“Come certe sere di luglio”: quando l’assenza diventa un dialogo con noi stessi

Ci sono sere in cui apparentemente non accade nulla, eppure dentro una stanza può svolgersi un’intera storia. È quanto racconta V.R., autrice del blog Racconti Ondivaghi, nel testo “Come certe sere di luglio”: una narrazione intima, ironica e contemporanea nella quale l’afa estiva, una gatta, una tisana e un telefono ostinatamente silenzioso diventano i testimoni di una mancanza sentimentale che la protagonista ha cercato a lungo di nascondere persino a se stessa.

Pier Carlo Lava

Una sera qualunque che diventa racconto

L’incipit immerge immediatamente il lettore in un’atmosfera riconoscibile: un giovedì sera afoso, sospeso tra la settimana lavorativa e un fine settimana ancora lontano. La protagonista non riesce ad ascoltare davvero la musica, non riesce a proseguire il libro iniziato e abbandonato molte volte, non trova pace neppure sulla poltrona accanto alla finestra. Tutto sembra immobile, compresa la luce del lampione osservata dalla gatta Bizet, eppure proprio questa apparente immobilità prepara il terreno per il movimento più importante: quello dei pensieri.

V.R. possiede la capacità di trasformare una situazione ordinaria in una scena narrativa ricca di dettagli. La poltrona bordeaux, il vecchio tavolino di legno, il vestito di cotone arancione, la camomilla preparata nonostante i quaranta gradi e il letto ormai occupato da un solo lato non sono semplici elementi decorativi. Sono oggetti che descrivono lo stato emotivo della protagonista prima ancora che sia lei stessa a confessarlo. La casa diventa così una sorta di prolungamento della sua interiorità: apparentemente ordinata, abitabile e rassicurante, ma attraversata da uno spazio vuoto che continua a farsi sentire.

La frase ripetuta, “mancava qualcosa”, introduce il vero tema del racconto. All’inizio quella mancanza non ha un nome. Potrebbe essere la necessità di uscire, vedere le amiche, andare al cinema oppure ascoltare finalmente una voce umana. Le telefonate lasciate squillare e interrotte prima della risposta mostrano però che la protagonista non sta cercando genericamente compagnia. Sta cercando una persona precisa, anche se non vuole ancora riconoscerlo.

Bizet, la testimone silenziosa

Tra le presenze più riuscite del racconto vi è Bizet, la gatta che osserva, si sposta, si strofina contro le caviglie della protagonista e infine si acciambella ai piedi del letto. Non parla, naturalmente, ma proprio per questo diventa l’interlocutrice ideale di un monologo che non pretende risposte. La sua presenza impedisce alla solitudine di trasformarsi in desolazione e aggiunge al testo una tenerezza domestica molto efficace.

Bizet accompagna la protagonista durante tutte le fasi della serata: dall’inquietudine iniziale alla rabbia, dall’autoironia alla consapevolezza finale. È quasi una coscienza discreta, uno sguardo davanti al quale Clarissa può esagerare, contraddirsi e persino allargare teatralmente le braccia senza sentirsi giudicata. Il rapporto tra la donna e la gatta contribuisce inoltre a rendere credibile il racconto: chiunque viva con un animale riconoscerà quella particolare forma di conversazione in cui le parole appartengono a una sola voce, ma la compagnia è autenticamente condivisa.

Il dolore raccontato attraverso l’ironia

Il punto di forza di Come certe sere di luglio è probabilmente il modo in cui V.R. affronta una ferita sentimentale senza trasformarla in una lamentazione. Il testo è attraversato da una ironia vivace e autoindulgente, capace di alleggerire il dolore senza negarlo. Siri, il messaggio automatico dell’operatore telefonico, la tisana da “vita lenta”, il progesterone, Dua Lipa e persino i “prosciutti San Daniele negli occhi” appartengono a un linguaggio quotidiano, popolare e generazionale che rende la protagonista vicina al lettore.

Clarissa sa perfettamente di essere entrata in un soliloquio già affrontato molte altre volte. Lo annuncia quasi come l’inizio di uno spettacolo e passa continuamente dalla prima alla seconda persona, diventando contemporaneamente imputata, accusatrice e giudice di se stessa. È una scelta narrativa interessante perché rappresenta bene ciò che accade quando proviamo a elaborare una delusione: una parte di noi continua a desiderare, mentre un’altra elenca con lucidità tutte le ragioni per cui quel desiderio dovrebbe essere abbandonato.

Dietro la leggerezza delle espressioni emerge una domanda molto seria: siamo diventati persone intercambiabili? La protagonista si sente trattata come una serie televisiva che può essere messa in pausa e ripresa quando l’altro ne ha voglia. È un’immagine semplice ma efficace delle relazioni discontinue, nelle quali una persona appare e scompare seguendo esclusivamente i propri tempi, lasciando l’altra in una condizione di attesa senza assumersi la responsabilità di una scelta chiara.

Il racconto descrive così una forma di rapporto oggi frequente, fatta di improvvise sparizioni, ritorni intermittenti e disponibilità emotiva concessa soltanto quando è comoda. V.R. non utilizza termini psicologici alla moda e non pretende di formulare diagnosi. Lascia che sia il comportamento del cosiddetto “Gringo” a parlare: assenze prolungate, ricomparse decise unilateralmente e una vicinanza sufficiente a mantenere vivo il legame, ma mai abbastanza stabile da trasformarlo in una relazione autentica.

La camomilla e il vuoto che non può colmare

La preparazione della tisana rappresenta il centro simbolico del racconto. Mentre l’acqua comincia a bollire, anche il pensiero della protagonista raggiunge progressivamente il proprio punto di ebollizione. I gesti sono metodici e rassicuranti, mentre le parole diventano sempre più dure. L’autrice crea così un riuscito contrasto tra l’azione domestica, quasi banale, e la crescente intensità del monologo.

La camomilla dovrebbe rilassare, ma Clarissa le assegna inconsapevolmente un compito impossibile: riempire un vuoto che possiede un nome e un cognome. L’ironia nasce dalla sproporzione tra il rimedio e la ferita, ma dietro il sorriso rimane una verità facilmente condivisibile. Nei momenti di fragilità cerchiamo spesso conforto in piccoli rituali, pur sapendo che nessuna bevanda, canzone o distrazione può risolvere ciò che non abbiamo ancora accettato.

Il telefono che viene controllato nella speranza di trovare un messaggio completa il ritratto della dipendenza dall’attesa. La protagonista conosce già la risposta: quel nome non compare da mesi e non esiste una ragione concreta perché debba comparire proprio quella sera. Eppure lo schermo viene acceso ugualmente, perché il desiderio conserva una logica propria, spesso del tutto indipendente dai fatti.

Non è lui che manca, ma ciò che avrebbe potuto essere

Nella parte conclusiva avviene il passaggio decisivo. Clarissa comprende che ciò che le manca non è necessariamente il Gringo nella sua realtà, ma l’idea di una presenza diversa, affidabile e capace di restare. È una distinzione fondamentale: spesso non soffriamo soltanto per la perdita di qualcuno, ma per la scomparsa della persona che avevamo immaginato potesse diventare.

Le grandi braccia, il profumo di dopobarba, la barba incolta, i capelli ondulati e l’accento simpatico delineano ancora un’immagine romantica, ma l’elemento davvero importante arriva subito dopo: Clarissa desidera “l’energia di un’anima buona”, qualcuno disposto ad assumersi la responsabilità di entrare nella vita di un’altra persona. Non cerca quindi soltanto un uomo attraente o una nuova emozione, ma una relazione nella quale presenza, rispetto e continuità non debbano essere continuamente negoziati.

Il finale non proclama una guarigione definitiva e proprio per questo risulta credibile. La protagonista si addormenta accompagnata dalle fusa di Bizet e il mattino seguente quella che definisce una “mancanza appiccicosa” si è dissolta come l’umidità notturna. Probabilmente altri ricordi potranno tornare, ma quella sera è stata attraversata fino in fondo e non ha più lo stesso potere.

Una scrittura vicina alla voce e alla vita

Lo stile di V.R. è volutamente colloquiale, mobile e ricco di parentesi, interiezioni, parole inglesi e riferimenti alla cultura contemporanea. Il testo sembra quasi pronunciato davanti al lettore anziché semplicemente scritto. Questa immediatezza rispecchia la natura del flusso di coscienza e restituisce con efficacia il modo discontinuo in cui la mente passa da un ricordo a una battuta, da una riflessione seria a un particolare apparentemente insignificante.

In alcuni passaggi l’accumulo di incisi e digressioni rallenta intenzionalmente il ritmo, ma è proprio questa abbondanza a caratterizzare la voce della protagonista. Clarissa non racconta la propria serata dopo averla ordinata razionalmente: la vive mentre ce la racconta. Il lettore entra così nei suoi pensieri, ne segue le contraddizioni e avverte la graduale trasformazione di un’assenza subita in una consapevolezza conquistata.

Come certe sere di luglio è dunque un racconto sulla solitudine contemporanea, ma anche sulla capacità di osservarsi con ironia e riprendere possesso della propria dignità. Parla di relazioni lasciate in sospeso, di telefoni che non si illuminano, di persone messe in attesa e della necessità di comprendere che l’amore non dovrebbe funzionare come un interruttore controllato da una sola mano.

Nel blog Racconti Ondivaghi, nato come un diario affidato all’immaginazione e dedicato a storie che, come recita il suo sottotitolo, “alla fine parlano sempre d’Amore”, V.R. costruisce una pagina capace di far sorridere e riconoscere. Perché quasi tutti, almeno una volta, abbiamo vissuto una di quelle sere durante le quali sembra non accadere nulla, mentre dentro di noi sta finalmente maturando una decisione: non aspettare più chi pretende di metterci in pausa.

GEO – Approfondimento

Come certe sere di luglio, pubblicato sul blog Racconti Ondivaghi e firmato da V.R., racconta una serata estiva apparentemente ordinaria che si trasforma in un intenso dialogo interiore. Attraverso Clarissa, la gatta Bizet, una tisana preparata nonostante l’afa e un telefono che rimane silenzioso, l’autrice affronta la solitudine contemporanea, la nostalgia e le relazioni sentimentali discontinue. L’ironia alleggerisce la sofferenza senza cancellarla, mentre la protagonista comprende che a mancarle non è necessariamente l’uomo che l’ha tenuta in sospeso, ma una presenza autentica, rispettosa e capace di restare. Il racconto riflette sul bisogno di non accettare rapporti nei quali una persona può essere messa in pausa e richiamata soltanto secondo le esigenze dell’altra.

Fonte del racconto

Il testo originale di V.R., “Come certe sere di luglio”, è pubblicato sul blog Racconti Ondivaghi.

Per approfondire recensioni, cultura, attualità e notizie dal territorio, visita anche Alessandria Post e Italian News Post.

Immagine creata con intelligenza artificiale a solo scopo illustrativo.

2 risposte a ““Come certe sere di luglio”: quando l’assenza diventa un dialogo con noi stessi”

  1. Avatar V.R.

    Un onore leggere una recensione così profonda e anatomica del mio racconto. Caro Pier Carlo è riuscito davvero a dissezionare e parafrasare ogni immagine, ogni simbolismo e ogni emozione di cui si nutrono i miei scritti.Un ringraziamento profondo per questo meraviglioso regalo.A presto,Valeria

    "Mi piace"

    1. Avatar Pier Carlo Lava

      Complimenti a te e grazie delle tue parole… Pier Carlo

      Piace a 1 persona

Cosa ne pensi? Condividi il tuo punto di vista.