Di Antonio Rossello
Ci sono momenti storici in cui avvertiamo una vertigine sottile. Continuiamo a usare le stesse parole di sempre — pace, sicurezza, missione, democrazia —, ma attorno a noi i fatti hanno preso una piega del tutto diversa. Tra l’espressione che pronunciamo e la realtà che intendiamo indicare si è aperto un vuoto. Quando una parola cessa di denotare i fatti e viene piegata per sostituire la realtà stessa, ci troviamo di fronte a quello che definisco sfondamento semantico.
Non si tratta della naturale e fisiologica evoluzione della lingua, né di una semplice deriva spontanea dei significati. Lo sfondamento semantico, nella sua forma manipolativa, è un vero e proprio atto pragmatico promosso da centri di potere o di interesse. Quando un regime rinomina un conflitto devastante chiamandolo “operazione militare speciale”, o quando una norma restrittiva viene battezzata “tutela della libertà”, il linguaggio smette di essere una finestra sul mondo e diventa una barriera ideologica. L’effetto di questo cortocircuito non è solo linguistico: quando il legame con i fatti viene spezzato, le azioni violente o arbitrarie possono essere compiute nell’indifferenza generale, poiché le parole per denunciarle sono state sottratte o riscritte.
Per comprendere la natura profonda di questa patologia del discorso pubblico, ho avvertito il bisogno di fare un passo indietro e confrontarmi con il capolavoro di Ludwig Wittgenstein, il Tractatus Logico-Philosophicus.
Il Tractatus di Wittgenstein: raffigurazione, limiti e senso
Per cogliere la forza dell’antidoto, occorre prima capire l’architettura del Tractatus nella sua interezza, senza fermarsi unicamente alle sue battute finali.
Alla base del pensiero wittgensteiniano c’è la teoria raffigurativa del linguaggio (Abbildtheorie): una proposizione è dotata di senso se e solo se è un “quadro” o un modello logico di uno stato di cose reale o possibile. Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose, e il linguaggio descrive i fatti strutturandosi con la medesima forma logica della realtà.
Da questa premessa derivano tre livelli fondamentali che attraversano l’opera:
- Il detto (ciò di cui si può parlare): è il campo delle scienze naturali e delle proposizioni descrittive. “Tutto ciò che si può dire, si può dire chiaramente”. Il linguaggio funziona perfettamente quando rispecchia i fatti del mondo.
- Il mostrato (ciò che non si può dire, ma si mostra): la forma logica stessa con cui il linguaggio rispecchia il mondo non può essere descritta dall’interno del linguaggio. Allo stesso modo, i valori dell’esistenza — l’etica, l’estetica, la religione, il senso della vita — non sono fatti tra i fatti. Non possiamo formulare proposizioni scientifiche sul bene o sulla bellezza; essi stanno “al di fuori” della rete dei fatti e possono soltanto mostrarsi.
- L’enigma finale e la metafora della scala (Proposizione 6.54): giunto al termine del percorso, Wittgenstein compie un gesto paradossale. Avverte il lettore che persino le proposizioni del suo Tractatus sono, in senso stretto, “insensate”, perché cercano di dire ciò che travalica i fatti. Il libro non è una dottrina rigida, ma uno strumento: una scala su cui salire per comprendere chiaramente i limiti del linguaggio. Una volta compreso dove finisce il dicibile e dove inizia il reale, la scala deve essere gettata via per iniziare a “vedere il mondo rettamente”.
L’inganno del potere: saldare la scala
Ed è esattamente a questo punto che la mia analisi dello sfondamento semantico si intreccia con la lezione di Wittgenstein.
Mentre il percorso filosofico del Tractatus ci sprona a usare la logica per riconoscere i limiti delle parole e poi superarle per guardare in faccia la realtà, la logica manipolativa del potere fa l’esatto contrario: salda la scala.
Quando un potere politico o ideologico attua uno sfondamento semantico, altera il rapporto tra il segno e l’oggetto, impedendoci sia di salire — cioè di scorgere la verità oltre le parole ufficiali — sia di scendere — cioè di tornare a un’adesione genuina e immediata alle cose. Veniamo costretti a vivere eternamente “sulla scala”, prigionieri di proposizioni fittizie e ridefinizioni arbitrarie create per nascondere la violenza o l’arbitrio.
[ VEDERE IL MONDO RETTAMENTE ]
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│ (Gettare via la scala)
┌─────────────┴─────────────┐
│ Scala di Wittgenstein │ <- Riconoscere i limiti del linguaggio
└─────────────┬─────────────┘
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│ (Sfondamento semantico)
┌─────────────┴─────────────┐
│ Scala saldata dal potere │ <- Il potere blocca l’accesso ai fatti
└───────────────────────────┘
Se la filosofia di Wittgenstein concepisce l’attività critica come un modo per “mostrare alla mosca la via d’uscita dalla bottiglia”, lo sfondamento semantico mira a chiudere il tappo della bottiglia e a farci credere che quel vetro sia l’intero universo.
La via d’uscita: dall’illusione all’azione consapevole
Riconoscere lo sfondamento semantico non deve condurci al cinismo o al mero disincanto. L’antidoto richiede un atteggiamento attivo, articolato in tre momenti:
- Salire sulla scala: implica esercitare il vaglio critico su ogni parola trasmessa dal discorso pubblico. Dobbiamo chiederci sempre se il termine usato descrive fedelmente ciò che accade o se è stato introdotto per nasconderne il costo umano e sociale.
- Gettare via la scala: significa rifiutare la trappola della pura decostruzione sterile. Una volta identificata la falsificazione semantica, non dobbiamo rimanere bloccati nelle sottigliezze verbali: occorre scavalcarle e riagganciarsi direttamente ai fatti nudi e crudi.
- Rivendicare il centro di responsabilità: come ho avuto modo di sottolineare, il superamento della manipolazione coincide con il passaggio da una coscienza eterodiretta — schiacciata da narrazioni imposte o da condizionamenti esterni — a una consapevolezza fondata su un centro interiore saldo e indipendente. Non si tratta di isolarsi dal mondo, ma di ritrovare la forza e il coraggio politico di chiamare di nuovo le cose con il loro nome reale.
Ciò che il potere tenta di falsificare attraverso la manipolazione delle parole deve essere instancabilmente rinominato. È solo restituendo alle parole la loro aderenza ai fatti e mantenendo uno sguardo libero da filtri che possiamo riconquistare la nostra dignità di cittadini e il nostro legame con il reale.