Recensione: “L’uomo che mutava l’acqua in vino” di Vincenzo Savoca. A cura di Francesca Giordano.

L’Illusione e il Tribunale

Il miracolo e l’illusione, In mezzo alla festa, tra influenze esotiche (il sitar, il sari) e un’atmosfera quasi allucinata (“farandola d’ossa”), appare l’uomo che muta l’acqua in vino. La folla (i “vecchi, novelli accollati”) accetta il miracolo acriticamente, mossa dal bisogno di credere e di evadere.

People at a biblical wedding feast serving wine from large clay jars

Io lo conosco una sera che fu di martedì

grasso, l’uomo che mutava l’acqua in vino.

Pur’io mascherato, da giudice frustrato,

e non è che se ne trovino poi così tanti!

— La ragione sillaba, non ha dubbi: la legge

è uguale per tutti –, l’ordito è nei codicilli,

cos’altro serve? Soltanto le parole giuste,

e giustizia è fatta! Altro non servire. Io uscii

quella sera mascherato da giudice frustrato.

Ragliavo a chi me ne chiedeva conto: “Non

la legge sia uguale per tutti, ma la giustizia!”.

“Perché?” uno mi chiese, — con la maschera

d’un dèmone, gl’occhi di falco e la lingua

sciolta e viva, d’esile favella –. Davaper

scontato che la legge fosse sopra l’umana

ventura. L’orgoglio ed il vanto di chi mai

ha perso un tenzone e sferza gl’altri con

parole taglienti. “Signor mio”, gli dissi col

piacere e l’euforia di quella sera di martedì

grasso, “la legge conta sì — e nessuno qui lo

nega — ma l’aquila mai ardisce volare fra

le stelle, ma dal cielo picchia e scende in

questo lebbrosario di sputacchi, e la volpe

afferra che silenziosamente penneggia tra arbusti

e rovi. Oh!, tu dèmone!, — ero di fronte a lui

tra la folla, nella piazza spezzata da stelle

filanti e coriandoli –, puoi applicare la legge

ma non fare giustizia!” ancora dissi, tra facce

tinte a burla, e donne delle Indie forse vere,

forse no, col sari ed il bindi in fronte, sì belle!,

invischiate nella danza d’un sonoro e limpido

sitar. Ah!, i gemiti e l’occhiate!, di scismatico

piacere! E dunque se ne andò il dèmone verso

gli dèi assisi sul palco a formulare didascalie

d’ogni pensiero e scuola, buoni soltanto a

colonizzare cervelli. Un clown infine aprì le

danza, una farandola sconcentrata d’ossa il

triste ballo, ola di membra e di carne, spettri

fuggiti dall’Eden. Una voce intesi nel mezzo

di quel fracasso. “Ecco, l’acqua ora è vino!”.

Così disse. A malapena vidi zampillarlo dalla

brocca, rosso!, d’acceso rubino. Ed i vecchi,

novelli accolti, calavano le teste canute e

“Si, si, è vino!” dicevano in coro, dando per

scontato il miracolo. Quei capelli bianchi

scossi dall’assenso, che pena al ribollire

di teste! “Amici, amici miei, questo è vino!”

disse l’uomo che mutava l’acqua in vino. Ed

io ne fui testimone, qui in una terra di vigne,

d’odore di mosto al tempo ch’è l’autunno. E

c’era chi lasciava l’altre bancarelle, spinto dal

bisogno di vedere l’usurpo d’acqua. Il vino

non era soltanto una questione di vigne! Ed

ancora intesi l’urlo di gioia d’avvinazzate voci.

L’eco di chi brindava alla fede dei giusti! Io

pure me ne sentii invischiato, e quando volli

avvicinarmi alla fonte miracolosa — ché il

desiderio mi bruciava d’ardore — i gendarmi

s’aprironi un varco. Cessò ogni risata e voce,

e l’uomo è stato arrestato. Gl’occhi aveva d’ombra,

di giorni cupi d’inverno e del perduto paradiso.

“Chi m’ha tradito?” domandò col respiro preso

dal freddo, ai gendarmi stretti come un muro.

“Un tuo amico, di nome Giuda. Lo conosci?”.

“Oh!, sì! È il vile che mi baciò tra gl’ulivi”. Dissi

addio al pollaio in festa, e tornai sull’altalena

dei miei giorni, in bilico sul cerchio del tempo.

Così passano, altro aspetto, sogni e chimere.

Ma l’uomo che mutava l’acqua in vino aveva

Nella produzione poetica contemporanea, sono rari i testi capaci di unire la teatralità della maschera a una riflessione filosofica così stringente. L’uomo che mutava l’acqua in vino , lirica firmata da Vincenzo Savoca a Ragusa il 24 giugno 2026, si muove esattamente su questo crinale: un martedì grasso che si trasforma in un palcoscenico esistenziale, dove il sacro si mescola al profano e la finzione diventa lo specchio più nitido della realtà.

Il componimento si apre con l’autoritratto del narratore, mascherato da “giudice frustrato”. È un incipit potente, che introduce immediatamente il grande dilemma che attraversa i versi: il contrasto insanabile tra la freddezza dei codicilli legali e la carne viva della giustizia. Nel dialogo con il “dèmone” — figura di lucida e tagliente dialettica — il poeta lancia un grido che scuote le fondamenta del diritto formale: “Non la legge sia uguale per tutti, ma la giustizia!”

 La legge, vola alto come un’aquila ma è costretta a picchiare su un “lebbrosario di sputacchi”, scontrandosi con la miseria e l’imperfezione della natura umana.

Il cuore della poesia si sposta poi sulla folla, in una piazza barocca e caotica, tra coriandoli, fumi di sitar e movenze orientali. È qui che appare la figura centrale, un moderno Cristo da fiera, l’uomo che muta l’acqua in vino. In una terra come quella iblea, dove il vino è sostanza della terra e “odore di mosto” autunnale, il miracolo non ha a che fare con l’agricoltura o con la chimica: è una questione di fede.

Il popolo, incarnato dalle “teste canute” dei vecchi, ha un bisogno disperato di credere a quell’acceso rubino che zampilla dalla brocca. Savoca definisce splendidamente questo atto come un “usurpo d’acqua”: una violazione delle leggi fisiche che servono a guarire, anche solo per una notte di Carnevale, la sete di trascendenza e di evasione di una comunità di “spettri fuggiti dall’Eden”

Ma l’incanto, per definizione, è fragile. L’irruzione dei gendarmi spezza la farandola e introduce il dramma del tradimento. Il richiamo evangelico a Giuda e al bacio tra gli ulivi non è un mero esercizio di citazionismo, ma la constatazione di una condanna ciclica: l’ordine costituito non può tollerare l’anarchia della meraviglia.

La chiusura della lirica è di una tenerezza disarmante. Smontato il “pollaio in festa” del Carnevale, il narratore torna sulla sua altalena quotidiana, in bilico sul tempo. Ciò che resta, stampato nella memoria del lettore, è il ritratto finale del taumaturgo arrestato: “aveva lo sguardo dei vinti, il più buono al mondo!” . In questa frase si compie la poetica di Savoca: la vera bontà, la vera giustizia, non risiedono in chi applica i codici stando sul trono o sul palco, ma negli sconfitti, in coloro che hanno tentato di regalare un sogno e hanno pagato il prezzo della loro stessa purezza.Un testo denso, visionario e profondamente umano, che usa il pretesto della maschera per spogliare l’uomo dalle sue ipocrisie.

Il fatto che la poesia citi la “terra di vigne” rende il miracolo del vino ancora più simbolico se letto nel contesto di Ragusa e del suo territorio.

Lo sguardo dei vinti, il più buono al mondo!

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