, li sopravanzavano nella ressa, spingendo e sgomitando per aprirsi un varco. — La fame è fame! — pensò, ma senza andare oltre con quei pensieri. Il mondo non l’aveva fatto lui. — Ed il duca fa colazione col pane bianco e quell’intruglio d’arance! — pensò dopo, quando i mendichi si dispersero tra le strade sterrate, tra i dammusi, in mezzo alla polvere sollevata dal vento. Geremia Mangiagli, il maestro di casa di palazzo Della Conciara, era un uomo enorme, bruno di carnagione, coi capelli corvini nascosti con civetteria da una cotonata parrucca bianca, appartenuta per qualche lustro al padrone, al duca Galileo Filippo Della Conciara. Ogni mattina a vedere quella folla assiepata davanti al portone, ringraziava Dio di non farne parte e di non conoscere anche lui la fame. Lasciò di guardarli per raggiungere il piano alto del palazzo. Sapeva che a quell’ora Jovine Amadio, il segretario del duca, era dietro la scrivania davanti al balcone che affacciava sulla vallata Vittoria, tra carte burocratiche e cartigli non meno importanti, con un’austerità che lo rendeva più scorbutico di quanto fosse stato necessario. — Allora? — domandò non appena incrociò il suo sguardo. — Niente — fu tutto quello che disse il segretario. — Quest’uomo non è mai stato una cicala! — pensò avvicinandosi alla vetrata del balcone a guardare le rupi lontane coperte dagl’immancabili carrubi. Dalla chiesa accanto, quella di san Nicola, le campane chiamavano a messa i fedeli. Il maestro di casa abbassò gl’occhi sui tetti delle case. L’impressione fu d’una immobilità che giorno dopo giorno, anno dopo anno, non mutava per niente, come per fargli un dispetto. Tutto restava uguale, soltanto gl’uomini avevano la durata d’un sospiro e spesso soltanto quella d’un battito di ciglia, destinati da subito a mutarsi in cenere. Ibla era un groviglio dominato dai ragghi canzonatori della morte! La città stava aggrovigliata sulla balza del monte, circondata dal giallume delle stoppie. Perché mai uomini e donne di questa plaga s’erano sempre battuti fino all’ultimo per difenderla? — Non avevano altro per cui battersi — pensò con sarcasmo. Cupole voluttuose come seni di donne prosperose, sovrastavano con l’antiche pietre la miseria dei dammusi, la cui tristezza neanche i solecchi d’un sole allegro riuscivano a redimere. Per l’antiche scale granitiche scorrevano da sempre rigagnoli di piscio d’uomini e d’animali e d’altro, pure l’eco di parole rancorose che dopo la collera del primo momento scivolavano dagl’usci per arrivare nei cantucci, tra le parietarie pencolanti da schegge di pietra, d’un rancore atavico sempre pronto ad esplodere. Geremia Mangiagli lasciò di guardare Ibla con un bruciore alla bocca dell’anima. Lo pigliava alle prime contraddizioni a cui non sapeva cosa rispondere. A sessantuno anni aveva scoperto la necessità d’andare dietro a quei bisogni onirici, ma senza entusiasmo e senza nutrirli troppo. Qualche volta per dimenticarsene, lasciava le proprie incombenze per raggiungere un terrazzo appartato dove gli giungevano le voci delle criate. Sulle volte antiche di palazzo Della Conciara rimbalzavano sghignazzi, risa e gridolini a raccontare storie amorose mai cominciate o finite anzitempo. Come tutto il resto, anche l’amore era destinato all’insuccesso oppure a spegnersi, nonostante il ricorso ai filtri delle majare che venivano ad Ibla nei giorni di festa e di mercato, con l’ingombrante strascico di boccette ed ampolle, di flaconi e fiali, panacea ai malanni del corpo e dell’anima. – Per allungare soltanto l’agonia — pensò invece Geremia Mangiagli lacerato dalla propria solitudine.
….continua.
La leggenda del dio pescatore
Vincenzo Savoca
Il testo di Vincenzo Savoca propone un incipit di forte impatto lirico e realistico, radicato nella migliore tradizione del romanzo storico e verista siciliano. Vi si scorgono nitidamente le eco letterarie di autori come Federico De Roberto (I Viceré), Tomasi di Lampedusa (Il Gattopardo) e Luigi Pirandello, arricchite da una spiccata sensibilità per l’elemento paesaggistico ed esistenziale.
Questa prima parte stabilisce con efficacia i temi portanti dell’opera: l’inesorabilità del destino, la miseria materiale e morale, la solitudine dell’individuo e la vanità del potere e dell’amore (evocata nel finale con le majare e i loro filtri inutili). Un incipit maturo, di notevole spessore letterario e drammatico.
La Struttura Duale e la Polarità Sociale
L’apertura è costruita su una netta opposizione di classe, sia spaziale che materiale:
- Il “basso” e il fuori: La plebe dei mendicanti, descritta con una precisione quasi pittorica (le basole, gli scialli, il mandale, i panieri). È l’umanità derelitta che vive nell’attesa passiva della carità feudale (le scorze d’arancia e il pane raffermo).
- L’ “alto” e il dentro: Il palazzo nobiliare, l’interno ovattato dove si consuma la colazione del duca con pane bianco e intruglio d’arance, osservato dalla finestra da chi serve il potere senza davvero appartenergli.
Questa frattura non è solo socio-economica, ma anche antropologica: da una parte la rassegnazione ferina dei poveri («le voci, simili a belati»), dall’altra il distacco cinico ma necessario dei servitori della casata.
Il Personaggio di Geremia Mangiagli: La Coscienza Critica
Geremia Mangiagli, il maestro di casa, emerge come il filtro prospettico e morale dell’intero brano:
- La parrucca spuntata: Dettaglio simbolico di straordinaria efficacia. Indossare la parrucca usata del duca Galileo Filippo sottolinea la sua posizione di subalterno mascherato, un uomo che vive di riflesso della grandezza altrui.
- La riflessione filosofica: Mangiagli incarna lo scontento tardo-adulto (ha 61 anni) e la disillusione. È il prototipo dell’intelletto popolare che intuisce l’assurdità del mondo («Il mondo non l’aveva fatto lui») e la caducità dell’esistenza. Il suo «bruciore alla bocca dell’anima» è la somatizzazione dell’angoscia esistenziale di fronte alle contraddizioni della vita.
Il Paesaggio Ibleo come Metafora dell’Immobilità Storica
La descrizione di Ibla e del paesaggio circostante ascrive l’opera alla grande tradizione del fatalismo insulare:
- L’immobilità e il tempo: La città arroccata sul monte apparisce pietrificata. Gli uomini passano come «un sospiro» o «un battito di ciglia», mentre le pietre antiche e le rupi coperte di carrubi restano immutabili. È l’eco profonda del principio lampedusiano del tempo che consuma le illusioni umane lasciando inalterata la sostanza del male e della miseria.
- Contrasti plastici e sensoriali: Savoca usa un registro stilistico colto e denso di contrasti: le «cupole voluttuose come seni di donne prosperose» si erigono sopra la «miseria dei dammusi». L’odore della santità/nobiltà si mescola ai «rigagnoli di piscio» e al rancore atavico che scivola dalle porte.
Lingua, Stile e Lexicon
Dal punto di vista stilistico, la scrittura si distingue per:
- Uso sapiente del lessico regionale: Inserimenti mirati di termini legati al territorio e alla cultura materiale (basole, dammusi, solecchi, majare, mandale) che conferiscono veridicità senza appesantire il ritmo.
- Ritmo prosastico e lirismo: La prosa ha un andamento solenne, quasi ritmato da cadenze classiche. Le metafore («Ibla era un groviglio dominato dai ragghi canzonatori della morte») elevano la narrazione dal semplice racconto storico a meditazione metafisica.
Recensione di Francesca Giordano
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Complimenti.
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