Foto cortesia della poetessa Inam Al-Hamdani
“La sete che ti somiglia”
Non so da quale pozzo
abbia attinto la tua presenza.
Ogni volta che pensavo di aver esaurito la tua acqua
il tuo volto tornava alla mia anima
come un altro pozzo,
più profondo delle parole
e più lontano di quanto la mano possa raggiungere.
Scrivo di te,
e il linguaggio non è sufficiente a esprimere ciò che desidero,
e le lettere mi sfuggono dalle dita
come se il significato
fosse più grande del calamaio.
Persino il desiderio,
quello che credevo fosse
un mare inesauribile,
una notte si è seduto
davanti al tuo nome,
ed era impotente.
Ho sussurrato all’orecchio dell’assenza:
Basta…
non frapporre tra noi
tutte queste distanze.
Non scavare trincee in ogni direzione,
e non chiudere le strade tante volte;
perché non cerco una via verso di te,
cerco la salvezza in te.
Sei sempre stata
più vicina della distanza,
e più lontana di quanto si possa afferrare;
come un significato che attraversa il cuore,
intatto dalle parole.
E ogni volta che costruivo un ponte tra noi,
l’assenza arrivava dall’altra sponda,
e proiettava la sua ombra su di esso,
così l’attraversamento diventava possibile,
e il ritorno impossibile.
Eppure,
continuo a volgere il mio cuore
verso la luce,
come se sapessi, senza sapere come,
che l’oscurità non avrà l’ultima parola.
Non sei del tutto assente,
e questo è il problema.
Sei qui;
nella confusione del battito cardiaco,
nel tremore della tazza prima che tocchi le labbra,
nei sentieri che percorro senza meta,
e in ogni porta che apro,
e desiderando in segreto,
che tu sia dietro di essa.
Quindi non chiedermi
da quale secchio ho attinto la tua presenza;
Tu eri l’acqua stessa,
e io ero la sete. E ciò che ci separa non è l’assenza totale,
ma una distanza sospesa
tra un cuore che anela all’unione
e un destino
che, più ci avviciniamo,
cambia direzione.
Inam Al-Hamdani
Lettura poetica in italiano a cura di Elisa Mascia -Italia
«العطش الذي يشبهكِ»
لا أعرفُ من أيِّ دلوٍ
اغترفتُ هذا الحضور،
كلما ظننتُ أنني استنفدتُ ماءكِ
عاد وجهُكِ إلى روحي
بئرًا أخرى،
أعمق من الكلام
وأبعد من اليد.
أكتبكِ،
فتضيقُ اللغةُ بما أريد،
وتتساقطُ الحروفُ من بين أصابعي
كأنَّ المعنى
أكبرُ من محبرة.
حتى الشوقُ،
ذلك الذي كنتُ أظنه
بحرًا لا يُستنزف،
جلسَ ذاتَ ليلةٍ
أمام اسمكِ
وعجز.
همستُ في أذن الغياب:
كفى…
لا تجعلْ بيننا
كلَّ هذه المسافات.
لا تحفرْ في الجهاتِ خنادقَك،
ولا تُكثرْ من إغلاق الطرق؛
فأنا لا أبحثُ عن طريقٍ إليكِ،
أنا أبحثُ عن نجاةٍ منكِ.
كنتِ دائمًا
أقربَ من المسافة،
وأبعدَ من الوصول؛
مثل معنى يمرُّ في القلب
ولا تستطيع اللغةُ أن تمسكه.
وكلما بنيتُ بيننا جسرًا
جاء الغيابُ من الجهة الأخرى
وألقى عليه ظلَّه،
فصار العبورُ احتمالًا،
وصار الرجوعُ مستحيلًا.
ومع ذلك،
ما زلتُ أضعُ قلبي
في جهة الضوء،
كأنني أعرف، دون أن أعرف كيف،
أن العتمةَ لا تملكُ الكلمةَ الأخيرة.
أنتِ لستِ غائبةً تمامًا،
وهذه هي المشكلة.
أنتِ هنا؛
في ارتباك النبض،
في رعشة الكأس قبل أن تلامس الشفاه،
في الطرق التي أمشيها بلا وجهة،
وفي كلِّ بابٍ أفتحه
وأتمنى، سرًّا،
أن تكوني خلفه.
لذلك لا تسأليني
من أيِّ دلوٍ اغترفتُ حضوركِ؛
لقد كنتِ الماءَ نفسه،
وأنا العطش.
وما بيننا
ليس غيابًا كاملًا،
بل مسافةٌ معلّقة
بين قلبٍ يريدُ الوصال
وقدرٍ
كلما اقتربنا
أعاد ترتيبَ الجهات
إنعام الحمداني