Demenza senile in Italia: oltre un milione di persone colpite, le donne sono la maggioranza

La perdita della memoria è uno dei timori più diffusi con l’avanzare dell’età, ma la demenza non è una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento. In Italia il fenomeno rappresenta una delle principali sfide sanitarie e sociali del prossimo futuro, anche perché l’aumento dell’aspettativa di vita sta facendo crescere il numero delle persone coinvolte. Oggi gli esperti stimano che nel nostro Paese vivano oltre 1,1 milioni di persone affette da una forma di demenza, mentre circa 600.000 soffrono di malattia di Alzheimer, che rappresenta la causa più frequente di deterioramento cognitivo. A queste si aggiungono diversi milioni di familiari che ogni giorno si occupano dell’assistenza e della cura dei propri cari.

I dati mostrano chiaramente una differenza tra uomini e donne. Le donne rappresentano circa il 65-70% dei casi di Alzheimer, mentre gli uomini costituiscono la quota restante. In termini assoluti si stima che in Italia le donne con Alzheimer siano oltre 400.000, contro circa 200.000 uomini. Questa differenza è dovuta in parte alla maggiore longevità femminile, ma gli studi internazionali suggeriscono che possano esistere anche fattori biologici e ormonali che aumentano la vulnerabilità delle donne nelle età più avanzate. Dopo gli 85 anni il rischio cresce in modo significativo per entrambi i sessi e la prevalenza può raggiungere percentuali molto elevate.

La maggior parte delle demenze compare dopo i 65 anni, ma il rischio aumenta progressivamente con ogni decennio di vita. Le forme che esordiscono prima dei 65 anni sono relativamente rare e rappresentano una piccola minoranza dei casi. Proprio per questo motivo gli specialisti insistono sull’importanza di non considerare normali alcuni segnali che spesso vengono attribuiti semplicemente all’età. Dimenticare occasionalmente dove si sono lasciate le chiavi è un conto; dimenticare ripetutamente conversazioni appena avvenute, appuntamenti importanti o percorsi abituali può invece rappresentare un campanello d’allarme da non sottovalutare.

I primi sintomi tendono a manifestarsi in modo graduale e spesso vengono notati prima dai familiari che dalla persona interessata. Le difficoltà di memoria recente sono generalmente il segnale più comune, ma possono comparire anche problemi nel trovare le parole giuste, perdita dell’orientamento in luoghi familiari, difficoltà nella gestione del denaro o delle attività quotidiane, cambiamenti della personalità, apatia, irritabilità e riduzione dell’interesse verso hobby e relazioni sociali. Nelle forme non Alzheimer possono essere più evidenti alterazioni comportamentali, allucinazioni o disturbi del movimento.

Negli ultimi anni la medicina ha fatto passi avanti importanti nella diagnosi precoce. Oggi, quando emergono i primi dubbi, i centri specializzati effettuano un percorso diagnostico che comprende visita neurologica, valutazione neuropsicologica della memoria e delle altre funzioni cognitive, esami del sangue, risonanza magnetica cerebrale e, nei casi più complessi, PET cerebrale o ricerca di biomarcatori specifici attraverso l’analisi del liquido cerebrospinale. In alcuni Paesi si stanno diffondendo anche nuovi esami del sangue in grado di individuare precocemente alterazioni compatibili con l’Alzheimer, una frontiera che potrebbe rivoluzionare la diagnosi nei prossimi anni.

La prevenzione rappresenta oggi una delle armi più importanti. Gli studi internazionali indicano che una quota significativa dei casi potrebbe essere ritardata intervenendo sui fattori di rischio modificabili. Controllare la pressione arteriosa, il diabete, il colesterolo, mantenere un peso adeguato, praticare attività fisica regolare, seguire una dieta mediterranea, evitare il fumo, limitare l’alcol e mantenere una vita sociale e mentale attiva sono comportamenti associati a un minor rischio di sviluppare demenza. Non garantiscono una protezione assoluta, ma contribuiscono a preservare la salute del cervello.

Sul fronte delle cure si sta vivendo una fase di grande fermento scientifico. Per molti anni i trattamenti disponibili si sono limitati a rallentare i sintomi. Oggi, invece, sono arrivati farmaci innovativi come lecanemab e donanemab, che agiscono sulle placche di beta amiloide e possono rallentare la progressione dell’Alzheimer nelle fasi iniziali in pazienti accuratamente selezionati. Parallelamente proseguono le ricerche su terapie genetiche, ultrasuoni focalizzati, stimolazione cerebrale e altre tecnologie che potrebbero cambiare il panorama terapeutico nei prossimi anni.

L’evoluzione della malattia varia da persona a persona. In genere si osserva una fase iniziale nella quale il paziente mantiene una buona autonomia, seguita da una fase intermedia caratterizzata da una crescente necessità di assistenza e infine da una fase avanzata nella quale il supporto dei familiari o delle strutture assistenziali diventa indispensabile. La velocità di progressione dipende dall’età, dal tipo di demenza, dalle condizioni generali di salute e dalla presenza di altre malattie.

Per quanto riguarda la sopravvivenza, gli studi internazionali indicano una media compresa tra 4 e 8 anni dopo la diagnosi, anche se molte persone vivono più a lungo. Non sono rari i casi nei quali il decorso supera i 10 anni e, in alcune situazioni, può arrivare a 15 anni o più. La vera sfida, tuttavia, non riguarda soltanto la durata della vita, ma la qualità degli anni vissuti e la capacità di mantenere il più a lungo possibile autonomia, relazioni e dignità personale.

La conclusione degli specialisti è semplice ma fondamentale: la diagnosi precoce può fare la differenza. Oggi esistono strumenti diagnostici e terapeutici che pochi anni fa non erano disponibili. Per questo motivo qualsiasi cambiamento persistente della memoria, dell’orientamento o del comportamento merita una valutazione medica approfondita. Intervenire tempestivamente non significa soltanto ottenere una diagnosi più precisa, ma anche avere maggiori possibilità di accedere alle cure più innovative e di programmare per tempo il percorso assistenziale più adeguato.

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Geo In Italia le persone affette da una forma di demenza sono oltre 1,1 milioni, mentre circa 600.000 convivono con la malattia di Alzheimer. L’invecchiamento della popolazione rende questo fenomeno una delle principali sfide sanitarie e sociali del Paese. Le donne rappresentano circa i due terzi dei casi, soprattutto nelle fasce di età più avanzate. La ricerca internazionale, guidata da centri di eccellenza negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone, sta sviluppando nuove strategie diagnostiche e terapeutiche che potrebbero migliorare significativamente la qualità della vita dei pazienti nei prossimi anni.

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