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Ascoltare le piazze per salvare il futuro

Tra casa, istruzione e pace: perché la protesta giovanile europea non può essere ridotta a un problema di ordine pubblico.

Francesca Giordano

Per Hannah Arendt, filosofa ebraico-tedesca costretta alla fuga dal nazismo e a una lunga condizione di apolide, la politica non è mai stata una speculazione astratta, ma la ricerca concreta di un «diritto ad avere diritti» e di uno spazio di dignità nel mondo. Nel suo pensiero, lo spazio pubblico vive solo quando le persone si incontrano per agire insieme e costruire il futuro; al contrario, la violenza subentra quando le istituzioni perdono la capacità di ascoltare, e la sordità del potere segna il fallimento della democrazia.

Oggi, di fronte all’ondata di mobilitazioni che attraversa l’Europa, il richiamo di Hannah Arendt torna di bruciante attualità: condannare la violenza, in ogni sua forma, è assolutamente necessario e doveroso. Ma lo è altrettanto non cedere alla tentazione di usarla come un alibi per ignorare il grido di una generazione che chiede casa, istruzione e pace.

Il filo rosso della protesta: dalla Francia all’Italia

Le manifestazioni di queste settimane da Torino a Roma, da Parigi a Madrid, non sono esplosioni isolate di rabbia irrazionale, ma le tessere di un unico quadro di sofferenza e riscatto generazionale:

  • In Francia, studenti e studentesse protestano da settimane per difendere la scuola e l’università pubblica. Chiedono più insegnanti, strutture adeguate e maggiori investimenti, vedendo nel definanziamento dell’istruzione un attacco diretto all’uguaglianza e alla mobilità sociale.
  • In Spagna, il cuore della mobilitazione è il diritto all’abitare: la speculazione immobiliare e i costi insostenibili degli affitti stanno impedendo a un’intera generazione di conquistare l’indipendenza economica e abitativa.
  • In Italia, questo filo rosso si ricompone con straordinaria forza simbolica. Il 12 ottobre, studenti e studentesse si sono accampati in tenda davanti all’Università “La Sapienza” di Roma — sulla scia delle proteste spagnole — trasformando il piazzale universitario nel simbolo di una resistenza quotidiana contro il carovita.

Da Torino a Milano, da Firenze alla capitale, i giovani sono scesi in piazza per esprimere un dissenso organico e consapevole: non c’è futuro se si taglia sulle scuole, si nega il diritto alla casa e si continua ad aumentare la spesa militare a detrimento dei beni comuni.

Trasformare la protesta in ascolto politico

Schiacciare la complessità di queste mobilitazioni sulla sola cronaca degli scontri o del disordine pubblico è una scelta miope e rischiosa. Tornando alla lezione di Hannah Arendt, la protesta pacifica e la riappropriazione dello spazio pubblico costituiscono la linfa vitale della vita democratica. Quando i giovani piantano una tenda o riempiono una piazza, non stanno creando un problema di ordine pubblico: stanno chiedendo di essere riconosciuti come cittadini e interlocutori politici legittimi.

Condannare la violenza è un atto civile imprescindibile. Ma ascoltare chi chiede condizioni di studio dignitose, un tetto accessibile e un orizzonte di pace è l’unico modo per evitare che la democrazia si impoverisca e che il futuro delle nuove generazioni rimanga una promessa tradita.


A cura di Francesca Giordano

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