Un castello innalzato per sottrarsi al passato, un viaggio di quattro giorni compiuto mentre l’Europa si avvicina inconsapevolmente alla catastrofe, un esploratore conteso tra verità e leggenda. Nel romanzo di Manlio Brusatin le dimore non rappresentano semplici ambientazioni: custodiscono desideri, paure e memorie che nessuna demolizione riesce davvero a cancellare.

Pier Carlo Lava

Un castello a Cortina. Overtime nasce attorno a St. Hubertus, la dimora che due donne visionarie fanno costruire a Cortina alla fine dell’Ottocento. Quel luogo dovrebbe essere un rifugio, la possibilità concreta di allontanarsi da un’altra casa infestata dai ricordi e dalle ombre familiari. Il castello, tuttavia, si trova in una terra destinata a diventare confine e campo di battaglia: allo scoppio della Prima guerra mondiale sarà distrutto, quasi che la Storia voglia cancellare brutalmente il sogno dal quale era nato.

Da questa casa cercata e poi perduta, Manlio Brusatin sviluppa un racconto che unisce Irlanda, Dolomiti e Himalaya. La geografia del romanzo non costituisce soltanto lo sfondo dell’azione, ma diventa una mappa interiore. Ogni luogo conserva una parte dell’identità dei personaggi; ogni spostamento sembra corrispondere al tentativo di sfuggire a qualcosa che continua a riemergere.

Al centro della vicenda troviamo Charles Howard-Bury, indicato nel racconto come Charles Bury: aristocratico, militare ed esploratore che avrebbe guidato nel 1921 la prima spedizione britannica di ricognizione sull’Everest. Brusatin lo osserva prima che la sua figura venga definitivamente consegnata alla storia dell’alpinismo, seguendolo durante un viaggio da Cortina a Venezia compiuto nell’aprile del 1913. Sono appena quattro giorni, ma appartengono a un tempo sospeso, quando il mondo europeo continua a celebrare sicurezza, progresso e ambizione senza percepire pienamente l’abisso ormai vicino.

Il viaggio acquista così un significato che supera la sua durata. È una soglia fra ciò che i personaggi sono stati e ciò che diventeranno, ma anche fra due epoche: da una parte l’Europa elegante, cosmopolita e fiduciosa della Belle Époque; dall’altra le trincee, le distruzioni e la perdita di ogni certezza provocate dalla Grande Guerra.

Il castello come corpo della memoria

Il motivo più suggestivo del romanzo è probabilmente quello della casa. Charleville Forest, St. Hubertus e le altre dimore evocate non sono edifici immobili: respirano attraverso chi le ha abitate, trattengono presenze e restituiscono ricordi. Si può costruire una nuova casa per abbandonarne un’altra, ma non è altrettanto facile liberarsi di ciò che la prima ha rappresentato.

Il castello di Cortina diventa allora il simbolo di un desiderio fragile: dare una forma stabile alla felicità e trasformare l’architettura in una difesa contro il tempo. La guerra dimostrerà l’illusorietà di quel progetto. Le mura possono essere abbattute, ma ciò che hanno raccolto sopravvive nella memoria e nella narrazione.

Non sorprende che questo tema sia affrontato da uno storico delle arti e architetto. Brusatin sembra guardare agli edifici come a organismi della memoria, costruzioni materiali nelle quali si accumulano emozioni, conflitti e identità. Il castello non è quindi soltanto il punto di partenza della trama: ne è il vero centro simbolico.

Tra esplorazione e costruzione del mito

Accanto alle case compare la montagna, altra presenza concreta e insieme leggendaria. Attraverso Howard-Bury il romanzo raggiunge l’Himalaya, le grandi spedizioni e la rivalità con George Mallory. Ma l’avventura non viene presentata unicamente come impresa eroica. Intorno agli esploratori si formano racconti, deformazioni e miti: tigri divoratrici, presunte impronte dello Yeti, equivoci capaci di diventare verità condivise ed errori trasformati in gloria.

È uno degli aspetti più moderni dell’opera: il confine incerto tra ciò che è realmente accaduto e la versione destinata a sopravvivere. La leggenda non nasce necessariamente da una menzogna deliberata; può svilupparsi da un dettaglio frainteso, da una traduzione imprecisa o dal bisogno collettivo di credere nell’esistenza di uomini eccezionali.

Howard-Bury emerge così come una figura inquieta e contraddittoria, divisa fra ambizione personale, disciplina militare e desiderio di scoperta. Più che celebrare l’eroe, Brusatin sembra interrogarsi sul processo che lo costruisce. Dietro ogni impresa rimangono infatti competizioni, fallimenti e zone d’ombra che il racconto ufficiale tende a semplificare.

Il sottotitolo “Overtime” suggerisce proprio una dimensione ulteriore: un tempo supplementare nel quale fatti, persone e luoghi continuano a esistere oltre la loro conclusione materiale. Il castello sopravvive alla distruzione, l’esploratore alle proprie imprese e il passato alle interpretazioni che cercano di fissarlo una volta per tutte.

Un romanzo per lettori curiosi e attenti

Un castello a Cortina si presenta come un’opera di confine, nella quale il romanzo storico, il racconto di viaggio, la biografia e la riflessione sulla memoria si incontrano continuamente. La ricchezza di epoche, scenari e riferimenti richiede attenzione: chi cerca una semplice avventura di montagna o una trama rigidamente lineare potrebbe trovarsi davanti a una materia più complessa del previsto.

È però proprio questa densità a costituirne il fascino. L’interesse non risiede soltanto nel sapere che cosa accadrà ai protagonisti, ma nell’osservare come una casa, un viaggio o un’impronta sulla neve possano cambiare significato nel corso del tempo. La realtà si confonde con la leggenda perché entrambe dipendono dallo sguardo di chi racconta.

Brusatin costruisce quindi una storia sulle cose destinate a scomparire e su ciò che, nonostante tutto, rimane. Le dimore vengono cercate, abitate e distrutte; gli uomini inseguono cime e riconoscimenti; la guerra interrompe progetti apparentemente solidi. Eppure sogni, errori e ricordi continuano a viaggiare, trovando nella letteratura una nuova forma di esistenza.

L’autore

Nato nel 1943, Manlio Brusatin è architetto, storico delle arti e studioso dei linguaggi della visione e della rappresentazione. Ha insegnato all’Università Ca’ Foscari di Venezia, al Politecnico di Milano e all’Università di Sassari. È conosciuto internazionalmente soprattutto per i suoi studi sul colore, a partire da Storia dei colori, pubblicato nel 1983. Tra le sue opere figurano anche Colore senza nome, Arte come design, Verde. Storie di un colore, Stile sobrio e Il cappello di Leonardo. Nel 2025 ha ricevuto il Premio letterario Giovanni Comisso alla carriera.

Scheda del libro

Un castello a Cortina. Overtime, di Manlio Brusatin
Armando Editore, collana “Narrare”, 2026
369 pagine – 19 euro
ISBN 9791257550981

Informazioni editoriali: Armando Editore

GEO: Cortina d’Ampezzo, Dolomiti, Venezia, Irlanda, Himalaya, Italia.

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Fonte immagine: Armando Editore – copertina editoriale del volume.