I volumi Treccani, storici custodi del lessico italiano. Source: NurPhoto / NurPhoto via Getty Images.
Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a esclusivo scopo illustrativo
“femminicidio” e “maranza”
La lingua non è un semplice strumento di comunicazione, ma uno specchio fedele e spietato del tempo in cui vive. Quando l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani registra le parole più cercate dell’anno, non compie un mero atto di catalogazione lessicografica, ma traccia una vera e propria mappa delle nostre urgenze culturali e sociali. In vetta alle ricerche del 2026 svettano due lemmi apparentemente inconciliabili per registro, genesi e statuto etico: femminicidio e maranza.
Se l’antropologia e la sociolinguistica insegnano che nominare la realtà equivale a prenderne possesso, la simultanea centralità di questi due termini rivela le fratture di un’epoca sospesa tra emergenza strutturale e trasformazioni giovanili.
Femminicidio: l’urgenza di nominare il trauma
Il termine femminicidio non costituisce un semplice sinonimo di “uccisione di una donna”. Dal punto di vista etimologico e teorico, risale al neologismo femicide, coniato negli anni ’70 dalla sociologa Diana Russell e declinato successivamente in ambito latinoamericano (feminicidio) dall’antropologa Marcela Lagarde per indicare la violenza sistemica contro le donne in quanto tali.
L’ingresso pervasivo del lemma nella quotidianità — tragicamente confermato dalle recenti notizie di cronaca che vedono il susseguirsi di vittime per mano di compagni o ex partner — risponde a una precisa necessità linguistica: passare dall’invisibilità del privato alla responsabilità pubblica. Significa superare la narrazione distorta del “delitto d’impeto” o del “raptus passionale” per riconoscere una matrice patriarcale e di possesso che trasforma il corpo e la libertà femminile in bersagli di prevaricazione.
Maranza: la parabola di una sottocultura di strada
Diametralmente opposta per registro, ma altrettanto significativa per l’analisi del presente, è la riscoperta del termine maranza. Nato nel lessico giovanile milanese degli anni ’80 come fusione ed espressione gergale, il vocabolo designava originariamente il giovane coatto, sfrontato e dai modi rozzi.
Oggi la voce ha subito una marcata risemantizzazione, spinta dai linguaggi digitali e dai social media. Il maranza contemporaneo si definisce attraverso codici visivi ben precisi (tute tecniche, borselli a tracolla, acconciature curate) e generi musicali di riferimento come la drill e la trap. Il termine descrive una vera e propria sottocultura urbana che coinvolge ragazzi e ragazze, aggregati in bande di strada in cui l’ostentazione dell’appartenenza si traduce talvolta in comportamenti prevaricatori o microcriminali. Da stereotipo folkloristico, si è trasformato in una spia d’allarme sulle forme di alienazione, marginalità e ricerca di identità nelle periferie delle metropoli moderne.
Lo specchio lessicale del nostro presente
L’intreccio tra questi due lemmi nella classifica Treccani offre una chiave di lettura profonda della contemporaneità. Da un lato, femminicidio rappresenta la drammatica presa di coscienza di una violenza di genere strutturale, che richiede a gran voce una tutela dei diritti fondamentali e una profonda riforma culturale. Dall’altro, maranza evidenzia le trasformazioni dell’identità giovanile, ponendo interrogativi complessi sulle dinamiche di integrazione, sul disagio urbano e sulle nuove forme di socialità di strada.
Che si tratti di codificare una piaga morale o di mappare i nuovi linguaggi delle giovani generazioni, il vocabolario si riconferma l’organismo vivo per eccellenza: non inventa la realtà, ma ci fornisce le parole necessarie per decifrarla e affrontarla.
A cura di Francesca Giordano
Per approfondire l’attualità nazionale, la cronaca, la cultura e le notizie dal territorio, visita anche Alessandria Post: https://italianewspost.com/ e https://piercarlolava.blogspot.com/
Specchi del nostro tempo: tra ferite e nuove identità.
"Mi piace""Mi piace"