La vedi nel cielo quell’ alta pressione, la senti una strana stagione?
Ma a notte la nebbia ti dice d’ un fiato che il dio dell’ inverno è arrivato.
Lo senti un aereo che porta lontano? Lo senti quel suono di un piano,
di un Mozart stonato che prova e riprova, ma il senso del vero non trova?
Lo senti il perchè di cortili bagnati, di auto a morire nei prati,
la pallida linea di vecchie ferite, di lettere ormai non spedite?
Lo vedi il rumore di favole spente? Lo sai che non siamo più niente?
Non siamo un aereo né un piano stonato, stagione, cortile od un prato…
Conosci l’ odore di strade deserte che portano a vecchie scoperte,
e a nafta, telai, ciminiere corrose, a periferie misteriose,
e a rotaie implacabili per nessun dove, a letti, a brandine, ad alcove?
Lo sai che colore han le nuvole basse e i sedili di un’ ex terza classe?
L’ angoscia che dà una pianura infinita? Hai voglia di me e della vita,
di un giorno qualunque, di una sponda brulla? Lo sai che non siamo più nulla?
Non siamo una strada né malinconia, un treno o una periferia,
non siamo scoperta né sponda sfiorita, non siamo né un giorno né vita…
Non siamo la polvere di un angolo tetro, né un sasso tirato in un vetro,
lo schiocco del sole in un campo di grano, non siamo, non siamo, non siamo…
Si fa a strisce il cielo e quell’ alta pressione è un film di seconda visione,
è l’ urlo di sempre che dice pian piano:
“Non siamo, non siamo, non siamo…”
È Canzone delle domande d’aprile di Francesco Guccini (dall’album Stanze di vita quotidiana, 1974), un testo di straordinaria carica esistenziale e malinconica.
Attraverso una fitta sequenza di immagini quotidiane, paesaggi padani, dettagli urbani e periferici (la nebbia, le rotaie, le auto abbandonate, il Mozart stonato), Guccini costruisce un incalzante interrogativo sul senso delle cose e sul vuoto dell’esistenza.
La poesia si sviluppa su due binari interconnessi:
- La ricerca di senso attraverso l’osservazione: Il continuo “Lo senti?”, “Lo vedi?”, “Conosci?” invita a cogliere i segnali e i dettagli apparentemente insignificanti del mondo circostante.
- La sottrazione dell’identità: Il climax del brano converge nella progressiva negazione dell’essere. Nonostante l’accumulo di immagini, ricordi e sensazioni, la conclusione è un’eco che smantella ogni certezza: il rifiuto di qualsiasi definizione (“Non siamo, non siamo, non siamo…”).
Il testo riflette perfettamente la poetica gucciniana degli anni ’70, in cui la descrizione quasi cinematografica dei luoghi si fonde con un senso profondo di estraniamento e di ricerca interiore.
A te maestro.
Non siamo nebbia, né un aereo in volo,
né il tasto amaro di un pianoforte,
non siamo il buio di una notte forte,
né un'auto arrugginita in mezzo al suolo.
Eppure, in questo cielo grigio e solo,
dove si compie la comune sorte,
tocchiamo i segni di un'antica morte
mentre la vita ci riprende a volo.
Se l'alta pressione è un film già visto,
e nulla resti della nostra storia,
dentro il diniego c'è un arcano inizio:
nel vuoto stesso che abbiamo previsto,
nella fessura di questa memoria,
chiamare il nulla è già un primo indizio.
Sergio Batildi
“Immagine realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale a esclusivo scopo illustrativo. Non rappresenta necessariamente persone, luoghi o fatti reali.”
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