Antenne 5G ad Alessandria: chi le vuole, chi le paga, chi ci guadagna e perché il dibattito è appena iniziato

“Le vediamo comparire sui tetti dei condomini, nei parcheggi, ai margini delle strade e nelle aree industriali. Alcune passano quasi inosservate, altre svettano per trenta metri sopra case e campi. Ma quanti sanno davvero cosa c’è dietro la crescita delle antenne 5G?”

Negli ultimi anni il paesaggio urbano di Alessandria e di molti comuni della provincia è cambiato in modo silenzioso ma evidente. Dove prima non c’era nulla oggi compaiono tralicci, pali metallici, cabine tecniche e nuove installazioni per la telefonia mobile. Molti cittadini se ne accorgono soltanto quando vedono arrivare gli operai o quando, alzando lo sguardo, notano una nuova struttura che fino a pochi giorni prima non esisteva.

italianewspost.com  ha voluto approfondire il tema perché dietro ogni antenna non c’è soltanto una questione tecnologica. Ci sono aspetti economici, urbanistici, ambientali e persino politici che raramente vengono spiegati in modo chiaro.

Pier Carlo Lava

La prima domanda che quasi tutti si pongono riguarda la salute. Le antenne fanno male? Il 5G è pericoloso? Ad oggi la risposta fornita dalle principali autorità sanitarie e scientifiche internazionali è che non esistono prove definitive di danni alla salute quando gli impianti operano entro i limiti previsti dalla normativa. ARPA Piemonte effettua controlli preventivi e misurazioni periodiche e, nella maggior parte dei casi, i valori rilevati risultano ampiamente sotto le soglie consentite.

Questo però non significa che il dibattito sia chiuso. Esistono ricercatori che chiedono ulteriori studi sugli effetti a lungo termine dell’esposizione ai campi elettromagnetici e sulla sommatoria delle emissioni provenienti da fonti diverse: telefonia mobile, Wi Fi, dispositivi domestici e altre infrastrutture. È quindi corretto affermare che non esiste una prova condivisa di pericolosità, ma è altrettanto corretto dire che la ricerca continua e che la prudenza scientifica non è mai fuori luogo.

Tuttavia limitare il dibattito alla sola salute rischia di nascondere altre questioni forse ancora più interessanti. Una di queste riguarda la crescita impressionante delle infrastrutture. In Piemonte sono presenti migliaia di stazioni radio base e una quota sempre maggiore è stata aggiornata al 5G. Questo significa che il numero di impianti continuerà probabilmente ad aumentare nei prossimi anni.

Molti cittadini si chiedono perché servano così tante antenne. La risposta ufficiale è che il traffico dati cresce continuamente. Guardiamo film in streaming, utilizziamo servizi cloud, videocamere collegate alla rete, sistemi di navigazione, telemedicina, sensori intelligenti e dispositivi che comunicano costantemente tra loro. La rete mobile non serve più soltanto a telefonare. È diventata una vera infrastruttura strategica per l’economia digitale.

Ma qui emerge una domanda legittima: siamo sicuri che ogni nuova installazione sia indispensabile? Oppure in alcuni casi si sta costruendo una rete pensata soprattutto per esigenze future e per obiettivi commerciali? È una domanda alla quale i cittadini hanno il diritto di ricevere risposte chiare.

Esiste poi un aspetto poco conosciuto. Molte persone pensano che dietro ogni antenna vi sia esclusivamente un operatore telefonico come TIM, Vodafone, WindTre o Iliad. In realtà il settore è profondamente cambiato. Oggi una parte significativa delle infrastrutture appartiene a società specializzate che acquistano, costruiscono e gestiscono torri di telecomunicazione. Queste società affittano successivamente gli spazi ai diversi operatori, trasformando ogni traliccio in una fonte di reddito che può durare decenni.

Il giro economico è considerevole. Installare un impianto su un tetto può richiedere investimenti di decine o centinaia di migliaia di euro. Costruire un traliccio autonomo di trenta metri con fondazioni, cabina tecnica, alimentazione elettrica e collegamenti in fibra ottica può comportare costi ancora maggiori. A ciò si aggiungono i canoni versati ai proprietari degli immobili o dei terreni che ospitano le installazioni.

Ed è qui che il dibattito diventa particolarmente interessante. Quando un condominio accetta di ospitare un’antenna sul tetto riceve generalmente un compenso economico. Lo stesso accade per i proprietari di terreni sui quali vengono costruiti nuovi tralicci. In altre parole, dietro ogni installazione esiste un interesse economico concreto che coinvolge operatori, società infrastrutturali, proprietari immobiliari e professionisti del settore.

C’è però un altro elemento ancora più importante e meno noto al grande pubblico. Una parte dello sviluppo delle reti 5G è sostenuta anche da risorse pubbliche. Attraverso il Piano Italia 5G e i fondi collegati al PNRR, lo Stato ha stanziato miliardi di euro per favorire la diffusione della nuova tecnologia, soprattutto nelle aree dove il mercato non avrebbe investito spontaneamente. In alcuni casi il contributo pubblico può coprire una quota molto rilevante dei costi.

Questo dato cambia completamente la prospettiva. Non stiamo parlando soltanto di un’iniziativa privata delle compagnie telefoniche. Stiamo parlando di una trasformazione infrastrutturale che coinvolge anche risorse pubbliche, cioè denaro proveniente dalle tasse dei cittadini e dai fondi europei.

È quindi normale chiedersi quali benefici concreti stiano tornando alla collettività. Se vengono investite risorse pubbliche, i cittadini hanno il diritto di conoscere gli obiettivi, i costi, le aree interessate e i risultati ottenuti.

Forse la questione più importante non è stabilire se il 5G sia il bene assoluto o il male assoluto. Le grandi trasformazioni tecnologiche raramente sono così semplici. La vera questione è la trasparenza. Quante antenne esistono oggi nei quartieri di Alessandria? Quante nuove installazioni sono previste? Quali controlli vengono effettuati? Dove vengono pubblicati i risultati delle misurazioni? Quali fondi pubblici sono stati utilizzati?

Molti cittadini scoprono l’arrivo di una nuova antenna quando il cantiere è già iniziato. In un’epoca in cui si parla tanto di partecipazione e informazione, forse sarebbe opportuno rendere questi dati molto più accessibili e comprensibili.

Perché dietro ogni antenna non c’è soltanto un segnale telefonico. C’è una scelta che riguarda il territorio, il paesaggio, l’economia, la tecnologia e il futuro delle nostre città.

Geo

Alessandria, per la sua posizione strategica tra Piemonte, Lombardia e Liguria, rappresenta uno snodo importante per le infrastrutture digitali e logistiche del Nord Italia. Lo sviluppo delle reti 5G coinvolge progressivamente il capoluogo e numerosi comuni della provincia, inserendosi nel più ampio processo di trasformazione digitale sostenuto a livello nazionale ed europeo. Un fenomeno che interessa direttamente cittadini, imprese, enti locali e operatori delle telecomunicazioni.

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Ulteriori dettagli

Il numero esatto delle antenne presenti oggi ad Alessandria non è immediatamente disponibile in una pagina pubblica consultabile, ma ARPA Piemonte mette a disposizione il portale ufficiale dove sono censiti tutti gli impianti di telecomunicazione della regione, suddivisi anche per tecnologia (2G, 3G, 4G e 5G).

Quello che sappiamo con certezza è che:

  • In Piemonte gli impianti di telefonia mobile sono circa 9.560.
  • Quasi il 70% integra già il 5G.
  • Oltre la metà delle richieste recenti riguarda installazioni o aggiornamenti 5G.

Un altro dato interessante riguarda i controlli ambientali:

  • Nel 77% circa delle misure effettuate vicino alle stazioni radio base, i valori rilevati risultano inferiori a 3 V/m.
  • I superamenti dei limiti sono rari e normalmente vengono corretti con interventi tecnici.
  • ARPA Piemonte afferma che nella quasi totalità dei casi i livelli misurati risultano inferiori ai limiti previsti dalla normativa.

La mia valutazione

Dopo aver esaminato i dati disponibili, credo che esistano tre questioni distinte.

La prima è sanitaria.

Ad oggi non esistono prove scientifiche condivise che dimostrino danni alla salute dovuti alle antenne 5G quando vengono rispettati i limiti di legge. ARPA continua comunque il monitoraggio e le verifiche preventive.

La seconda è urbanistica.

Qui il problema è reale e visibile. Molti cittadini vedono comparire antenne sui tetti o pali da 25-30 metri e si chiedono se sia davvero necessario. È una questione di paesaggio urbano, impatto visivo e qualità della vita, indipendentemente dal rischio sanitario.

La terza è tecnologica.

Molte delle nuove antenne non sono state installate per aumentare il numero delle telefonate, ma per sostenere la crescita di:

  • streaming video;
  • cloud;
  • telemedicina;
  • sensori intelligenti;
  • logistica;
  • videosorveglianza;
  • industria 4.0.

Il punto che mi lascia più perplesso

Non è tanto il 5G in sé.

Mi lascia perplesso il fatto che spesso i cittadini non sappiano quante antenne ci siano nel proprio quartiere, chi le abbia installate, quali potenze siano autorizzate e quali misurazioni siano state effettuate.

La vera trasparenza dovrebbe prevedere:

  • mappa pubblica aggiornata;
  • numero di antenne per quartiere;
  • misurazioni periodiche pubblicate online;
  • avviso preventivo ai residenti.

Su questo fronte credo che ci sia ancora molto da migliorare.

Quanto costa installare un’antenna 5G su un tetto?

Non esiste un prezzo unico, ma per una classica stazione radio base urbana installata su un condominio o un edificio esistente, l’investimento complessivo può facilmente andare da 50.000 a oltre 150.000 euro, considerando:

  • apparati radio;
  • antenne;
  • collegamento in fibra;
  • alimentazione elettrica;
  • sistemi di sicurezza;
  • progettazione;
  • autorizzazioni;
  • lavori edili.

Se il tetto è particolarmente strategico, l’operatore o la tower company paga inoltre un canone annuale al proprietario o al condominio.

I canoni possono variare molto:

  • zone poco richieste: 2.000-5.000 euro l’anno;
  • aree urbane strategiche: anche 10.000-20.000 euro l’anno e oltre in casi particolari.

Alcune testimonianze di mercato riportano trattative iniziali anche superiori a 10-12 mila euro annui per siti molto appetibili.

Quanto costa invece un traliccio da 30 metri costruito da zero?

Qui il costo sale notevolmente.

Occorre realizzare:

  • fondazioni in cemento armato;
  • palo o traliccio;
  • recinzione;
  • cabina tecnica;
  • alimentazione elettrica;
  • fibra ottica;
  • impianti di sicurezza;
  • accessi manutentivi.

Per un sito “raw land” (palo a terra) come quelli che si vedono spesso nelle periferie, nelle aree industriali o lungo le strade, l’investimento può arrivare tranquillamente a 200.000-400.000 euro, e in alcuni casi anche oltre, soprattutto se occorrono opere infrastrutturali aggiuntive.

Chi paga?

La maggior parte delle persone pensa che sia TIM, Vodafone, WindTre o Iliad.

In realtà molto spesso non è così.

Negli ultimi anni gli operatori hanno ceduto gran parte delle torri a società specializzate dette tower company, come la INWIT.

Il modello è questo:

  1. La tower company costruisce il sito.
  2. Affitta gli spazi agli operatori.
  3. Sullo stesso palo possono convivere più operatori.

Questo permette di ammortizzare meglio l’investimento.

Ci sono finanziamenti pubblici?

Sì.

Ed è probabilmente l’aspetto meno conosciuto.

Con il Piano Italia 5G finanziato dal PNRR sono stati stanziati miliardi di euro per portare la copertura mobile nelle aree dove il mercato non investirebbe spontaneamente.

In alcuni bandi pubblici il contributo statale può arrivare fino al 90% del costo dell’infrastruttura.

Questo significa che:

  • nelle grandi città il costo è quasi sempre sostenuto dagli operatori o dalle tower company;
  • nelle aree periferiche o a fallimento di mercato può intervenire anche il finanziamento pubblico.

Un calcolo che fa riflettere

Se un traliccio costa 300.000 euro e ospita:

  • TIM,
  • Vodafone,
  • WindTre,
  • Iliad,

e ciascuno paga un affitto alla tower company, l’investimento può essere recuperato in pochi anni.

Ecco perché si vedono sorgere nuove strutture anche dove apparentemente il numero di utenti non sembra enorme.

La domanda che secondo me dovrebbero porsi i cittadini

Non tanto:

“Quanto guadagna il proprietario del terreno?”

Ma piuttosto:

“Quanto denaro pubblico viene utilizzato per la copertura 5G della mia zona e quali benefici concreti sta portando ai cittadini?”

Perché oggi il 5G non è soltanto una tecnologia telefonica: è diventato una vera infrastruttura nazionale, finanziata in parte dal mercato e in parte dai contribuenti attraverso i programmi pubblici di digitalizzazione, dietro ogni antenna da 30 metri non c’è soltanto una questione sanitaria o paesaggistica, ma anche un rilevante interesse economico che coinvolge operatori, società proprietarie delle torri, proprietari immobiliari e, in alcuni casi, fondi pubblici nazionali ed europei.

Le antenne che stanno comparendo nei quartieri italiani non rappresentano soltanto un’evoluzione tecnologica: dietro ogni installazione si intrecciano innovazione, investimenti, interessi economici e il diritto dei cittadini a essere informati.
Per ulteriori approfondimenti su attualità, territorio, tecnologia e società visita Alessandria Post: https://piercarlolava.blogspot.com/ e italianewspost.com: https://italianewspost.com/ .

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