Un modello sviluppato su circa 200mila persone punta a superare il solo indice di massa corporea per individuare prima diabete, malattie cardiovascolari e altre complicanze

Per decenni il BMI, l’indice di massa corporea, è stato uno dei riferimenti più usati per inquadrare sovrappeso e obesità. È un calcolo semplice: mette in rapporto il peso con l’altezza. Utile per una prima valutazione, certo, ma incapace di raccontare da solo la complessità della salute di una persona.

Pier Carlo Lava

Due individui della stessa età, con un BMI simile e magari perfino con lo stesso peso, possono infatti avere prospettive molto differenti: uno può presentare pressione, glicemia, grasso addominale o altri fattori già alterati; l’altro no. È su questa differenza che si concentra una ricerca pubblicata su Nature Medicine, da cui nasce OBSCORE, un modello pensato per stimare in modo più personalizzato il rischio di complicanze associate all’eccesso di peso.

VentI elementi, non un solo numero

I ricercatori della Queen Mary University of London e del Berlin Institute of Health hanno analizzato i dati sanitari di circa 200mila persone con sovrappeso o obesità presenti nella UK Biobank. Hanno esaminato oltre duemila variabili: esami del sangue, misure corporee, abitudini di vita, dati clinici e informazioni biologiche.

Da quella grande mole di dati sono stati selezionati 20 indicatori ritenuti più utili per prevedere il rischio futuro di 18 patologie o complicanze legate all’obesità, tra cui diabete di tipo 2, disturbi cardiovascolari e altre malattie croniche.

Il punto centrale è semplice: non conta soltanto quanto pesa una persona, ma come quel peso si distribuisce, come funziona il suo metabolismo e quali segnali invia già il suo organismo.

Il BMI rimane utile, ma non può essere l’unico criterio

Il BMI non distingue fra massa grassa e massa muscolare, né mostra dove si accumula il grasso. Una persona sportiva e muscolosa, per esempio, può avere un BMI elevato senza avere un eccesso di grasso corporeo; al contrario, una persona con un valore non particolarmente alto può presentare grasso viscerale e alterazioni metaboliche che meritano attenzione.

Lo studio ha rilevato differenze rilevanti nei profili di rischio anche tra persone collocate nella stessa fascia di BMI. Inoltre, non sempre chi presenta il valore più alto è anche chi ha la probabilità maggiore di sviluppare complicanze.

Questo non significa che il BMI debba essere abbandonato: resta uno strumento rapido e largamente utilizzato per lo screening. Significa però che non dovrebbe trasformarsi in un’etichetta definitiva né nell’unico parametro su cui fondare prevenzione e cura.

Verso una medicina più personalizzata

OBSCORE potrebbe, in futuro, aiutare medici e servizi sanitari a capire quali persone necessitino prima di controlli più ravvicinati, programmi nutrizionali e di attività fisica, supporto psicologico o terapie mirate. L’obiettivo non è classificare le persone in base a un numero, ma intervenire in anticipo quando il rischio di malattia è davvero più alto.

Il modello non è ancora uno strumento da applicare automaticamente nella pratica quotidiana: gli stessi ricercatori sottolineano la necessità di ulteriori verifiche e di valutazioni sull’efficacia clinica e sui costi. Ma la direzione è chiara.

L’obesità è una condizione complessa, nella quale entrano in gioco genetica, ambiente, alimentazione, sonno, movimento, condizioni economiche, farmaci e salute mentale. Ridurre tutto alla bilancia può essere comodo, ma rischia di essere insufficiente. La prevenzione più efficace sarà probabilmente quella capace di guardare alla persona intera, non soltanto al suo BMI.

Lo studio ha sviluppato OBSCORE, un modello basato su 20 indicatori clinici e metabolici per stimare in modo più personalizzato il rischio di 18 complicanze associate a sovrappeso e obesità, oltre il solo BMI.

Fonti: studio pubblicato su Nature Medicine, Queen Mary University of London e Organizzazione mondiale della sanità.

Fonte: Studio “Data-driven prioritization of high-risk individuals for weight loss interventions”, pubblicato su Nature Medicine; Queen Mary University of London; Organizzazione mondiale della sanità.

GEO: Regno Unito, Germania, Europa e mondo – ricerca medica, prevenzione, obesità e salute pubblica.

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