Perché l’arte deve restare “farina del proprio sacco?” di Giuseppina De Biase

Negli ultimi tempi la tecnologia ha fatto cose straordinarie.

Con l’AI si possono comporre versi in pochi secondi, trovare rime perfette e imitare lo stile dei più grandi poeti del passato. 

Ma una poesia scritta da un’intelligenza artificiale (AI) è vera poesia?

La risposta per me  è NO. 

La tecnologia può dare una mano, ma non potrà mai sostituire il cuore umano.

L’AI non ha mai provato il vuoto di una perdita, la gioia profonda di un amore o la nostalgia di un ricordo, non fa altro che copiare, mettere  insieme parole basandosi su calcoli matematici e testi scritti da altri.

Il Poeta, lo scrittore trasforma il proprio vissuto e le proprie ferite in arte.

La vera poesia non è solo un insieme di parole che suonano bene. È un ponte invisibile tra l’anima di chi scrive e l’anima di chi legge.

Questo non significa che la tecnologia sia del tutto inutile per chi scrive. Può diventare un ottimo supporto ma  a patto che l’opera rimanga sempre “farina del proprio sacco”.

L’AI può essere usata per:

Sbloccare la mente come ad esempio trovare un sinonimo raro o una rima difficile quando ci si sente bloccati.

Controllare la forma  Verificare  il ritmo dei versi. 

L’arte è un’impronta digitale umana, usare un computer per farsi scrivere una poesia intera significa rinunciare alla propria voce. L’intelligenza artificiale genera testi perfetti ma freddi, privi di quell’imperfezione vibrante che rende una poesia memorabile.

La tecnologia deve rimanere uno strumento al servizio della penna. L’ispirazione, l’emozione e la firma finale devono appartenere solo all’essere umano.

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