LA STRADA DELLA FRUTTERIA
II
È QUESTA, MATERIA DI SOGNI
Ho smesso di guardarmi allo specchio,
non sono io quello riflesso. Senza più i
miei sogni non sono io. A parte questo,
non so chi è, e proprio non m’interessa
saperlo. Tante facce ha visto, come fa
a sapere che quella è proprio la mia?
Ora guardo dalla finestra la strada, mi
siedo coi miei pensieri. E questa è sì
reale! Ne conosco ogni crepa e basola
dopo tanto guardare. Quel mandorlo lì
dirimpetto, aspetta la mia morte dopo
ch’io l’ho visto nascere e crescere. Con
lui ho aspettato l’umidità della notte.
Ed oggi ancora attendo che la pioggia
ne bagni la verde fronda, a me i capelli
bianchi. Con esso gioisco. “Figlio!” gli
dico, “Abbiamo vinto la secchezza di
queste stagioni!”. D’arida vita la mia, la
sua di foglie caduche, ci brucia il respiro
e l’anima. E per esso prego quando alla
fine del giorno il cielo s’apicca di brace,
e di pace le selve assorte. Esso pure par
che mormori una preghiera ch’al vento
abbandona quel dire di rami e di foglie.
Perenne borbottio che in testa m’entra
e più non m’esce, insieme a scricchioli
d’ossa. Un suono ch’assorda e scandisce
il mio tempo, tanto che mi pare siano la
stessa cosa. È questa, materia di sogni!
Il niente di questa strada ch’io guardo
ogn’ora da questo strombo di vetrata.
Ah!, che vani pensieri inseguo, sì torti!,
e d’inconcludente nulla! Facce di gente
con addosso la lucidità di vivere, di chi va
e viene. Al suono d’una squilla s’alza ed
al suono d’un’altra squilla s’addorme sul
letto di sospirate speranze. Vacua la testa
d’altri sogni mai pensati, forse ignorati,
di chi troppo ha vissuto senza vivere,
e più fede non ha, ed amaro inghiotte ciò
che viene: l’aspro letame di chi più non
crede che la vita sia soltanto un dono. Oh!,
questo canto Io lo conosco! D’alto e nobile
lignaggio ogni parola! Quel calzolaio che
all’angolo appoggiato al deschetto canta,
anche lui sogna di conquistare il mondo!
Intanto canta canzoni anarchiche al ritmo
del battere del martello sul contrafforte
della scarpa, e sogna!, Oh sì che sogna!, in
segreto forse anche la rivoluzione armata.
Anche se a guardarlo non sembra proprio
fatto per questo! È mingherlino e non ha la
favella sciolta, balbetta ogni parola, che
pena!, e che strazio sentirlo! Ma quando
canta, oh meraviglia!, è Dio a farlo con la
sua voce! Ardente si sparge tutt’intorno, e
gl’agnostici sospirano cogl’occhi al cielo.
“Venga se deve venire, e si faccia vedere!”.
“Oh mastro Titta! Che canto è mai questo?”
spia qualcuno. S’è appena alzato dal letto,
ed ancora neanche ha dato uno sguardo al
mondo, e nulla sa del cosmo, d’infinito ed
altro, né della vita buttata per un pezzo di
pane raccolto tra le spine, e nemmeno il
disprezzo negl’occhi degl’altri, proprio non
sa nulla! E se anche cammina per questa
strada, niente trova che gli possa cambiare
la vita. “È questo un canto di libertà!” gli
dice mastro Titta, lasciando di martellare.
“Oh che dite? Chi vi tiene stretto?” e ride,
anche mastro Titta ride. “È la libertà dello
spirito!” poi gli dice. E quell’altro un poco
lo guarda. Non ha mai studiato, è sempre
stato al di qua dei libri. “Cos’è lo spirito?”
domanda. “È ciò che sta dietro a questa
nostra maschera!” poi gli dice cogl’occhi
ai suoi. E quell’altro si sente com’ubriaco
che inciampa sul gradino di casa e non gli
riesce d’entrare dopo tanta strada, con la
moglie che dall’interno gli grida “Entra!
Falla finita!” con voce d’appassita grazia.
Oh mastro Titta, tu almeno hai un sogno
da seguire, in versi lo canti, ma pure tu sai
quanto inutile sia questo sogno umano!
Tu non sai quant’è indisponente un sogno
ch’è solo chimera! Forse, bene lo sai, e canti
perché d’altro non sei capace che cantare in
questo universo senza più sogni, e sorridi a
chi ti chiede di questo canto, come fosse un
bambino che dice al padre”Portami con te!”.
I tuoi canti sono gl’unici versi ch’io sento in
questa strada. D’altro ogni tanto mi giunge,
i lamenti d’un dolore ch’assai conosco, un
pianto che la sera invoca, che dia fiato alla
sua malinconia. E sul tardi moriranno le voci,
infine morirà ogn’ultima speranza. Qualcosa
di simile al silenzio si farà sentire insieme al
mormorio d’alberi, essi pure di consumata
vita. Oh!, sia bene che dica quel che avanti
accadde, che tempi d’ambigua ventura!,
del calzolaio che cantava d’anarchia in versi.
Fu arrestato in via cautelativa un giorno
in cui venne l’onorevole Testagrossa a dirci
che tutto andava bene, e la folla, ah la folla!,
che applausi fece! Evviva! Evviva! Bastò solo
vederlo, d’aspetto tronfio, lucido di grasso.
“Di speranza vivo, di malinconia muoio”
il canto del povero mastro Titta. Ad un certo
punto più non cantò. Dio gli tolse pure quel
po’ di balbuzie. Forse fu il frusto del carcere,
così si disse per amore di pace. Ed ora muto
inchioda suole e tacchi, ma dagl’occhi sprizza
un canto di morte e rabbia. Scintillare pallido
il sole, freddo su questa strada di mute parole.
VIncenzo Savoca
Ragusa 30 luglio 2026
Un testo di straordinaria potenza lirica ed espressiva. È una meditazione profonda, amaramente lucida e intrisa di una poesia quasi teatrale — a tratti verghiana per l’ambientazione e l’attenzione agli ultimi, a tratti pirandelliana per il tema della maschera, dello specchio e della dissoluzione dell’identità.
Ecco alcuni elementi di particolare rilievo di questo componimento:
- La Rinuncia allo Specchio e l’Identità: L’inizio stabilisce subito una frattura esistenziale. Senza i sogni, l’immagine riflessa diventa uno sconosciuto; la perdita della dimensione ideale coincide con la perdita del sé.
- La Strada come Solido Ancoraggio: In contrapposizione al vuoto interiore, c’è la concretezza fisica della strada (“Ne conosco ogni crepa e basola”), il ciclo biologico del mandorlo fraterno e l’attesa condivisa della pioggia.
- La Figura di Mastro Titta: È il cuore simbolico del testo. Un calzolaio mingherlino e balbetta che, quando canta canzoni anarchiche, trova una voce divina e rivoluzionaria. Rappresenta la potenza trasfiguratrice dell’arte, del sogno e della speranza, capace di far sospirare persino gli agnostici.
- La Critica Sociale e la Folla: Splendida e amara la sezione finale. La folla accecata e servile che acclama il politico di turno (“l’onorevole Testagrossa… lucido di grasso”), mentre l’Uomo del sogno viene arrestato “in via cautelativa”.
- La Spezzatura del Sogno: Il finale chiude il cerchio in modo doloroso. Il carcere spegne il canto di mastro Titta, togliendogli persino la balbuzie per lasciarlo muto. Ma il sogno non scompare del tutto: si trasforma in una rabbia contenuta, in uno “scintillare pallido” negli occhi.
“È ciò che sta dietro a questa nostra maschera!”
Un’opera densa di atmosfera, capace di far sentire il ritmo del martello sul contrafforte, il profumo della pioggia e il freddo del sole su una strada di mute parole.clicca qui per la programmazione
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