La poesia può diventare un luogo d’incontro capace di superare il tempo, la distanza e persino la morte. È ciò che avviene nelle quattro liriche inedite che Floriana Porta, poetessa e artista torinese, dedica a Emily Dickinson e alla Natura. Attraverso la polvere che conserva la memoria, la parola che restituisce vita, l’assenza che si trasforma in presenza e l’enigma dell’esistenza, Porta instaura con la grande autrice americana un dialogo intimo e profondo. Le poesie faranno parte della raccolta “Nel giardino dei tuoi passi”, in uscita nel mese di settembre 2026 per Pecore Nere Editorial. A presentarle e interpretarle è Alberto Madricardo, filosofo veneziano, autore di una recensione intensa e articolata che pubblichiamo integralmente insieme ai versi.

Pier Carlo Lava

Floriana Porta, tra poesia, pittura e contemplazione della Natura

Floriana Porta è nata a Torino nel 1975 e vive a Vinovo. Poetessa, pittrice, fotografa e illustratrice, ha costruito il proprio percorso artistico attraverso un dialogo continuo tra parola e immagine. Fin dall’infanzia ha avvertito la necessità di scrivere, comporre e disegnare, sviluppando una ricerca espressiva nella quale ricorrono la Natura, il tempo, la bellezza, il sogno, l’introspezione e il mistero dell’esistenza. Ha frequentato il Liceo Artistico Renato Cottini di Torino e, per due anni, la sezione di Decorazione dell’Accademia Albertina di Belle Arti. È stata inoltre allieva dell’acquerellista Fernando Bibollet e del pittore Antonio Carena.

Ha pubblicato numerose raccolte di poesie e haiku, fra le quali “Verso altri cieli”, “Quando sorride il mare”, “Dove si posa il bianco”, “L’acqua non parla”, “Fin dentro il mattino”, “La mia non è poesia”, “I nomi delle cose”, “In un batter d’ali”, “Offro respiro ai versi”, “Siamo fatte di carta” con Anna Maria Scocozza, “Il Giappone in controluce”. Secondo un profilo pubblicato nel marzo 2026, la sua produzione comprende quindici libri, oltre alla presenza in numerose antologie poetiche e alla collaborazione con siti e riviste culturali. Particolarmente importante è il suo interesse per la poesia giapponese e per le forme brevi dello haiku, del tanka e di altre espressioni poetiche orientali.

Anche nella pittura Floriana Porta sviluppa una ricerca fortemente legata alla poesia. I suoi acquerelli, le chine, i libri d’artista, le buste poetiche, i ventagli dipinti e le composizioni realizzate su pagine e spartiti musicali mettono in relazione il colore con la parola. Le sue opere sono state esposte in musei, fondazioni, biblioteche e associazioni culturali, in Italia e all’estero. Nel 2026 il progetto “Fammi un quadro del sole”, dedicato a Emily Dickinson nel 140º anniversario della morte, è stato presentato al Castello Reale di Moncalieri e successivamente al Forte di Gavi.

La ricerca dedicata a Dickinson non nasce dunque come un omaggio episodico. È il risultato di un lungo avvicinamento umano, poetico e artistico. Floriana Porta ha descritto il proprio incontro con Emily come una scoperta graduale: qualcosa cresciuto lentamente, poesia dopo poesia, come una ghianda che diventa quercia. Da questa consonanza profonda è nato “Nel giardino dei tuoi passi”, un dialogo fra due sensibilità che riconoscono nell’infinitamente piccolo, nella Natura e nel silenzio la possibilità di avvicinarsi all’universo.

Alberto Madricardo, la filosofia sulla soglia della poesia

Alberto Madricardo è un filosofo veneziano, già insegnante nelle scuole superiori e impegnato per molti anni nella formazione e nella ricerca culturale. Ha partecipato ad attività di aggiornamento per docenti e a gruppi di ricerca didattica promossi da università ed enti culturali. I suoi interessi attraversano la filosofia, la società contemporanea, la politica, il linguaggio, l’arte e la poesia.

Madricardo è tra i fondatori di Nemus, gruppo di ricerca filosofica nato a Venezia nella seconda metà degli anni Novanta. Nemus ha sviluppato negli anni una riflessione critica sulla realtà e sulla società contemporanea attraverso incontri, seminari e manifestazioni pubbliche, collaborando anche con l’Istituto Gramsci Veneto, l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e la sezione veneziana della Società Filosofica Italiana. Nel 2019 l’Accademia di Belle Arti di Venezia lo presentava come filosofo e presidente dell’associazione P.E.R. Venezia Consapevole e dell’associazione di ricerca filosofica Nemus.

Il suo interesse per Emily Dickinson non è occasionale: Madricardo ha già dedicato alla poetessa americana analisi e approfondimenti, soffermandosi sulla radicalità della sua scrittura e sul rapporto tra visibile e invisibile, presenza e assenza, parola e silenzio. Nella recensione delle quattro poesie di Floriana Porta non si limita pertanto a descrivere i versi, ma li colloca all’interno di una riflessione più ampia sull’origine del linguaggio e sulla funzione della poesia. La sua lettura diventa così un dialogo a tre voci: quella di Emily Dickinson, quella di Floriana Porta e quella della filosofia, chiamata a interrogare il mistero dell’esistenza.

Recensione di Alberto Madricardo

Il linguaggio è nato quando un umano ha concepito per la prima volta la possibilità che il mondo non sia, è rimasto scosso per la sua esistenza e ha sentito il bisogno di comunicare ai suoi simili l’esclamazione della sua meraviglia. Non ci si sorprende perché il mondo c’è: ci si meraviglia perché il mondo c’è avendo immaginato che non sia.

Gli animali non conoscono questa emozione: alcune specie possono provare stupore, ma sempre per qualcosa che sta nel, dentro il mondo, non per il mondo come tale, per la sua presenza. Ma per questo bisogna che l’assenza – il suo pensiero – sia presente e capace di suscitare emozione quanto la presenza del mondo. Bisogna che questa assenza venga rivestita di forme ariose confezionate per lei e su di lei, che tali forme la trattengano dalla dissoluzione. Che tale assenza, trattenuta dallo svanire, accompagni la presenza delle cose, faccia a essa da controcanto.

Se il contrasto vitale tra presenza ed assenza – tra effettuale e possibile – si estingue, l’emozione originaria si spegne. Il reale si riduce alla loro paludosa mescolanza. Allora il linguaggio rimane privo della sua radice e a noi umani non resta che ripetere all’infinito vuote giaculatorie senza senso.

L’assenza evapora e si dissolve nell’aria mentre la presenza sprofonda verso il basso, trascinata giù come la materia aristotelica dal proprio peso. Allora a noi umani è preclusa sia l’esperienza piena dell’oscurità che quella, altrettanto piena, della luce: il nostro destino è una perpetua penombra – come quella in cui si trova l’anima di Achille nell’Ade secondo Omero – in cui tutto si confonde e la vita non si distingue dalla morte.

Passare interamente nell’assenza non è concesso all’uomo: siamo creature terrestri, radicate nella terra. Il nostro destino è la soglia: tenerla aperta.

Sentinelle della soglia sono i poeti. Non solo essi lottano contro l’incombere dell’“oggettività” banale del mondo. Allo stesso tempo anche contro se stessi, contro la propria voglia di oblio, contro il soggettivismo che li trascina lontano, alla mancanza di rispetto per le cose – necessario, perfino per la loro banalità – cui fa da contraltare lo sfinimento di sé, per affrancarsi dal quale – dalle sue false ali d’angelo – non basta nemmeno contorcersi e rotolarsi per terra.

Non esiste alcun manuale d’istruzioni per avere la meglio su se stessi. Ciascuno traccia per sé un sentiero inedito di cui non conosce la meta. La riconosce quando l’ha raggiunta: dalla gratitudine che sente imperiosamente il bisogno di esprimere.

Ma i poeti hanno le parole, si aiutano con le parole: le torcono, le fanno rotolare al limite estremo delle loro significazioni, le liberano dalle mortifere incrostazioni dell’abitudine, le inseriscono nelle luminose costruzioni della loro poesia. Sono i confezionatori degli abiti dell’assenza.

Mirabile stilista dell’assenza è Emily Dickinson. Nelle sue poesie si trovano espressioni folgoranti che fanno trasalire, come questa che lei sussurra: “Ti vedo meglio al buio”. O quando annota:

Sento nella mia stanza
un compagno invisibile:
la sua presenza non è confermata
da gesto o da parola.

Una compagnia che si presenta senza comprovare sensibilmente in alcun modo la sua presenza. Non ne ha bisogno. Si conferma dal suo effetto: la stupefatta gratitudine di Emily.

In sintonia con il respiro profondo della Dickinson sono le quattro poesie inedite di Floriana Porta, a lei dedicate. Sono versi di grande suggestione, in cui l’autrice segue-accompagna la grande poetessa americana, dialogando con lei come con un’altra se stessa.

La prima, a mio parere, ha al suo centro l’invito a trovare nella replica volontaria di un dolore il miracoloso riscatto della polvere grigia che il tempo e il dolore depositano sulle cose. Nel rivivere si riscatta il vivere (“vivere veramente è rivivere” – diceva Proust). La poesia con le sue magiche dita sa trasformare anche il dolore in incanto, ripercorre la paradossale via dell’incontrario. Il poeta sa vedere nella fine l’inizio…

La polvere nelle stanze
s’incrina al tramonto,
si infila nei tuoi guanti
e avanza
come ogni ombra
che non dura,
come ogni dolore
di cui non vuoi parlare.

Mettila tra le tue dita
e replicane l’incanto.

Se tu davvero la guardi
la polvere ti riconoscerà!


La seconda esalta il vertiginoso potere della parola. Lasciata andare nell’immenso spazio del tra speranze cadute e desideri aperti, misteri cosmici, reale e possibile, la parola crea abissi inconcepibili da cui ritornano, come risvegli insospettati suscitati dalla poesia, nuove risorse umane rigeneratrici.

Lascia che la parola respiri
tra steli recisi,
cespugli di rose
e stelle sconosciute.

Che crei un abisso
incontenibile, inavvicinabile,
sussurrando cose
mai accadute.

Che si avvicini al silenzio
e che canti tra le tue dita
versi di enorme bellezza,

restituendo coraggio
a ciò che non ha coraggio,

restituendo colore
a ciò che non ha colore,

restituendo vita
a ciò che non ha vita.


La terza, direttamente rivolta a una Emily da molto tempo assente, afferma la capacità della sua poesia di resistere al tempo e alla morte, il suo riaccendersi sempre di nuovo, come una “ferita di luce”, che dolorosamente/gioiosamente si riapre.

È da molto tempo
che manca il tuo pane ancora caldo
sul tavolo della cucina.

Sono assenti
le tue vesti bianche,
le tue mani ignote
e i tuoi occhi beati.

Ma la tua poesia
miracolosamente resta,
si ripete.

Si riapre
come una ferita di luce.

E ribolle tuttora
come il magma
di un vulcano spento
che torna a ruggire
a schiumare, ad accendersi.


La quarta descrive il destino umano dell’erranza nel grande enigma dell’essere, la capacità del poeta – Dickinson – di raccoglierne e radunarne intorno a sé, con la sua eccezionale energia vitale, l’immensità.

Chi va incontro all’enigma segue il proprio destino e non può ferirsi. Si ferisce invece chi (“il buio che fugge”) cerca di evitarlo. Ma il ferirsi/spezzarsi è destino dell’uomo. Egli può sciogliere il profilo contratto del suo esistere nel fluire della poesia.

Tu, girovaga dell’enigma,
prosciughi questo diluvio
con i tuoi sensi infuocati.

Solo il buio che sfugge
corre il rischio di ferirsi.

In fondo, spezzarsi è morire
in un balzo di versi.

Le quattro poesie sono esercizi di respirazione. Faranno parte della raccolta poetica “Nel giardino dei tuoi passi”, che uscirà a settembre per Pecore Nere Editorial. Più il respiro si fa profondo, più ha probabilità di toccare il cielo.

Alberto Madricardo


GEO: Torino, Vinovo, Moncalieri, Piemonte, Italia.

Per conoscere l’attività poetica e artistica dell’autrice è possibile visitare il blog ufficiale di Floriana Porta.

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Fonti biografiche e approfondimenti: Il Posto delle Parole, La Recherche, Voci dall’Isola, Nemus, Accademia di Belle Arti di Venezia.

Crediti immagine: Ritratto di Emily Dickinson, dagherrotipo realizzato intorno al 1848, autore sconosciuto. Versione restaurata proveniente dalla Todd-Bingham Picture Collection and Family Papers, Yale University Manuscripts & Archives Digital Images Database. Fonte: Wikimedia Commons. Immagine di pubblico dominio – Public Domain Mark 1.0.