Un accordo può fermare una guerra. Molto più difficile è fermare le cause che l’hanno provocata. È questa la vera domanda che il mondo dovrebbe porsi oggi, al di là delle fotografie ufficiali e degli annunci trionfalistici.
Pier Carlo Lava
Donald Trump sembra aver ricevuto il regalo politico che desiderava. Dopo mesi di tensioni, scontri e minacce reciproche, Stati Uniti e Iran hanno annunciato la firma digitale di un memorandum d’intesa che dovrebbe rappresentare il primo passo verso una normalizzazione dei rapporti e una stabilizzazione dell’area del Golfo Persico. Il gesto ha un valore simbolico enorme. Per la prima volta dopo una fase estremamente critica, Washington e Teheran tornano a parlarsi non attraverso missili e sanzioni, ma attraverso un documento politico.
Eppure la domanda fondamentale resta aperta: quanto è solido questo accordo?
Le incognite sono numerose. La prima riguarda il programma nucleare iraniano. Paradossalmente, il tema che per anni ha rappresentato il principale motivo di scontro non sembra essere stato risolto definitivamente. Le informazioni finora disponibili indicano che il memorandum rinvia molte delle questioni più delicate a futuri negoziati. In altre parole, la pace è stata firmata prima che fosse definita una soluzione completa sul dossier nucleare.
La seconda questione riguarda le sanzioni economiche. Teheran si aspetta benefici concreti, accesso ai mercati internazionali e lo sblocco di fondi congelati all’estero. Washington, invece, insiste sul fatto che ogni alleggerimento delle sanzioni sarà subordinato al comportamento futuro dell’Iran. Anche qui esiste il rischio di interpretazioni differenti che potrebbero riaccendere rapidamente le tensioni.
C’è poi il nodo più delicato di tutti: Israele.
Nessuno può ignorare che il Medio Oriente non si esaurisce nel rapporto tra Stati Uniti e Iran. Le operazioni militari israeliane continuano a Gaza e restano tensioni anche sul fronte libanese. Alcune fonti riportano che proprio il rispetto del cessate il fuoco in Libano sia uno dei punti più controversi e meno definiti dell’intesa appena annunciata.
Ed è qui che si misura la reale possibilità di durata dell’accordo.
Se Israele dovesse continuare ad agire unilateralmente contro Hezbollah o contro obiettivi collegati all’influenza iraniana nella regione, Teheran potrebbe subire fortissime pressioni interne per abbandonare il percorso diplomatico. Dall’altra parte, se gruppi armati sostenuti dall’Iran dovessero riprendere attività ostili contro Israele, negli Stati Uniti tornerebbero immediatamente le richieste di una linea più dura.
In sostanza, questo accordo non vive in un laboratorio isolato. Vive dentro una regione attraversata da conflitti che si intrecciano tra loro: Gaza, Libano, Siria, Mar Rosso, Golfo Persico e questione nucleare.
Un altro elemento che invita alla prudenza è la storia recente. Gli accordi fra Washington e Teheran hanno spesso conosciuto fasi di entusiasmo iniziale seguite da brusche frenate. La memoria del ritiro americano dall’accordo nucleare del 2015 continua a pesare sulla fiducia reciproca. Per molti dirigenti iraniani la domanda resta la stessa: cosa accadrà se cambierà nuovamente l’orientamento politico americano?
Per questo motivo considero prematuro parlare di svolta storica definitiva.
Più correttamente possiamo parlare di una finestra di opportunità. Una finestra importante, forse persino decisiva, ma ancora fragile. Il fatto che Stati Uniti e Iran abbiano scelto la diplomazia invece dell’escalation militare è certamente una buona notizia per il Medio Oriente e per l’economia mondiale. La riapertura dello Stretto di Hormuz potrebbe contribuire a ridurre le tensioni sui mercati energetici e riportare una maggiore stabilità internazionale.
La pace, però, non si misura dalle firme digitali. Si misura dai comportamenti successivi.
Ed è proprio da domani che inizierà il vero test.
Immagine generata con intelligenza artificiale a scopo illustrativo. Non rappresenta persone o situazioni reali, ma una libera interpretazione artistica ispirata ai temi dell’articolo pubblicato da Alessandria Post.
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