Viviamo circondati da messaggi, notifiche, fotografie, commenti e richieste di contatto. Possiamo raggiungere in pochi secondi una persona che si trova dall’altra parte del mondo, ma non sempre riusciamo a parlare sinceramente con chi ci vive accanto. La solitudine digitale nasce anche da questa contraddizione: possedere moltissimi contatti senza avere necessariamente qualcuno con cui condividere paure, fragilità e momenti importanti della propria vita.

Pier Carlo Lava

La solitudine non significa semplicemente essere soli

Essere soli e sentirsi soli non sono la stessa cosa. Una persona può scegliere di trascorrere alcune ore in solitudine e percepirle come un’occasione di libertà, riposo o riflessione. Al contrario, può sentirsi profondamente isolata anche all’interno di una famiglia, di un ufficio affollato o di una comunità digitale composta da migliaia di persone.

L’Organizzazione mondiale della sanità distingue infatti la solitudine, cioè la sensazione dolorosa provocata dalla distanza tra le relazioni che desideriamo e quelle che realmente possediamo, dall’isolamento sociale, che indica invece una condizione oggettiva caratterizzata da poche relazioni e interazioni.

La prima riguarda soprattutto la qualità percepita dei rapporti; il secondo può essere descritto anche attraverso il numero e la frequenza dei contatti. È una differenza importante, perché non basta aumentare le occasioni di incontro per eliminare automaticamente la solitudine. Ciò che conta è sentirsi riconosciuti, ascoltati e accettati.

Secondo il rapporto pubblicato nel 2025 dalla Commissione dell’OMS sulla connessione sociale, circa una persona su sei nel mondo, pari al 15,8%, dichiara di sentirsi sola. Il fenomeno riguarda tutte le età, ma raggiunge livelli particolarmente elevati tra adolescenti e giovani: nella popolazione giovanile la percentuale indicata dall’OMS arriva al 21%.

Il rapporto associa la solitudine e l’isolamento sociale a conseguenze rilevanti sul benessere fisico e psicologico e stima che la disconnessione sociale contribuisca ogni anno a circa 871.000 morti premature nel mondo. Si tratta di una media vicina a cento decessi ogni ora, un dato che ha portato l’OMS a considerare la connessione sociale una componente essenziale della salute.

Tanti contatti, poche relazioni profonde

I social network ci permettono di conservare rapporti che un tempo sarebbero stati interrotti dalla distanza. Possiamo mantenere i contatti con parenti lontani, ritrovare vecchi amici, entrare in comunità fondate su interessi comuni e chiedere aiuto nei momenti difficili. Per chi vive in luoghi isolati, ha problemi di mobilità o appartiene a una minoranza, la rete può rappresentare una straordinaria possibilità di relazione.

Il problema nasce quando la comunicazione digitale non integra più la vita reale, ma tende a sostituirla. Una reazione a una fotografia prende il posto di una conversazione; un’emoji sostituisce la capacità di raccontare ciò che proviamo; il numero dei follower diventa una misura illusoria della considerazione ricevuta.

Il contatto aumenta, mentre l’intimità può diminuire. Sappiamo dove una persona è andata in vacanza, cosa ha mangiato e quale spettacolo ha visto, ma spesso ignoriamo se sia preoccupata, malata, in difficoltà economica oppure semplicemente bisognosa di essere ascoltata.

Le piattaforme favoriscono inoltre una rappresentazione selettiva dell’esistenza. Vediamo soprattutto successi, viaggi, sorrisi, riconoscimenti professionali e famiglie apparentemente perfette. Confrontare la complessità della propria vita con la parte migliore della vita altrui può alimentare la sensazione di essere rimasti indietro.

Non è necessariamente la tecnologia a generare solitudine. La relazione può procedere anche nella direzione opposta: chi si sente già solo potrebbe trascorrere più tempo sui social nel tentativo di trovare compagnia, riconoscimento o distrazione. Per questo è necessario evitare conclusioni troppo semplicistiche e distinguere tra correlazione e causalità.

Non conta soltanto quanto tempo trascorriamo online

Uno studio del Centro comune di ricerca della Commissione europea, basato sull’indagine europea sulla solitudine del 2022, ha analizzato le abitudini digitali dei giovani europei. Il 34,5% degli intervistati tra i 16 e i 30 anni utilizzava i social network per più di due ore al giorno, mentre il 26,1% trascorreva più di due ore sulle piattaforme di messaggistica.

L’elemento più interessante riguarda però il modo in cui questi strumenti vengono utilizzati. La ricerca ha riscontrato un’associazione tra uso passivo e intensivo dei social e maggiore diffusione della solitudine, mentre non ha individuato la stessa relazione significativa per l’uso intensivo della messaggistica o per una partecipazione attiva alle reti sociali.

Scorrere per molto tempo contenuti prodotti da altri, senza dialogare e senza partecipare, può quindi avere effetti diversi rispetto allo scambio di messaggi con una persona conosciuta o all’utilizzo della rete per organizzare un incontro reale.

La distinzione è fondamentale: il problema non riguarda soltanto il numero di ore trascorse davanti allo schermo, ma la qualità dell’esperienza. Una videochiamata con un familiare lontano, una conversazione autentica o un gruppo capace di offrire sostegno possono rafforzare i legami. Lo scorrimento automatico e passivo di contenuti rischia invece di lasciare una sensazione di vuoto, confronto e tempo perduto.

Un fenomeno che riguarda anche le comunità

La solitudine viene spesso considerata un problema esclusivamente individuale, quasi fosse una debolezza caratteriale della persona che la vive. In realtà è condizionata anche dalla qualità dei luoghi, dei servizi e delle comunità.

Quartieri privi di spazi di incontro, biblioteche, parchi, trasporti accessibili, iniziative culturali e associazioni possono rendere più difficile la costruzione di rapporti. Lo stesso accade quando la precarietà economica, la disoccupazione, una malattia, la perdita del partner o il trasferimento in un’altra città interrompono improvvisamente una rete sociale.

Il rapporto pubblicato dall’OCSE nel 2025 rileva che, in 21 Paesi europei appartenenti all’organizzazione, gli incontri quotidiani in presenza con amici e familiari sono diminuiti tra il 2006 e il 2022, mentre sono aumentati i contatti a distanza. Nei Paesi considerati, il 10% delle persone dichiara di non sentirsi sostenuto dagli altri e l’8% afferma di non avere amici stretti.

I dati dell’OCSE mostrano inoltre che le persone disoccupate e quelle appartenenti alle fasce di reddito più basse hanno una probabilità circa doppia di dichiararsi sole rispetto alla popolazione generale. Vivere da soli aumenta invece la probabilità di essere insoddisfatti delle proprie relazioni personali.

La solitudine, dunque, non si combatte soltanto invitando le persone a “uscire di più”. Occorrono condizioni che rendano concretamente possibile l’incontro: luoghi accessibili, sicurezza, trasporti, iniziative di quartiere, volontariato, attività sportive e culturali, servizi sociali capaci di individuare chi rischia di rimanere ai margini.

Ricostruire l’abitudine all’ascolto

Esistono piccoli comportamenti quotidiani che possono restituire valore alle relazioni. Telefonare invece di limitarsi a inviare un messaggio, andare a trovare una persona anziana, invitare un vicino a prendere un caffè, ascoltare senza controllare continuamente il telefono o chiedere sinceramente “come stai?” sono gesti apparentemente semplici, ma sempre meno scontati.

Anche le famiglie possono stabilire momenti liberi dagli schermi, soprattutto durante i pasti. Le scuole dovrebbero educare non soltanto all’uso sicuro delle tecnologie, ma anche alla qualità delle relazioni, all’empatia e al riconoscimento del disagio. Le aziende, da parte loro, possono creare ambienti di lavoro nei quali la collaborazione non sia ridotta a uno scambio di istruzioni attraverso una piattaforma.

L’OMS indica tra le strategie più promettenti il rafforzamento delle cosiddette infrastrutture sociali: parchi, biblioteche, trasporti pubblici, associazioni e luoghi nei quali le persone possano incontrarsi. Non servono quindi soltanto interventi sanitari. Servono città e comunità progettate per favorire la relazione.

Riconnettersi alle persone

Internet non è il nemico delle relazioni. Può ridurre le distanze, diffondere conoscenza e offrire sostegno a chi non riesce a trovarlo nel proprio ambiente. Diventa però insufficiente quando la quantità delle interazioni prende il posto della loro profondità.

Una società può essere tecnologicamente connessa e umanamente frammentata. Possiamo ricevere decine di notifiche e non avere nessuno da chiamare nel momento del bisogno. Possiamo essere continuamente visibili e, nello stesso tempo, sentirci invisibili.

La sfida non consiste quindi nello spegnere ogni dispositivo, ma nel tornare a utilizzare la tecnologia come un ponte verso gli altri, non come un sostituto della relazione. Perché sentirsi connessi non significa soltanto essere raggiungibili: significa sapere che, da qualche parte, esiste qualcuno disposto ad ascoltarci davvero.

Riferimento geografico: Italia – Unione europea – Mondo

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Crediti: Immagine generata con il supporto dell’intelligenza artificiale per ItalianNewsPost.com.