FRANCESCO SALVADOR, Oblio e approdi, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, GabriellaVeschi; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 96, isbn 979-12-81351-92-9,
Recensione di Raffaele Piazza
Francesco Salvador è nato nel 1957 a Vittorio Veneto (TV); ha vissuto molti anni a Venezia prima di trasferirsi a Padova dove attualmente abita. È autore di molte raccolte poetiche con le quali ha ottenuto diversi premi, riconoscimenti e lusinghieri riscontri di critica; ha pubblicato anche brevi racconti su riviste letterarie.
L’antologia poetica del Nostro, Oblio e approdi, che prendiamo in considerazione s’inserisce nel progetto editoriale della collana Analisi Poetica Sovranazionale del terzo millennio, pubblicata da Guido Miano Editore. I volumi della suddetta collana hanno per oggetto lo studio monografico su un singolo poeta italiano che viene accostato per affinità e differenza, nell’analisi critica, ad autori stranieri. Con questi il poeta presenta una certa simile sensibilità nello sviluppare i contenuti del suo poiein e nel suo approccio alla scrittura dal punto di vista formale, stilistico e contenutistico.
Il volume di Salvador è diviso in tre sezioni tematiche, ognuna corredata da una prefazione e da una scelta di poesie. Nel primo capitolo incontriamo la prefazione di Enzo Concardi intitolata La presenza del dolore in Francesco Salvador e Paul Éluard; nel secondo I volti dell’amore in Francesco Salvador e in Wislawa Szymborska, prefazione di Gabriella Veschi e nel terzo la prefazione di Floriano Romboli, I labirinti della memoria in Francesco Salvador e Wislawa Szymborska.
Non potendo commentare tutto il volume nello spazio di una recensione, in questa sede prendiamo in esame alcuni testi del primo capitolo, quello dedicato al dolore. Nella consapevolezza che il dolore ipostaticamente sia fondante nella condizione umana e nonostante il luogo comune che la poesia stessa nasca dal dolore, emerge dalla lettura dei componimenti poetici della prima sezione che l’antidoto contro il dolore stesso, sia di quello proprio che di quello altrui, può essere l’arma dell’ironia: “…centrifugo i dolori dentro/ il frullatore dell’ironia…” (A parlar di fughe).
Citiamo un’altra poesia, È meglio: “È meglio/ non aver visto tutto,/ il mistero è inestimabile/ ed è per questo/ che nonostante/ la mia solitudine/ non frequento/ club a pagamento/ dall’insegna ambigua,/ meglio il dolore/ che la facile unione“. Nel suddetto componimento l’io-poetante molto autocentrato nega la possibilità di riscatto per superare la sua solitudine nell’entrare in un club a pagamento per un’unione fisica che resterebbe fine a sé stessa, alla quale è da preferire il dolore tout-court e in questo il poeta va controcorrente e, come affermavano i romantici tedeschi, anche nel dolore stesso può esserci una gioia.
In qualche limbo: “In qualche limbo/ transitorio siamo stati/ noi abitanti/ della Terra/ durante lo scorrere/ del nostro tempo./ Lì abbiamo capito/ l’intensità del dolore,/ l’abbiamo quantificato/ con mezzi propri/ e nulla c’è sfuggito/ del suo peso“.
Non possiamo definire la poetica di Salvador di matrice neo-lirica ma di natura riflessiva per l’io poetante che tende a ripiegarsi su sé stesso. Poesia senza titolo: “Fra non molto ritornerò/ alla mia casa/ e non sarà sconfitta/ o rassegnazione/ ad accogliermi./ Troverò qualcuno che mi ama/ o forse ora nessuno/ ad ascoltare il mio dolore/ una serena resa/ da dimenticare domani.”
C’è pessimismo in questa composizione ma anche una tenue luce di speranza quando il poeta afferma che troverà qualcuno che lo ama.
A cura di Francesca Giordano
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