Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a esclusivo scopo illustrativo.
C’è un paradosso antico quanto l’uomo che attraversa la storia dei conflitti: la musica non ha mai smesso di risuonare, nemmeno nei luoghi più bui della terra. Ieri come oggi, tra le righe di un verso, nelle note di un canto intonato a mezza voce o nella poesia custodita a memoria, chi si trova precipitato nella brutalità della guerra riscopre la propria umanità. La musica dona quella sensibilità intrinseca che resiste al fango e alla paura; è l’ultimo rifugio per chi, costretto dalla storia, si trova a imbracciare un’arma pur non desiderandola.
Eppure, di fronte alla vertigine del potere, quella stessa musica sembra smarrire la sua forza trasformativa.
Se da un lato la sensibilità artistica riesce a consolare, unire e salvare il singolo individuo, dall’altro appare impotente di fronte agli uomini avidi di dominio. Le note e i versi s’intersecano nell’animo umano, ma sbattono contro il muro di chi è disposto a sacrificare tutto pur di preservare ed estendere la propria egemonia. Il potere cieco non si lascia domare; non si lascia scrollare da una melodia o da una rima, perché l’avidità richiede un’anestesia del sentimento che l’arte cerca, al contrario, di risvegliare.
Questa apparente vanità dell’arte non ne decreta tuttavia la sconfitta. La musica e la poesia non nascono per disarmare i tiranni con la forza, ma per impedire che la barbarie cancelli l’essenza di chi la subisce. Insegnano a chi è costretto a combattere che esiste un altro modo di sentire, un altro modo di essere uomini.
Ieri come oggi, finché un verso saprà far vibrare la coscienza di chi si trova nel mezzo dell’inferno, la sensibilità non avrà perso del tutto la sua battaglia. Il potere domina le nazioni, ma la musica continua a custodire l’anima.
A cura di Francesca Giordano
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Il potere domina la storia, la musica ne salva l’anima.
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