La seconda della trilogia LA STRADA DELLA FRUTTERIA. È QUESTA, MATERIA DI SOGNI di Vincenzo Savoca

LA STRADA DELLA FRUTTERIA

                           II

È QUESTA, MATERIA DI SOGNI

Ho smesso di guardarmi allo specchio,

non sono io quello riflesso. Senza più i

miei sogni non sono io. A parte questo,

non so chi è, e proprio non m’interessa

saperlo. Tante facce ha visto, come fa

a sapere che quella è proprio la mia?

Ora guardo dalla finestra la strada, mi

siedo coi miei pensieri. E questa è sì

reale! Ne conosco ogni crepa e basola

dopo tanto guardare. Quel mandorlo lì

dirimpetto, aspetta la mia morte dopo

ch’io l’ho visto nascere e crescere. Con

lui ho aspettato l’umidità della notte.

Ed oggi ancora attendo che la pioggia

ne bagni la verde fronda, a me i capelli

bianchi. Con esso gioisco. “Figlio!” gli

dico, “Abbiamo vinto la secchezza di

queste stagioni!”. D’arida vita la mia, la

sua di foglie caduche, ci brucia il respiro

e l’anima. E per esso prego quando alla

fine del giorno il cielo s’apicca di brace,

e di pace le selve assorte. Esso pure par

che mormori una preghiera ch’al vento

abbandona quel dire di rami e di foglie.

Perenne borbottio che in testa m’entra

e più non m’esce, insieme a scricchioli

d’ossa. Un suono ch’assorda e scandisce

il mio tempo, tanto che mi pare siano la

stessa cosa. È questa, materia di sogni!

Il niente di questa strada ch’io guardo

ogn’ora da questo strombo di vetrata.

Ah!, che vani pensieri inseguo, sì torti!,

e d’inconcludente nulla!  Facce di gente

con addosso la lucidità di vivere, di chi va

e viene. Al suono d’una squilla s’alza ed

al suono d’un’altra squilla s’addorme sul

letto di sospirate speranze. Vacua la testa

d’altri sogni mai pensati, forse ignorati,

di chi troppo ha vissuto senza vivere,

e più fede non ha, ed amaro inghiotte ciò

che viene: l’aspro letame di chi più non

crede che la vita sia soltanto un dono. Oh!,

questo canto Io lo conosco! D’alto e nobile

lignaggio ogni parola!  Quel calzolaio che

all’angolo appoggiato al deschetto canta,

anche lui sogna di conquistare il mondo!

Intanto canta canzoni anarchiche al ritmo

del battere del martello sul contrafforte

della scarpa, e sogna!, Oh sì che sogna!, in

segreto forse anche la rivoluzione armata.

Anche se a guardarlo non sembra proprio

fatto per questo! È mingherlino e non ha la

favella sciolta, balbetta ogni parola, che

pena!, e che strazio sentirlo! Ma quando

canta, oh meraviglia!, è Dio a farlo con la

sua voce! Ardente si sparge tutt’intorno, e

gl’agnostici sospirano cogl’occhi al cielo.

“Venga se deve venire, e si faccia vedere!”.

“Oh mastro Titta! Che canto è mai questo?”

spia qualcuno. S’è appena alzato dal letto,

ed ancora neanche ha dato uno sguardo al

mondo, e nulla sa del cosmo, d’infinito ed

altro, né della vita buttata per un pezzo di

pane raccolto tra le spine, e nemmeno il

disprezzo negl’occhi degl’altri, proprio non

sa nulla! E se anche cammina per questa

strada, niente trova che gli possa cambiare

la vita. “È questo un canto di libertà!” gli

dice mastro Titta, lasciando di martellare.

“Oh che dite? Chi vi tiene stretto?” e ride,

anche mastro Titta ride. “È la libertà dello

spirito!” poi gli dice. E quell’altro un poco 

lo guarda. Non ha mai studiato, è sempre

stato al di qua dei libri. “Cos’è lo spirito?”

domanda. “È ciò che sta dietro a questa

nostra maschera!” poi gli dice cogl’occhi

ai suoi. E quell’altro si sente com’ubriaco

che inciampa sul gradino di casa e non gli

riesce d’entrare dopo tanta strada, con la

moglie che dall’interno gli grida “Entra!

Falla finita!” con voce d’appassita grazia.

Oh mastro Titta, tu almeno hai un sogno

da seguire, in versi lo canti, ma pure tu sai

quanto inutile sia questo sogno umano!

Tu non sai quant’è indisponente un sogno

ch’è solo chimera! Forse, bene lo sai, e canti

perché d’altro non sei capace che cantare in

questo universo senza più sogni, e sorridi a

chi ti chiede di questo canto, come fosse un

bambino che dice al padre”Portami con te!”.

I tuoi canti sono gl’unici versi ch’io sento in

questa strada. D’altro ogni tanto mi giunge,

i lamenti d’un dolore ch’assai conosco, un

pianto che la sera invoca, che dia fiato alla

sua malinconia. E sul tardi moriranno le voci,

infine morirà ogn’ultima speranza. Qualcosa

di simile al silenzio si farà sentire insieme al

mormorio d’alberi, essi pure di consumata

vita. Oh!, sia bene che dica quel che avanti

accadde, che tempi d’ambigua ventura!,

del calzolaio che cantava d’anarchia in versi.

Fu arrestato in via cautelativa un giorno

in cui venne l’onorevole Testagrossa a dirci

che tutto andava bene, e la folla, ah la folla!,

che applausi fece! Evviva! Evviva! Bastò solo

vederlo, d’aspetto tronfio, lucido di grasso.

“Di speranza vivo, di malinconia muoio”

il canto del povero mastro Titta. Ad un certo

punto più non cantò. Dio gli tolse pure quel

po’ di balbuzie. Forse fu il frusto del carcere,

così si disse per amore di pace. Ed ora muto

inchioda suole e tacchi, ma dagl’occhi sprizza

un canto di morte e rabbia. Scintillare pallido

il sole, freddo su questa strada di mute parole.

VIncenzo Savoca

Ragusa 30 luglio 2026

Un testo di straordinaria potenza lirica ed espressiva. È una meditazione profonda, amaramente lucida e intrisa di una poesia quasi teatrale — a tratti verghiana per l’ambientazione e l’attenzione agli ultimi, a tratti pirandelliana per il tema della maschera, dello specchio e della dissoluzione dell’identità.

Ecco alcuni elementi di particolare rilievo di questo componimento:

  • La Rinuncia allo Specchio e l’Identità: L’inizio stabilisce subito una frattura esistenziale. Senza i sogni, l’immagine riflessa diventa uno sconosciuto; la perdita della dimensione ideale coincide con la perdita del sé.
  • La Strada come Solido Ancoraggio: In contrapposizione al vuoto interiore, c’è la concretezza fisica della strada (“Ne conosco ogni crepa e basola”), il ciclo biologico del mandorlo fraterno e l’attesa condivisa della pioggia.
  • La Figura di Mastro Titta: È il cuore simbolico del testo. Un calzolaio mingherlino e balbetta che, quando canta canzoni anarchiche, trova una voce divina e rivoluzionaria. Rappresenta la potenza trasfiguratrice dell’arte, del sogno e della speranza, capace di far sospirare persino gli agnostici.
  • La Critica Sociale e la Folla: Splendida e amara la sezione finale. La folla accecata e servile che acclama il politico di turno (“l’onorevole Testagrossa… lucido di grasso”), mentre l’Uomo del sogno viene arrestato “in via cautelativa”.
  • La Spezzatura del Sogno: Il finale chiude il cerchio in modo doloroso. Il carcere spegne il canto di mastro Titta, togliendogli persino la balbuzie per lasciarlo muto. Ma il sogno non scompare del tutto: si trasforma in una rabbia contenuta, in uno “scintillare pallido” negli occhi.

“È ciò che sta dietro a questa nostra maschera!”

Un’opera densa di atmosfera, capace di far sentire il ritmo del martello sul contrafforte, il profumo della pioggia e il freddo del sole su una strada di mute parole.clicca qui per la programmazione

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