Un consiglio comunale convocato per banalità manutentive (i soliti lampioni) si ritrova improvvisamente a gestire l’imponderabile: il ribaltamento fisico, concettuale e mnemonico della città. Con un’atmosfera chiaramente debitrice al realismo magico di stampo bulgakoviano (Il Maestro e Margherita), ho cercato con il racconto di mettere in scena lo scontro tra la rigidità burocratica (rappresentata dal sindaco e dal regolamento) e la fluidità anarchica della memoria cittadina, incarnata dal duo Boris e Mefistofele.«Una città non è fatta di mattoni. È fatta di memoria. E di paura. E di desideri. E di errori. E soprattutto di cose che nessun consiglio comunale ha mai avuto il coraggio di mettere all’ordine del giorno.»
La seduta straordinaria del Consiglio Comunale era cominciata alle cinque del pomeriggio, in un municipio così grigio che persino le ombre, entrando, sembravano chiedere un permesso di soggiorno.
Fuori nevicava. Dentro, dodici consiglieri litigavano da quaranta minuti sulla questione dei lampioni.
«I lampioni devono essere sostituiti.»
«No, devono essere riparati.»
«E se invece li lasciassimo così?»
Il sindaco Mikhail Petrovich batté il martelletto e fece toc.
Poi fece toc una seconda volta, da solo.
Il sindaco lo guardò, il martelletto lo guardò.
«Non ricominciamo», mormorò il sindaco.
In quel momento, la porta della sala consiliare si aprì.
Entrò Boris.
Il gatto nero portava il suo impeccabile farfallino rosso. Camminava con la calma di chi aveva già assistito alla fine di almeno tre imperi e non aveva trovato nessuno di essi particolarmente interessante.
Dietro di lui venne Mefistofele.
Elegante, pallido, vestito di nero.
Aveva sotto il braccio una cartella rossa.
Il sindaco si alzò.
«Lei chi è?»
Mefistofele sorrise.
«Sono qui per la seduta.»
«È un consigliere?»
«Peggio.»
Boris saltò sulla sedia riservata al segretario comunale.
«Io sono il consulente.»
«Consulente di cosa?»
Boris si leccò una zampa.
«Della realtà.»
Silenzio.
Il consigliere Zorin tossì.
«Signor sindaco, secondo il regolamento comunale non risulta prevista la figura del gatto consulente.»
Boris alzò gli occhi.
«E infatti non esiste.»
«Allora perché è qui?»
«Perché neanche molte delle vostre strade esistono più.»
[Una pausa.]
Il lampadario oscillò.
Il pavimento fece un rumore sordo.
CRRRRACK.
Tutti guardarono verso il soffitto.
Mefistofele aprì lentamente la cartella.
«Ecco. Siamo arrivati al punto.»
II
Mikhail Petrovich si avvicinò alla finestra.
La città era ancora là.
Ma non era più nella posizione giusta.
La torre del municipio si era inclinata verso destra.
Il campanile della chiesa era orizzontale.
Una strada saliva lungo la facciata di un palazzo, come un fiume costretto a dimenticare la gravità.
Una macchina passò sulla parete di una casa.
Il conducente abbassò il finestrino.
«Sindaco!»
«Cosa c’è?»
«Dove devo parcheggiare?»
Il sindaco rimase immobile.
«In strada.»
«Quale strada?»
Il conducente indicò il cielo.
«Quella.»
Nessuno rise.
Perché, nel cielo, proprio sopra la piazza, stava comparendo una strada.
Una strada vera.
Con marciapiedi.
Panchine.
Un cassonetto.
Persino un cane che correva tranquillamente al contrario.
Il consigliere Zorin si fece il segno della croce.
La bibliotecaria Irina Volkova, presente alla seduta come consulente culturale, sussurrò:
«La città si sta ribaltando.»
Boris annuì.
«Finalmente.»
Il sindaco si voltò furioso.
«Finalmente?!»
«Era da anni che aspettava.»
«Che cosa?»
«Di smettere di obbedirvi.»
Mefistofele appoggiò la cartella sul tavolo.
«Signori consiglieri, siamo qui per deliberare.»
«Deliberare cosa?»
Mefistofele sorrise.
«Se la città debba restare una città.»
III
Il sindaco batté il pugno sul tavolo.
«Questa è follia!»
«Naturalmente», disse Mefistofele. «Altrimenti non saremmo venuti.»
Boris saltò sul tavolo.
Davanti a lui apparve un foglio.
Il foglio non era bianco.
Era una mappa.
Ma la mappa cambiava continuamente.
Le strade si spostavano.
Le piazze diventavano corridoi.
I corridoi diventavano fiumi.
Il municipio appariva una volta sotto terra, una volta sul tetto della città, una volta dentro una nuvola.
«Questa», disse Boris, «è Novygrad.»
«Non è possibile.»
«È possibile.»
«Non può essere la nostra città.»
Boris inclinò la testa.
«Ecco il problema. È esattamente la vostra città.»
Il consigliere Zorin prese la mappa.
Appena la toccò, il suo ufficio comparve davanti a lui.
Poi la sua infanzia.
Poi una cucina.
Poi una donna che non vedeva da quarant’anni.
Il consigliere lasciò cadere il foglio.
«Io…»
Boris lo fissò.
«Le città ricordano.»
Mefistofele prese la parola.
«Ogni strada conserva i passi che l’hanno percorsa. Ogni edificio conserva le voci. Ogni piazza conserva ciò che vi è stato perduto.»
«E perché ora tutto questo viene fuori?»
Mefistofele guardò Boris.
Boris guardò Mefistofele.
«Perché qualcuno ha suonato la nota sbagliata.»
Il sindaco impallidì.
«Il concerto.»
«Esatto.»
La musica dell’impossibile era ancora nell’aria.
Non si sentiva con le orecchie.
Si sentiva nelle fondamenta.
[Un violino suona da qualche parte sotto il pavimento.]
IV
Improvvisamente, la sala consiliare ruotò di novanta gradi.
I consiglieri gridarono.
Le sedie scivolarono.
Il tavolo rimase immobile.
Il sindaco si ritrovò con i piedi contro una parete.
«Fermi tutto!»
Boris camminava tranquillamente sulla parete verticale.
Mefistofele, invece, era seduto sul soffitto.
«Boris.»
«Sì?»
«Credo che il sindaco abbia una proposta.»
«Quale?»
«Vuole fermare la città.»
Boris sospirò.
«Gli uomini hanno sempre questa strana abitudine.»
«Quale?»
«Quando qualcosa si muove, vogliono arrestarla.»
Il sindaco urlò:
«Io sono il sindaco!»
Boris lo fissò.
«Appunto.»
Silenzio.
Il sindaco si aggrappò alla cornice di una finestra.
«Se questa città continua a capovolgersi, morirà!»
Per la prima volta, Boris smise di sorridere.
«No.»
La sua voce era quieta.
«Forse morirà la città che conoscete.»
«È la stessa cosa.»
«No.»
Boris guardò fuori.
Novygrad ora era quasi completamente rovesciata.
I tetti erano diventati strade.
Le strade erano diventate pareti.
Il fiume scorreva nel cielo.
Le nuvole si riflettevano nell’acqua, come se il cielo fosse diventato un secondo fiume.
E, sopra tutto, la grande piazza municipale pendeva capovolta come un gigantesco teatro.
«Una città», disse Boris, «non è fatta di mattoni.»
Mefistofele annuì.
«È fatta di memoria.»
«E di paura.»
«E di desideri.»
«E di errori.»
Boris si voltò verso il Consiglio.
«E soprattutto di cose che nessun consiglio comunale ha mai avuto il coraggio di mettere all’ordine del giorno.»
V
Il segretario comunale, che fino a quel momento era rimasto nascosto sotto il tavolo, emerse lentamente.
«Potremmo… votare.»
Tutti lo guardarono.
«Votare cosa?»
«Se… se la città deve continuare a ribaltarsi.»
Mefistofele sorrise.
«Magnifico.»
Boris batté una zampa sul tavolo.
Apparvero dodici schede.
Su ogni scheda c’erano soltanto due parole:
RESTARE
oppure
CAMBIARE
Il sindaco prese la matita.
La guardò.
Poi guardò la città.
Una casa stava lentamente salendo verso il cielo.
Una bambina, affacciata alla finestra, rideva.
Un vecchio cercava di rimettere in piedi una panchina che ormai stava sul muro.
Un tram passava sopra un campanile.
E tutti, stranamente, sembravano più vivi.
Il sindaco abbassò la matita.
«E se scegliessimo di non scegliere?»
Mefistofele sorrise.
«La città ha già scelto.»
«Chi?»
Boris indicò fuori.
«Lei.»
VI
Alle sette e dodici minuti, la città compì l’ultimo movimento.
Non fu un terremoto.
Non fu un’esplosione.
Fu quasi una riverenza.
Novygrad si piegò su se stessa.
Una metà della città salì verso il cielo.
L’altra scese verso il fiume.
Le due parti si incontrarono sopra la piazza e formarono un enorme anello.
Una città dentro la propria città.
Una strada entrava in una strada.
Un ponte attraversava un altro ponte.
Le finestre guardavano altre finestre che, a loro volta, guardavano le prime.
E, nel centro dell’anello, apparve il municipio.
Capovolto.
Perfettamente capovolto.
Mefistofele guardò Boris.
«Credi che tornerà normale?»
Boris si sistemò il farfallino.
«Naturalmente.»
«Quando?»
«Quando avrà imparato qualcosa.»
«E se non impara?»
Boris sorrise.
«Allora resteremo qui.»
Mefistofele fece una smorfia.
«Per quanto?»
Boris guardò la città.
«Nove vite.»
«E mezza?»
«Quella è già impegnata.»
[Una pausa lunga.]
Dal fondo della sala arrivò un rumore.
Toc.
Il martelletto del sindaco.
Toc.
Il secondo colpo.
Poi il sindaco, ancora appeso al soffitto, dichiarò:
«La seduta è aggiornata.»
Mefistofele rise.
«A quando?»
Il sindaco guardò l’orologio.
Le lancette segnavano un’ora impossibile.
«A domani.»
Boris si avvicinò alla finestra.
Fuori, la città capovolta brillava sotto la neve.
Poi si voltò verso Mefistofele.
«Andiamo.»
«Dove?»
«Alla prossima seduta.»
«E di cosa parleremo?»
Boris saltò sul davanzale.
«Del cielo.»
Mefistofele lo seguì.
«E cosa c’è da deliberare sul cielo?»
Il gatto sorrise.
«Se può avere un sindaco.»
[Si spengono tutte le luci.]
[Una sola finestra rimane illuminata.]
[Da dentro, si sente un gatto ridere.]
FINE
Sergio Batildi.
“Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a esclusivo scopo illustrativo. Non rappresenta necessariamente persone, luoghi o fatti reali.”
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