Lucio Zaniboni in questa lirica ha dato vita a un componimento delicato e malinconico, nel quale il ricordo di un amore vissuto intensamente si intreccia con la consapevolezza del tempo trascorso. È una poesia che parla d’amore, ma soprattutto della sua capacità di trasformarsi: dalla gioia luminosa della giovinezza alla tenerezza silenziosa della maturità, quando i ricordi diventano un rifugio e la vicinanza dell’altro rappresenta la più autentica forma di conforto. E proprio il titolo racchiude il significato più profondo dell’intera lirica, in cui il passato è evocato con nostalgia, ma non è soltanto una stagione perduta: è un patrimonio affettivo che continua a vivere nella memoria. Quando il tempo cancella le bellezze esteriori e porta con sé le energie della giovinezza, resta ciò che davvero conta: la presenza dell’altro, la mano che cerca e stringe un’altra mano. Il conforto, dunque, non consiste nel recuperare ciò che è stato, ma nel trovare ancora, nel presente, una ragione per sentirsi vicini. L’apertura è particolarmente significativa. Il poeta si rivolge direttamente alla persona amata attraverso la parola «Amore», che assume il valore di un’intima invocazione. Il ricordo non viene introdotto da una riflessione astratta, ma da un episodio concreto: un mazzo di myosotis, i delicati fiori comunemente chiamati non ti scordar di me. La scelta di questo fiore è felice e simbolicamente densa, perché anticipa il tema centrale della poesia: il desiderio di conservare ciò che il tempo inevitabilmente allontana. Era primavera, Parigi risplendeva, con un cielo turchino e i boulevards in fiore. Qui la primavera diventa la metafora della giovinezza, della vitalità e delle possibilità ancora aperte e Parigi, con la sua luminosità, partecipa emotivamente al ricordo: non è soltanto una città osservata, ma uno spazio che sembra riflettere la felicità degli innamorati. La poesia procede così per quadri successivi, quasi fossero fotografie conservate nell’album della memoria. Ogni immagine richiama una sensazione e, insieme, contribuisce a ricostruire l’identità di un amore. La luna, personificata e resa «invidiosa», sembra partecipare alla scena come una presenza indiscreta, quasi gelosa dell’intimità degli innamorati e gli occhi diventano il luogo nel quale si sono depositati gli anni felici, le stagioni attraversate insieme, la dolcezza di una vita condivisa, in cui però il tempo ha cancellato le meraviglie del passato e rivelato le insidie dell’autunno, una metafora tradizionale della maturità e dell’invecchiamento, che assume una sfumatura più dolorosa: non rappresenta soltanto il naturale declino delle stagioni, bensì le fragilità, le difficoltà e le insidie che il tempo porta con sé. Il finale costituisce il nucleo emotivo dell’intera poesia: dopo il viaggio attraverso la Parigi luminosa della giovinezza, il poeta ritorna al presente, nel quale il ricordo non è più soltanto fonte di gioia, ma anche di dolore. Ricordare significa riconoscere la distanza tra ciò che si è stati e ciò che si è diventati. L’espressione «la pena nel ricordo» contiene questa ambivalenza: la memoria conserva la bellezza, ma proprio perché la conserva rende più evidente la sua irripetibilità. Eppure la poesia non si conclude nella disperazione. L’immagine «la mano nella mano» è essenziale, quasi spoglia, e proprio per questo profondamente efficace. Dopo le descrizioni di Parigi, dei fiori, della Senna e della luna, non servono più scenari suggestivi. È sufficiente un gesto. La mano nella mano rappresenta la continuità dell’amore, la vicinanza fisica ed emotiva, la scelta di non affrontare da soli il tempo che passa. Dal punto di vista formale, il componimento adotta il verso libero, con una struttura prevalentemente narrativa. I versi brevi e gli enjambement accompagnano il fluire del ricordo, mentre la successione delle immagini crea un movimento quasi cinematografico: la poesia passa da una scena all’altra, come se il poeta scorresse le pagine di un diario sentimentale. La contrapposizione stagionale fra primavera e autunno costituisce l’asse simbolico più evidente. A essa si aggiunge un contrasto spaziale ed emotivo: la Parigi ampia e luminosa della giovinezza lascia il posto alla dimensione raccolta e intima del presente. A mio avviso, il merito più interessante dell’intera lirica è quello di raccontare l’invecchiamento senza trasformarlo in una riflessione astratta o filosofica. Lucio Zaniboni parte da un’esperienza personale, affidata alla voce di chi si rivolge direttamente alla persona amata. Ma il testo supera progressivamente la dimensione privata e raggiunge una condizione universale: quella di chi, dopo aver condiviso anni di felicità con un’altra persona, si trova a fare i conti con il tempo e con le sue conseguenze. Una poesia della memoria e della fedeltà affettiva, nella quale il ricordo della giovinezza diventa il punto di partenza per una riflessione sulla fragilità dell’esistenza. Attraverso le immagini luminose di Parigi, Lucio Zaniboni ricostruisce una stagione dell’amore fatta di bellezza, leggerezza e complicità, affidando ai luoghi e ai dettagli il compito di custodire un’intera storia sentimentale. La progressiva contrapposizione tra la primavera del passato e l’autunno del presente introduce una malinconia discreta, priva di accenti drammatici, che trova la propria espressione più intensa nel verso finale, quando due persone, dopo aver camminato tra le luci di Parigi, continuano a camminare insieme, anche quando la stagione della vita è cambiata. [ M.R.Teni]

Amore,

ricordi i nostri giorni di sole,

i myosotis che una donna

tolse dal secchio

e io ti porsi,

a Montparnasse?

Era primavera,

Parigi risplendeva,

con un cielo turchino

e i boulevards in fiore.

Era la bella stagione,

dei nostri anni:

la vita scorreva,

senza intralci.

Salivamo gioiosi le scale,

per Montmartre

e à Place du Tertre,

una coppa di champagne,

ampliava la scena dei dipinti

sui cavalletti dei pittori.

Poi la sera,

sul bateau mouche,

tanti bagliori, come stelle,

nelle acque della Senna,

e il mistero dei suoi ponti.

Quanti amori, in quelle notti,

con una luna invidiosa,

che insidiava gli angoli reconditi.

Tante, tante primavere

e dolcezza e gioia,

nei tuoi occhi.

Ora il tempo ha cancellato

le meraviglie del passato

e rivelato le insidie dell’autunno,

ci resta solo la pena nel ricordo,

e la mano nella mano,

a ricercar conforto.

Lucio Zaniboni