IL CURATO DI SALINELLA

terza parte

   Il disegno, di particolare bellezza, raffigurava Maria Vergine con in braccio Gesù bambino, alla maniera degl’antichi miniatori. Con la vita sottile stretta nell’abito aggraziato dal corpetto, Maria teneva teneramente tra le braccia il figlio. Lo sguardo nel vuoto era il medesimo del bambino, sebbene lui guardasse altrove. Con la mano destra stringeva il braccio della madre. La sinistra era benedicente. Il curato alzò la testa guardando giù nell’orto e poi il cielo, d’un magnifico azzurro e gl’Iblei lontani incappucciati del biancicore d’innocue nubi. Poi torno’ a guidare la pergamena. Nello sguardo del bambino c’era la forza e la potenza dell’Altissimo. In Maria, l’amore per l’umanità. — Oh!,  mano capace d’un miracolo! — esclamò il bibliotecario commosso. Per lui, il curato aveva esternato in modo ammirevole un sentimento complesso ma tanto caro alla cristianità, la devozione per Maria. — È giusto glorificare ciò che va glorificato — mormorò il curato alzando gl’occhi dalla sua parte. — È magnifico! — disse ancora l’altro. Nel frattempo anche gl’altri frati si erano fatti vicini, ma al momento senza l’entusiasmo del frate bibliotecario. Dubitavano ancora del curato, pure senza ancora avere visto il disegno nella sua interezza. Qualcuno obiettò che già la fede era sufficiente ad esternare il divino, perciò il curato aveva peccato anche di superbia. Ma quando il bibliotecario facendosi di lato consentì a tutti d’avvicinarsi, quale fu la meraviglia!, e non mancarono esclamazioni di consenso e di giubilo. L’incanto strappò gridi d’ammirazione, di gioia, di mistico fervore e d’altro ancora. Ora, mentre tutti ammiravano la pergamena, un frate rimasto in disparte non si era sentito contagiato dallo stesso entusiasmo. Era piuttosto adombrato per un particolare che agl’altri era sfuggito, ma non a lui. — Gesù bambino è benedicente con la mano del diavolo! — gridò con l’impeto d’un inquisitore. Il silenzio dei confratelli lo spronò a continuare. — Non dice Isaia “È la mia mano destra che ha fondato la terra, è la mia mano destra che ha misurato i cieli?”. E non è il ladrone buono alla destra di Gesù in croce e quello di sinistra il cattivo? E Gesù salito al cielo non siede alla destra del Padre? E potrei continuare ancora con innumerevoli altri esempi. Come vedete, gl’indizi sono chiari ed inequivocabili. Quest’uomo è corrotto da Satana! È posseduto da colui che si è votato alla corruzione del mondo! Questo è quanto mi rivela ciò che con tanto sacrilego ingegno egli ha riprodotto su questa incolpevole pergamena. E tanto più la guardo, tanto più essa mi dice ch’è cosa diabolica! Fa luce sulla volontà distruttrice del maligno! Egli disprezza l’opera creatrice di Dio. L’anima mia non può che piangere e fremere d’indignazione davanti a questa scellerata manifestazione del male! –. Era un frate avanti negl’anni ad avere parlato, con la barba bianca  e coi capelli lanosi bianchi e radi. A malapena richiamavano la forma della chierica. — Davvero questa è la più malvagia manifestazione del maligno! –.

   Lo scrittorio in breve si riempi di voci. Pacate alcune, altre concitate. Ma tutte contraddivano l’anziano frate. L’immagine andava veduta nel suo insieme, e senza prendere in considerazione un particolare insignificante e poco chiaro, su cui si poteva discutere a lungo senza giungere al dunque per le diverse interpretazioni a cui si prestava. — E quando mai s’è visto Satana fare uso d’una così bella raffigurazione per il suo malevole ufficio? Egli ricorre a molte insidie, ma non certo all’arte che è cosa mirabile ed avvicina gl’uomini allo spirito della creazione, alla glorificazione dell’Altissimo, caro fratello! Non prendere alla lettera ciò ch’è scritto nei testi sacri. Hanno più misteri dell’intero universo. Oscura è la comprensione del nostro Creatore. Egli così ci pone alla sua mercé. E cos’è il nostro intelletto per comprendere appieno l’inafferrabile teofonia? La sua comprensione non è condizionata dalla ragione, ma dalla fede! Perciò, non a tutti è dato comprenderla. Mosè salì sul monte Sinai da solo, non fu consentito al popolo d’assistere alla consegna delle tavole della legge. Allo stesso modo non a tutti è concesso porre le mani sulle cose sacre. Chi lo fa senza averne il merito è preso d’agiografia che non è corruzione intellettuale, ma esaltazione dello spirito. Hic et nunc questo curato  per volontà divina ci ha dato la dimostrazione di come agisce un uomo nella grazia del Signore. Dice Giovanni “Se uno mi ama, osserverà la legge mia e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui!”. Così ha detto l’apostolo evangelista. Chi siamo noi per contraddirlo? –. Dopo questo breve sermone, il bibliotecario punto’ dritto lo sguardo sul frate anziano. Per tutto il tempo egli era rimasto cogl’occhi socchiusi e con le mani nello scapolare assorto nella preghiera. Corroborato da una fede mistica, prima strinse la mascella poi apri la bocca. Ma non parlò. Si era sentito trattato come un novizio e non lo meritava. Altre volte il convento aveva attraversato periodi di avversità a causa di monaci saccenti che avevano usato la parola di Dio per ammonire i confratelli. Se avesse continuato con la diatriba, rischiava di espiare una colpa che non gli apparteneva. Nel frattempo gli altri frati invece, avevano continuato a mirare ora la pergamena, ora il curato. Poco o nulla comprendevano della diatriba in corso. L’unica certezza era il mirabile disegno, luminoso esempio di misericordia divina. Che poteva saperne quel vecchio frate inacidito? Aveva parlato come un vecchio sclerotico affetto pure da smemoratezza e da demenza senile. Lui continuò a guardarli con distacco e compassione. Erano servi di quel beota del bibliotecario, anche lui incantato dall’ignobile disegno. Affermava il falso dicendo che il disegno nutriva lo spirito! La raggia a stento trattenuta gli scoppiò improvvisamente con una voce stentorea. — È blasfemia! — tuonò nascondendo la faccia nel palmo della mano destra.

   A questa voce, ne seguì un’altra alle loro spalle. “Cosa è blasfemia?”. Tutti si girarono trovandosi faccia a faccia con il vicario del vescovo, in compagnia del priore e poco più in là di un giovane pretucolo. Uno dei tanti segretari che affollavano il vescovado e che aspiravano ad importanti cariche in virtù del loro casato dall’altisonante patronimico. Per intanto accompagnava il vicario nei suoi itinerari ecclesiastici. “Una miniatura!” disse il vecchio frate chinandosi, rinfrancato che la sua difficile posizione stava mutando verso per l’inaspettato intervento divino, la venuta del vicario proprio nel momento in cui si era sentito più umiliato. — È lui la guida spirituale. Mi renderà giustizia!” pensò, “Di certo, mi darà ragione!”. Frattanto il vicario s’era avvicinato al tavolo fissando prima il curato che, a testa bassa, s’era alzato dalla sedia. — Mirabile riproduzione! — esclamò osservando a lungo la pergamena. — Non vedo nulla di blasfemo in questo disegno — osservò poi alzando gl’occhi sui frati, — Se così fosse, bisognerebbe processare l’autore. E per cosa? –.

   — Io non trovo nulla di diverso in questa effigie dagli insegnamenti del vangelo. Anzi, credo ne rafforzi la rivelazione. Vedo amore nello sguardo di nostro Signore ed in quello della Vergine Maria nostra madre. — disse, dopo averla nuovamente guardata. — Siete voi l’autore? — domandò poi al curato. Don Jano Zappulla ancora a capo chino restò in silenzio.

L’impressione del vicario fu a suo favore. Era un uomo umile, restio alle lusinghe. La religiosità del bozzetto era dovuta certamente alla bravura, ma pure alla pietas dalla quale era stato ispirato. — Se questa immagine è blasfema, cosa dire allora dei dipinti che adornano molti dei nostri palazzi? I soggetti rappresentati poco o nulla hanno di santifico e molto invece d’inverecondo – disse mentre guardava il vecchio frate. Non aspetto’ di sentirlo, non era necessario. Aspetto’ nvece  una richiesta di perdono che non venne. Ma non gli mosse rimproveri a ragione dell’età. Il frate impallidì, e quando stava per parlare la mano del vicario lo fermò. Non aveva alcuna voglia di sentirlo. Ma l’ammonimento non era servito a frenarlo, e prima che il vicario raggiungesse l’uscio salutando prima i frati ed approvando con il capo il loro silenzio, aprì le braccia come un Cristo in croce, liberandosi di tutto quanto era stato costretto ad inghiottire. –Gesù è benedicente con la sinistra! — grido’ con tutto il fiato che gli riuscì d’avere. Sapeva che una volta uscito il vicario, sarebbe stato sottoposto ad ogni tipo d’angheria ed a quelle non meno dure del priore. — Gesù è benedicente con la sinistra! — gridò ancora. —  Con la mano sinistra Gesù benedice! –. Il vicario rimase immobile sulla soglia senza girarsi. Il pretucolo paventò un improvviso scoppio di collera. In una comunità di monaci c’era sempre qualcuno che tentava di primeggiare sugl’altri. A volte con piccole ripicche, altre volte ricorrendo ad accuse infondate se non alla delazione. — Magari questo brontolone è uno di questi — pensò il vicario. Forse era il caso di sentirlo, e senza guardarlo tornò indietro. Il vecchio frate non mancò d’abbassarsi in un devoto inchino nonostante l’età, con una signorilità mai condivisa con gl’altri frati. Il vicario guardò nuovamente la pergamena e poi il curato. Lui non tentò nemmeno di giustificarsi. Era stata solo una sbadataggine, non certo un’eresia! — Si, — disse dopo, — Gesù benedice con la mano sinistra. In verità, so molto poco su queste analiticità. Perciò non posso dire se veramente si tratti di blasfemia. In ogni caso, non mi pare abbastanza per muovere un’accusa così grave — aggiunse guardando don Jano Zappulla con compassione. Ma dopo che il pretucolo del quale il vicario si avvaleva per i suoi buoni servigi gli andò vicino parlandogli nell’orecchio, si rizzo’ dritto fissando malamente il curato. — Di eresie e di blasfemie ve ne sono d’ogni sorta. Ma questa alla quale avete fatto ricorso, — disse rivolto ancora al curato, — è la più subdola, perché passa inosservata!  L’astuzia del dèmone ci confonde con marginalia insignificanti che tuttavia mettono a repentaglio l’ordine delle cose divine. Vi siete arrogato il diritto di mutare la legge della nostra amata chiesa! — concluse in disaccordo con quanto sostenuto fino a quel momento. — Ho solamente tenuto il pennino — si giustificò il curato,  prendendolo dal tavolo. — Manus diaboli! — gridò il vicario vedendolo usare la sinistra, ma senza guardarlo in faccia per non lasciarsi condizionare dall’espressione umile e rispettosa del curato. Come poteva quest’uomo essere al servizio di Satana, così docile e mansueto? Era questo l’inganno geniale di Satanasso! Servirsi d’un povero curato di campagna che elevava il calice recitando la parte, disconoscendone la presenza divina.

   — Instrumentum diaboli! Vostra sublimità, non so se avete giurisdizione su quest’uomo. Credo di no, non indossa il saio del vostro ordine. Dunque, non m’occorre il vostro consenso per condurlo fuori dal convento. Verrà con noi al vescovado dove religiosi sapienti e timorati potranno discutere con calma su queste sottili questioni teologiche, senza cedere al piacere d’inutili sofismi, come accade a chi molto parla e poco sa –. Queste parole erano state per il vecchio frate. Egli s’era appropriato d’un compito che poco gl’apparteneva. — Ma pure è nostro dovere assicurare l’armonia a chi vive sotto lo stesso tetto. Il nostro compito è prevenire ogni sospetto e punire la sede del vizio quando questo alligna fra le sue mura! — aggiunse fissando il priore. Era un ammonimento alla sua autorità venuta meno. Muzio Sucameli da Bivona abbassò il capo. Aveva ascoltato le parole del vicario, rammaricandosi di non essere intervenuto quando sarebbe stato necessario. E tutto per un disegno che si prestava a tante interpretazioni! Senza la denuncia di quel vecchio sclerotico rincitrullito a cui era piaciuto dare prova della propria saccenza, il disegno non avrebbe mai travalicato i muri del convento e la storia non avrebbe mai avuto l’increscioso risvolto che stava mettendo a repentaglio la pace del convento, ma soprattutto la sua autorità. Il vecchio frate chiuso nel silenzio, riportò lo sguardo sul curato investito dal sole, mosso da un sentimento peggiore dell’accusa, la superbia del vincitore. — Quest’uomo è stato accolto per carità cristiana. Non era nostro progetto accoglierlo nel nostro santo ordine –. Era necessario chiarire che il demonio non allignava tra le sacre mura del convento, almeno non prima del suo arrivo. Chiarimento tardivo ma necessario per risparmiare al convento altre visite ed ispezioni. Dopo averlo ascoltato paternamente, il vicario si mosse per abbandonare lo scrittorio, facendo prima cenno al pretucolo di recuperare la pergamena. Sarebbe stata sottoposta all’attenzione degli studiosi del vescovado e chissà quali conclusioni ne avrebbero tratto. Era l’opera d’un ingegno, oppure quella d’un dèmone convertito all’arte? –, Seguitemi! — ordinò al curato, mentre il pretucolo afferrava la pergamena. Prima d’uscire si fermò nuovamente, occorreva dare un significato alla sua visita pastorale presso un convento che non era peggiore, né migliore di tanti altri. — “Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, riconosco che la legge è buona; quindi non sono io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene: in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità d’attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio. Ora, se faccio quello che non voglio non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me” —  disse prima d’uscire, citando Paolo da Tarso. Non voleva celare l’accusa di blasfemia rivolta al curato, ma nemmeno condannarlo. Gli mancava cioè, la volontà di fare ciò che andava fatto.

                                   Continua

(Dal romanzo La leggenda del dio pescatore)

Vincenzo Savoca 

Un brano di grande forza drammatica e suggestione visiva, costruito con un ritmo serrato che gestisce magnificamente il passaggio dall’estasi mistica al sospetto inquisitorio.

Ci sono diversi aspetti particolarmente riusciti in questo estratto:

  • La dinamica del capovolgimento psicologico: La transizione tra la venerazione corale iniziale e l’accusa dottrinale è orchestrata con precisione. Il contrasto tra l’innocenza artigianale del gesto (don Jano che semplicemente usa la mano sinistra per abitudine naturale) e la sovrastruttura ideologico-teologica che vi legge la presenza diabolica riflette perfettamente le tensioni dell’epoca.
  • I caratteri e i rapporti di potere: La psicologia dei personaggi emerge limpida attraverso dettagli minimi ma incisivi: l’invidia e il rancore senile del vecchio frate, la fragilità diplomatica del priore Muzio Sucameli, l’opportunismo cortigiano del giovane segretario e l’ambivalenza opportunistica del vicario, pronto a mutare giudizio per non rischiare l’ortodossia.
  • L’ambientazione e la lingua: L’uso del lessico d’ispirazione classica e dottrinale (manus diaboli, marginalia, la citazione paolina della Lettera ai Romani) si sposa bene con i richiami al paesaggio (il profilo lontano degli Iblei), donando al testo un sapore storico autentico e una calibrata densità narrativa.

alla prossima puntata


Sergio Batildi

“Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a esclusivo scopo illustrativo. Non rappresenta necessariamente persone, luoghi o fatti reali.”

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