Con Odissea, Christopher Nolan trasforma il poema attribuito a Omero in un grande spettacolo cinematografico, ma anche in una riflessione molto contemporanea sulle conseguenze della guerra, sulla memoria e sulla difficoltà di tornare veramente a casa. Il risultato è visivamente straordinario e coraggioso, sebbene alcune scelte finiscano per ridurre una parte della complessità morale, politica e umana dell’opera originaria.
Pier Carlo Lava
Attenzione: l’articolo contiene riferimenti alla trama e al finale del film.
Il poema che da quasi tremila anni racconta il desiderio di tornare
L’Odissea non è soltanto il racconto di un viaggio avventuroso. È soprattutto la storia di un uomo che, dopo avere partecipato alla guerra di Troia, impiega altri dieci anni per ritrovare la propria casa, la moglie Penelope, il figlio Telemaco e il regno di Itaca. L’assenza complessiva di Odisseo dura circa vent’anni: dieci trascorsi combattendo e dieci tentando di tornare. Il poema, suddiviso in 24 libri e formato da oltre dodicimila versi, viene tradizionalmente attribuito a Omero, ma è considerato dagli studiosi il risultato di una lunghissima tradizione orale, giunta alla sua forma conosciuta probabilmente nell’VIII secolo avanti Cristo.
Il termine greco nostos, ritorno, costituisce il cuore dell’opera. Tornare, tuttavia, non significa soltanto raggiungere geograficamente Itaca. Significa recuperare un’identità, verificare le fedeltà, misurare i cambiamenti prodotti dal tempo e comprendere se i legami familiari possano sopravvivere alla separazione. Odisseo non è l’eroe puro e invincibile della tradizione più semplice: è intelligente, astuto, capace di mentire e di assumere diverse identità, ma anche orgoglioso, violento e moralmente ambiguo.
Questa ambivalenza emerge chiaramente nell’incontro con Polifemo. Odisseo riesce a salvarsi grazie all’astuzia, nascondendo inizialmente il proprio nome, ma subito dopo, spinto dal desiderio di gloria, rivela al Ciclope la propria identità. Polifemo può così invocare la vendetta del padre Poseidone. Come ha spiegato il professor David Elmer dell’Università di Harvard, il poema mette in discussione il modello eroico dell’Iliade: la ricerca della gloria, il kleos, non appare più un bene assoluto, ma può produrre distruzione e sofferenza. L’eroe che vuole essere ricordato finisce per condannare i propri compagni e ritardare il ritorno a casa.
Un altro elemento fondamentale è la xenia, la legge dell’ospitalità. Nell’universo omerico accogliere lo straniero, nutrirlo e proteggerlo è un dovere sacro. Polifemo viola questa legge divorando gli ospiti, ma anche Odisseo e i suoi uomini entrano nella sua dimora e consumano i suoi beni senza autorizzazione. I Proci, a loro volta, occupano il palazzo di Itaca, dilapidano le ricchezze del re e maltrattano Odisseo quando si presenta travestito da mendicante. La distinzione tra vittime e colpevoli, dunque, è molto meno netta di quanto possa sembrare.
Nolan trasforma il mito in un’esperienza fisica
Uscito in Italia il 16 luglio 2026, Odissea è scritto, diretto e prodotto da Christopher Nolan e dura due ore e 53 minuti. Matt Damon interpreta Odisseo, Anne Hathaway è Penelope, Tom Holland presta il volto a Telemaco, Zendaya interpreta Atena e Robert Pattinson è Antinoo. Nel vastissimo cast figurano inoltre Lupita Nyong’o, Charlize Theron, Samantha Morton, John Leguizamo, Mia Goth e Himesh Patel.
Nolan ha girato l’intero film con cineprese IMAX, affidando la fotografia a Hoyte van Hoytema e la musica a Ludwig Göransson. Il mare, le tempeste, le spiagge, le montagne e le creature diventano presenze materiali, quasi tangibili. Il regista non vuole soltanto mostrare il viaggio: cerca di farne percepire la fatica, il pericolo, la paura e l’enorme distanza che separa Odisseo dalla sua casa. Una parte importante delle riprese è stata realizzata anche in Italia, nelle Egadi e nelle Eolie. Favignana rappresenta Itaca e il Castello di Santa Caterina diventa il palazzo del protagonista.
È qui che il film raggiunge i risultati più convincenti. Il Mediterraneo non è uno sfondo decorativo, ma un personaggio: può accogliere, nascondere o distruggere. Lo spettacolo non nasce soltanto dalle dimensioni dei mostri, ma dalla vulnerabilità degli uomini davanti alla natura. Il formato IMAX permette a Nolan di restituire il senso di un mondo in gran parte sconosciuto, nel quale ogni viaggio costituiva un salto nell’incertezza.
Il regista modifica però il rapporto tra uomini e divinità. Nel poema gli dèi intervengono direttamente, discutono, proteggono, ingannano e puniscono. Nel film, con la significativa eccezione di Atena, Zeus e Poseidone non assumono una forma umana visibile: la loro presenza viene suggerita dalle tempeste, dal mare e dagli eventi naturali. Nolan non elimina completamente il soprannaturale, ma lo rende incerto. Lo spettatore può interpretare ciò che accade come azione divina oppure come effetto della natura e delle paure umane.
È una soluzione cinematograficamente efficace, perché evita la rappresentazione convenzionale degli dèi seduti sull’Olimpo a manovrare gli uomini come pedine. Al tempo stesso, però, riduce una delle dimensioni più affascinanti dell’opera: il continuo confronto tra libertà umana, destino e volontà divina. Nel poema le responsabilità appartengono sia agli uomini sia agli dèi; nel film ricadono in misura molto maggiore sulle scelte personali di Odisseo.
Le differenze più importanti rispetto a Omero
Nolan conserva numerosi episodi celebri, come Polifemo, le Sirene, Circe, Calipso e la strage dei Proci, ma riorganizza profondamente il racconto. Anche il poema originario non segue un ordine cronologico lineare: molte avventure vengono narrate dallo stesso Odisseo ai Feaci. Il regista riprende questa struttura frammentata e la trasforma in un viaggio nella memoria del protagonista, che sull’isola di Calipso deve ricostruire ciò che gli è accaduto e, soprattutto, chi è diventato.
Alcune esclusioni sono tuttavia significative. Scompare il celebre gioco di parole con il quale Odisseo dice a Polifemo di chiamarsi “Nessuno”; viene eliminato il sacco dei venti donato da Eolo; è fortemente ridotto il passaggio nell’oltretomba e manca l’incontro con Achille, uno dei momenti nei quali Omero mette più chiaramente in discussione la gloria militare. Viene inoltre eliminata la permanenza presso i Feaci, insieme alla figura di Nausicaa. Sono scelte comprensibili in un film già molto lungo, ma comportano inevitabilmente una perdita.
Anche Circe e Calipso vengono reinterpretate. Nel poema entrambe trattengono Odisseo e intrattengono con lui relazioni complesse, condizionate dall’intervento divino e da rapporti di potere non facilmente riconducibili alle categorie moderne. Nolan abbrevia questi episodi e li inserisce soprattutto nel percorso psicologico del protagonista.
La trasformazione più radicale riguarda però il finale. Nell’Odissea Odisseo stermina i Proci, si ricongiunge con Penelope, ritrova il padre Laerte e, grazie all’intervento di Atena, raggiunge una pace con le famiglie degli uomini uccisi. Recupera quindi il trono e ristabilisce l’ordine a Itaca. Nel film, invece, Odisseo e Penelope scelgono l’esilio e affidano il regno a Telemaco. Il ritorno non coincide più con la riconquista del potere, ma con l’assunzione della responsabilità per la violenza commessa.
Nolan collega inoltre la storia al mistero dei cosiddetti Popoli del Mare, indicati dagli storici come una delle possibili componenti della crisi che sconvolse il Mediterraneo orientale alla fine dell’Età del Bronzo. Per gran parte del film questi predoni vengono percepiti come una minaccia esterna. Nel finale si comprende invece che quella violenza appartiene agli stessi guerrieri greci tornati da Troia. Il nemico temuto non arriva da un mondo sconosciuto: è la guerra che rientra in patria insieme ai vincitori.
È probabilmente l’idea più interessante introdotta da Nolan. Odisseo non torna semplicemente dalla guerra: porta la guerra dentro Itaca. La strage dei Proci non è più soltanto una vendetta legittimata dall’ordine eroico antico, ma la prosecuzione domestica di ciò che è accaduto a Troia. In questo modo il regista trasforma il poema in una riflessione sul trauma dei reduci, sulla responsabilità dei vincitori e sull’impossibilità di cancellare le conseguenze della violenza.
Un capolavoro cinematografico o un Omero impoverito?
L’accoglienza critica è stata in larga parte entusiastica. All’8 agosto 2026, Rotten Tomatoes registra il 94% di giudizi positivi da parte della critica e il 97% tra gli spettatori verificati. Il successo commerciale è altrettanto evidente: Universal ha comunicato un debutto mondiale da 264,1 milioni di dollari, il migliore della carriera di Nolan. In Italia il film ha superato i 40 milioni di euro nei primi giorni di agosto, imponendosi come uno dei maggiori fenomeni cinematografici degli ultimi anni.
Il consenso non è però unanime. Emily Wilson, autrice di una delle più apprezzate traduzioni inglesi moderne dell’Odissea e fonte d’ispirazione dichiarata per Nolan, ha criticato duramente la sceneggiatura, giudicandola povera di profondità psicologica, politica ed etica. La sua obiezione riguarda soprattutto la distanza fra la ricchezza dei personaggi omerici e la loro funzione, talvolta più semplificata, all’interno del meccanismo spettacolare del film.
La critica merita di essere presa sul serio. Nolan coglie perfettamente la dimensione fisica del viaggio, il peso della guerra e il tormento del ritorno, ma non sempre restituisce la pluralità di voci dell’opera. Omero concede spazio a Penelope, Telemaco, ai servi, agli ospiti, ai nemici e perfino ai morti. Il film concentra invece molta parte del significato sulla colpa individuale di Odisseo. È una lettura potente, ma più ristretta.
Penelope, interpretata con intensità da Anne Hathaway, conserva comunque un ruolo decisivo. Non è la moglie passiva che attende: difende la casa, ritarda la scelta di un nuovo marito, osserva, mette alla prova e giudica. Nel poema il riconoscimento attraverso il segreto del letto costruito attorno a un ulivo dimostra che entrambi i coniugi devono verificare se il loro legame sia sopravvissuto. Nolan utilizza questo nucleo per raccontare una coppia ormai adulta, separata dal tempo e costretta a chiedersi se sia ancora possibile riconoscersi.
La prestazione di Matt Damon funziona soprattutto quando mostra la stanchezza e la lacerazione interiore dell’eroe. Il suo Odisseo è meno dominato dal piacere del racconto e dall’astuzia del personaggio omerico e maggiormente segnato dal trauma. Questa trasformazione rende il protagonista vicino alla sensibilità contemporanea, ma gli sottrae una parte della vitalità, dell’ironia e dell’ambiguità che hanno reso Ulisse immortale.
Il risultato più importante: riportare Omero tra i lettori
Il valore culturale del film supera comunque il giudizio sulla sua fedeltà. Nel Regno Unito, nelle quattro settimane successive all’uscita, le vendite delle edizioni dell’Odissea sono aumentate del 1.400% rispetto allo stesso periodo del 2025; negli Stati Uniti l’incremento registrato dall’inizio dell’anno è stato del 76%. Migliaia di spettatori, dopo avere visto il film, stanno cercando il poema, le sue traduzioni e le numerose opere che ne sono derivate.
Questo potrebbe essere il successo più duraturo dell’operazione. Nolan non sostituisce Omero e non pretende di farlo. La sua è una riscrittura personale, spettacolare e moderna. Taglia, modifica e inventa, come hanno fatto per secoli scrittori, pittori, musicisti e registi. Alcune scelte arricchiscono il racconto di nuovi significati; altre lo impoveriscono o ne riducono la complessità.
Odissea resta però un grande film, capace di restituire al cinema la dimensione dell’evento collettivo e di far discutere milioni di persone intorno a un poema antico di quasi tremila anni. È difficile chiedere a un adattamento cinematografico di contenere tutta l’Odissea. È invece legittimo chiedergli di spingere il pubblico a tornare al testo, a confrontare le versioni e a interrogarsi sul significato del viaggio.
Perché il vero centro dell’opera non è Polifemo, non sono le Sirene e non è neppure la conquista del regno. È una domanda molto più semplice e, proprio per questo, universale: dopo essere stati trasformati dal tempo, dalla violenza e dalle nostre scelte, possiamo davvero tornare a casa?
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Fonti principali: sito ufficiale di Odissea; Harvard – temi e significato dell’Odissea; Reuters – uscita, incassi e riprese a Favignana; Rotten Tomatoes – accoglienza del film; The Guardian – il dibattito con Emily Wilson e l’aumento delle vendite del poema.
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